mercoledì 25 aprile 2012

La "Due Rocche"


Si parte, sono le 9.30 spaccate. Il clima è quello delle grandi corse. Tanta gente, stand di materiale tecnico, lunghi tavoli che serviranno per il ristoro finale e lo speaker urlante che intrattiene tutti con informazioni non sempre pertinenti .
Percepisco la partenza, ma di fronte a me nessuno si muove. Sono un po’ indietro, tra qualche secondo l’onda arriverà anche dalle mie parti e potrò finalmente mettermi in moto. La giornata è splendida, perfetta per correre e abbandonare ogni pensiero. Non  mi sento bene, ma spero, anzi credo, che una volta partito il motore si olierà e tornerà la solita leggerezza.
Finalmente, davanti a me, le persone iniziano ad avanzare. Faccio i primi passi attento a non inciampare e a non far incespicare. Pian piano il passo si fa più frequente e ampio, finalmente corro.
La strada punta verso il paese  con un impercettibile pendio che non aiuta le mie gambe legnose, anzi, più avanzo  e più si appesantiscono. Rallento anche per calmare il respiro che si sta facendo affannoso.
Corro senza nessun riferimento, ne cronometro, ne cardio-frequenzimetro, nemmeno cerco i riferimenti chilometrici che sicuramente stanno ai lati del percorso. La strada, dopo qualche minuto, sembra accentuare la salita. Faccio fatica. 
“Tra poco c’è la discesa”, mi racconto per non mollare.
Non mollo e la discesa quasi inaspettata arriva, breve, troppo breve . Dopo una curva che gira attorno a una casa compare il pendio, la salita.  Stavolta si sale davvero. Continuo a correre, il respiro è affannoso ma salgo con insospettata agilità. “Meglio del previsto”, penso mentre medito di proseguire a piedi, per non scoppiare ma soprattutto ascoltando il buon senso.
Non sono l’unico a camminare. Posso considerarmi nella media. Chi un po’ prima, chi un po’ dopo ma, molti di coloro che stanno nelle mie vicinanze continuano al passo. Il respiro intanto si normalizza. Le gambe invece faticano ad avanzare.
Il sentiero si inerpica tra la vegetazione, fitta da coprire il sole. La terra è umida, a tratti resa fradicia dalle piogge dei giorni scorsi. Ci vorrebbero le scarpe chiodate per salire ma soprattutto per quando, tra un po’, si dovrà scendere.
Chi ha sistemato i ristori lungo il percorso deve saperla lunga su chi corre. Compaiono quando servono. Non sono dei supermarket, i più hanno solo acqua, ma ce ne sono più del dovuto. Fermarsi è d’obbligo per me. Un bicchiere d’acqua rinfresca il cuore. Ripartire non è facile, ma dopo pochi metri si va che è un piacere.
La salita diventa ancora più ripida, scivolosa. Qualcuno si aggrappa per non andare a gambe all'aria. Nel tratto più duro si sale aiutati da scalini fatti di tronchi.
Giunti in cima, la scritta GPM annuncia che quello è il punto più alto del percorso. Dopo una curva ricompare per pochi attimi il sole. Prima di ritornare nel bosco, ecco il ristoro.
Inizio la discesa piano, bisogna recuperare, calmare il cuore. Poi appena scompare l’affanno , accelero, mi butto giù lungo il pendio concentrandomi sugli appoggi.  Mi lascio alle spalle molti concorrenti un po’ più cauti nello scendere.  Rallento a tratti, per riprendere fiato e per affrontare le zone più fangose e scivolose dove le scarpe affondano senza controllo.
Il pendio si fa un po’ meno ripido, si corre in falsopiano per lunghi tratti e le gambe tornano a protestare.
Finito il bosco il percorso attraversa prati dove, i molti che mi hanno preceduto, hanno calpestato ben bene l’erba. Il terreno è fradicio, quasi paludoso. Non riesco a evitare di affondare i piedi in pozze d’acqua nascoste dall’erba.
"Il più è fatto!", mormoro. Qualcuno, che ascolta, mi avverte che la salita non è ancora finita. Puntuale la rampa compare di li a poco ma riesco a superarla senza andare al passo. Mi affianco a qualcuno per scambiare qualche battuta, ma soprattutto per non mollare.
Da un po’ non compaiono segnalazioni chilometriche. Cerco il campanile del paese. So che dovrò arrivare da quelle parti. Non lo trovo ma, al suo posto compare inaspettato il cartello dell’ultimo chilometro.
“Spero l’abbiano misurato giusto “, commento a bassa voce, pensando che ogni passo fatto è un passo in meno da fare.
Ricompare la strada asfaltata e molte macchine in sosta. Ci siamo, l'arrivo è vicino. Dopo una curva intravvedo  l’arco azzurro da cui ero partito più di un’ora prima.
Aumento l'andatura per finire il prima possibile.
Prendo la corsia dei 12 km. Sul traguardo guardo il cronometro : 1.41.45. Una ragazza mi da un cartellino su cui c’è scritto la mia posizione : 665

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