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domenica 30 settembre 2012

Alti e Bassi... Bassi e Alti


L’uomo che era stato negli ultimi tre anni, direttore di funzione ma soprattutto il  mio capo, entrò nel mio ufficio con la solita flemma. Già un paio di volte nell’ultimo mese era entrato per parlarmi di nuove tecnologie e delle sue ultime scoperte. Si comportava con le tecnologie come un bambino quando si innamora dell’ultimo giocattolo visto. Subito le voleva avere e provare. Lui quasi ogni giorno si innamorava di un giocattolo nuovo.
Questa sua volubilità non ci aiutava certo nel nostro lavoro. La strategia, se si poteva chiamare tale, mi sembrava scritta sulla sabbia. Bastava un niente per cancellarla e la nuova proposizione rinnegava spesso quanto scritto in precedenza.
Abbiamo scritto spesso sulla sabbia in questi tre anni …
Sapevo che a fine mese ci avrebbe lasciato e quando lo vidi entrare, mi stavo preparando ad ascoltare notizie sull'ultima tecnologia esplorata.
“Sei il primo che saluto !”, esordì con tono amichevole. E', tra le persone conosciute, una delle poche che riesce a usare un tono amichevole anche quando vuole colpire duro.
Capii che eravamo giunti all'epilogo, niente più innamoramenti e colpi di fulmini.
“E’ oggi, l’ultimo giorno ?”, chiesi  tanto per rispondere qualcosa e proseguire il discorso.
“Non l’ultimo giorno, direi, l’ultima ora", puntualizzò, "Finiti i saluti, consegno la macchina e me ne torno a casa con mia moglie …”, disse preciso, preciso.
“Bene …”, continuai senza trasporto.
Avevo pensato più volte a quel momento. Mi ero riproposto di trasformarlo in uno sfogo o un atto di accusa, dicendo finalmente tutto ciò che pensavo di tre anni di direzione ballerina. Alla fine avevo però deciso di lasciar perdere, bastava che se ne andasse. Bastava e avanzava.
“Sono stati tre anni di lavoro proficuo …..” rilanciò lui, quando io invece pensavo si passasse direttamente ai saluti e alla stretta di mano finale.
“Con alti e bassi, come in tutte le cose”, precisò rispolverando un tono vagamente direttivo.
La frase, però, mi svegliò dall'indifferenza che mi ero imposto, come se dovessi prendere una medicina cattiva ma imprescindibile.
Poi con una certa benevolenza, malamente mascherata, continuò :
“Ma i bassi devono essere stati talmente pochi, che nemmeno me li ricordo”
Risvegliai immediatamente la memoria alla ricerca degli alti e dei bassi a cui sui riferiva.
Non risposi, non avevo parole con cui controbattere. Mi ritornarono alla mente le frasi preparate per lo sfogo, le ricacciai indietro per evitare tentazioni.
C’era qualcosa che non mi spiegavo, perché, differentemente da quanto lui mi stava dicendo, io avevo in mente molti momenti bassi e gli alti dovevano essere stati talmente pochi che nemmeno li ricordavo.
“Spero che questi tre anni abbiano insegnato qualcosa ad entrambi”, riuscii solo a dire, con tono che voleva essere vagamente di commiato.
Ci furono dei momenti di imbarazzo. Ascoltando l’istinto avrei voluto mandarlo al diavolo, ma in aiuto mi sovvenne la sua domanda successiva.
“Coma va la salute ?”
“Bene, Grazie … Il mio cuore sta bene”, risposi lesto, come avessi la risposta già pronta per l’uso.
Se e andò dopo la stretta di mano di rito e la promessa che si saremmo comunque tenuti in contatto.
Risposi con un “Buona Fortuna !”, di cuore.

giovedì 14 giugno 2012

Gli occhi della mazza


Per prima cosa ho imparato a fare il manovale nell’impresa edile di mio padre.
Durante gli anni della scuola superiore passavo così tutte le estati. Ne uscivo abbronzato e irrobustito come avessi fatto mesi di palestra. Avevo energia da vendere e, quando verso settembre riprendevo gli allenamento del calcio, ero tra i più in forma. La scuola dei miei tempi cominciava il primo Ottobre.
Con l’inizio della scuola terminavo il lavoro di manovale. Le mani callose, pensavo che lavorare con i guanti fosse una forma di debolezza, ritornavano ben presto meno ruvide e un po’ più sensibili.

