domenica 23 maggio 2010

Gran Canyon

                
Al Gran Canyon ci si arriva dopo aver girato a destra quando mancano circa trenta miglia. La strada s’inoltra attraverso un paesaggio ondulato che via via si avvicina ai monti che fino ad ora avevano fatto da cornice. Ai lati della strada solo cactus di ogni dimensione.
Ora il percorso diventa tortuoso, si incontra saliscendi continui, qualche tornante qua e là. La strada è comunque deserta.  Per qualche momento ho anche il sospetto di aver sbagliato strada quando tempestiva arriva un’indicazione, manco a farlo apposta. “Canyon West a sole venticinque miglia”.
Che cosa vuoi che siano venticinque miglia, quaranta minuti al massimo, poi non c’è traffico, meglio non c’è anima viva.
Avvicinandosi alla montagna improvvisamente dalla sommità di un colle, uno dei molti già incontrati, la strada prosegue ma diventa sterrata. “ Come? Verso il gran canyon su strada sterrata ?, forse si tratta di un breve tratto.”.
Il breve tratto sarà lungo un po’ meno di ventuno miglia, i continui tornanti e saliscendi non permettono di superare i venticinque miglia l’ora. Tutto diventa irrimediabilmente più lungo.
Verso mezzogiorno, cioè dopo circa un’ora di ghiaia e polvere, la strada bianca finisce, per lasciare il posto a una strada asfaltata ma talmente martoriata dalle buche da scoraggiare qualsiasi accelerazione, anzi si rallenta ancora di più di cento metri in cento  metri appena individuata una nuova piccola voragine.
Compaiono alcuni pullman, sbucati, da non so dove. La meta è vicina. Il paesaggio assume i contorni tante volte già visito nei libri e nelle cartoline.
Il gran canyon non è una montagna scavata da un fiume ma un altopiano eroso e scavato dal fiume Colorado che porta al mare le nevi delle vicine Montagne Rocciose.
 Nell’approssimarsi poco si nota, anzi tutto sembra piatto e insignificante.
Al termine di una rampa ecco che compare la macchina da soldi.  L’organizzazione, la struttura al servizio delle visite al gran Canyon.
Tutto è molto “naturale”, che significa parcheggi sterrati, recinzioni approssimative. Solo l’edificio che fa da rivendita di biglietti e souvenir ha un che di moderno. Alcuni indiani, che indossano costumi alquanto pesanti per la stagione, accolgono i visitatori. Li guidano fin dentro all’edificio, li incanalano nelle code in attesa dei pullman per le escursioni.
Le escursioni sono tutte guidate, in pullman, in elicottero e perfino in aereo. Ciascuno può scegliere secondo le proprie possibilità. Gli elicotteri partono intervalli di pochi minuti, virando secco per accelerare i tempi.
Scelgo il pullman, il meno costoso dei tour per soli 43 $, che mi conduce in due posti siti, da dove si può ammirare il Gran Canyon in tutta la sua bellezza. L’accesso allo Skywalk, una terazza trasparente per guardare il precipizio sotto i propri piedi, non lo acquisto : i 29 $ del biglietto mi sembrano eccessivi nonostante l’unicità dello spettacolo.
Nel primo sito, a cui si arriva in meno di 10 minuti,c’è lo Skywalk, non mi pento di poterci accedere. Non ci sono strutture sufficenti per chi volesse mangiare. Qualche bottega di souvenir ma tutto mi sembra un  pò “sottosviluppato”, considerata l’importanza del luogo.
Ci si muove da un sito all’altro sempre usando i pullman che passano a intevalli di pochi minuti l’uno dall’altro. Il paesaggio è maestoso, silenzioso. Il fiume Colorado scorre sotto a continuare la sua opera di erosione.
Il tutto si può vedere in un paio d’ore, riservandosi  il tempo per le foto  che si possono fare sin sull’orlo del precipizio, mancado del tutto le misure di sicurezza quali parapetti e addetti alla sicurezza.
Poi si torna alla stazione pricipale. In poche minuti si riprende la strada del ritorno.
Nel secondo sito si può ammirare un'altra parte del Canyon. Qui gli spazi sembrano ancora più grandi e maestosi. Ogni tanto si nota e si sente il rumore di un elicottero che vola basso all’interno del precipizio, penso sia uno spettacolo volare tra quelle rocce.
Entro in un negozio dove vendono oggetti della cultura indiana.
Ne esco con un “diffusore di medicina”. L’indiano mentre lo acquista mi spiega che il cerchio sta a significare la Terra,  la croce interna i quattro punti cardinali. Al centro c’è la medicina che in questo modo può diffondersi ovunque. Non mi mi ha spiegato la funzione delle penne ma penso che abbiano una funzione solamente estetica, immaginando che l’oggetto andasse portato al petto.
Penso per qualche momento alla solita oggettistica “made in china”, ma poi scopro una sorta di certificato di autenticità che conferma la sua produzione da parte della gente indiana.

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