martedì 13 novembre 2012

Autunno


Non fa più il freddo di qualche giorno fa. Il termometro della carrozzeria sembra fisso sui 9 gradi. Fa caldo direi, vista la stagione. Siamo già oltre San Martino, un tempo portatore di cieli tersi ma anche di gelate notturne. Quest’anno ne gli uni ne gli altri. Per una volta tanto, solo umido, pioggia e canali colmi d’acqua tanto da trasmettere un sottile senso di angoscia. Da queste parti tutto è piano, quasi tirato a bolla, tanto che sembra impossibile prevedere dove l’acqua, uscendo dai canali, andrebbe a raccogliersi.
"L'acqua fa 'iveo!", si dice qui da noi, ma si ha la sensazione che a far livello si sia lavorato già molto.
A dire il vero, l’acqua in questi giorni non ha badato a spese. Caduta, come poche volte in questa stagione, ha fatto riapparire rivoli quasi invisibili e alzato il livello dei canali in modo preoccupante.
L’umidità entra nelle case e, solo il tepore delle stufe e dei termosifoni riesce ad allontanarla dalle ossa e mitigare quel senso di freddo che si annida sotto le vesti, come quando la febbre preannuncia l’influenza.
Dopo le piogge, un tempo arrivava il freddo, accompagnato dalla nebbia e dalla brina.
La nebbia,già da qualche anno, qui nelle campagne del veneziano sembra aver traslocato. Non è più di casa come un tempo e, quando riappare la si accoglie con quel senso di positivo stupore simile a quando ripassa in paese qualcuno  andato ad abitare lontano. Non nascondo che qualche volta ne sento la mancanza. L’autunno non sembra più lo stesso senza la nebbia e le gelate che imbiancavano i campi al mattino.
E’ vero, con il passare degli anni sono cambiate le stagioni. Loro sono cambiate mentre io sono invecchiato lasciandomi dietro le spalle cose che mai più torneranno, come le gelate mattutine della mia infanzia.
Ogni cosa ha il suo tempo riflettevo in questi giorni, pensando agli affetti, agli amori ai sentimenti di un tempo e a quelli di oggi. Ogni tempo ha il suo amore e ogni amore può trovare un suo tempo senza esserne sminuito e temere confronti di sorta.
Pensavo ai miei cinquanta e più anni e, guardandomi allo specchio era come se li contassi ad uno ad uno, distribuiti tra le rughe del collo, tra i pochi e bianchi capelli, negli occhi talvolta tristi e il corpo non più snello come un tempo. Gli specchi sono impietosi nel far apparire inesorabili i segni della nostra decadenza.
Ma se volgo gli occhi altrove, senza preoccuparmi di come appaio, ma solo di come guardo il mondo, scopro uno spirito diverso, una vitalità che il tempo sembra non avere scalfito.
Così come per gioco mi sono chiesto chi immaginavo ci fosse dietro la sensibilità dello sguardo con cui guardavo l’orizzonte davanti a me.
La risposta non tardò. L’immagine in bianco e nero raffigurante un ragazzino con gli occhi sorridenti, fu la risposta. Quelli sono gli occhi con cui guardo il mondo. Gli occhi di un ragazzo, di un adolescente con tanta forza e tanti sogni. La forza forse oggi si è un po’ affievolita ma sognare è un vizio che non ho ancora perso.

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