Con i calli sparivano anche le botte e le cicatrici, a ricordo delle ferite varie che per distrazione o troppo impeto mi procuravo con regolarità. Fortunatamente quasi sempre in posti diversi.
Per le mani la questione era diversa.
Uno dei primi lavori che mio padre mi affidò fu quello di “aprire una porta”, cioè abbattere una parte di muro dove doveva essere installata una porta. Con cura lui al mattino fece le misure e le tracciature del caso . Poi mi affidò uno scalpello ben affilato e una mazza per picchiare.

Come dicevo, l’energia non mi mancava, e nemmeno la voglia di far vedere di essere capace e veloce nel fare i lavori. Insomma ci tenevo a fare bella figura con mio padre, sempre presente e concentrato sul lavoro.
Quella mattina dopo aver dato i primi colpi con forza e precisione, aprendo la prima breccia, mi passò sia il martello che lo scalpello, dicendomi di continuare e  fare ben attenzione a colpire lo scalpello e non la mano che lo teneva.
Io ero rimasto sorpreso sia dalla forza che dalla sicurezza dei suoi colpi. Sembrava che mazza e scalpello si conoscessero e si cercassero, tanta era la precisione.
Quando toccò a me, in presenza di mio padre, mi limitai a dare dei colpetti, prendendo le misure sia con la mazza che con lo scalpello e, già in quei primi momenti notai che i due , mazza e scalpello, non sembravano più amici come quando erano nelle mani di mio padre. Insomma non era facile colpire con precisione.
Rimasto solo e presa un po’ di confidenza, aumentai sia la frequenza che la forza.
Finché il braccio non avvertì i primi sintomi di stanchezza i colpi furono abbastanza precisi e buona parte del muro cedette, ma con l’affaticamento arrivarono i primi errori che immancabilmente fecero atterrare la mazza sulla povera mano, che sosteneva lo scalpello.
Le botte furono memorabili, tanto da farmi lasciare la presa, come se lo scalpello fosse diventato di colpo rovente.

Accennai solo dei piccoli urli, tanto nessuno mi avrebbe sentito ma, dopo qualche minuto, necessario per far passare il dolore, riprendevo con vigore ma sempre minore fiducia. Alla fine il muro fu demolito completamente, ma la mia mano sinistra era diventata gonfia e dolorante. Durante la parte finale del lavoro avevo cercato e indossato dei guanti che attutirono le ultime botte.

Quando mio padre fu di ritorno, vide con favore il lavoro terminato. Diede gli ultimi colpi di rifinitura e poi posò gli occhi sulla mia mano, che di tanto intanto guardavo preoccupato.

“Ma quante botte ti sei dato per ridurti in quel modo ?”, mi chiese.
“Poche..”, risposi evasivo, ricordando ancora i dolori uno per uno.

“Ma perché non hai fatto gli occhi alla mazza”, disse ridendo, “se facevi gli occhi alla mazza non avresti sbagliato un colpo….”.

Io guardai la mazza, divertito, immaginando dove avrei potuto posizionare gli occhi.
Avevo molto ancora da imparare……

mercoledì 14 dicembre 2011

L'evoluzione culturale


Quando ho incominciato a lavorare, nel 1979,  la Micromp, questo era il nome della ditta, occupava un area destinata a negozio, con tanto di vetrine, al piano terra di un palazzo di un paese del veneziano.
Eravamo in otto, di cui 4 erano accaniti fumatori. Uno di questi  fumava la pipa, non senza darsi un po’ di arie affermando che, la pipa era meno dannosa delle sigarette.
Il negozio, anzi l’azienda, era perennemente satura di fumo . C’era chi si costruiva direttamente le sigarette, partendo dalle cartine e il tabacco e chi, invece, era capace di fumarsi un pacchetto di Gauloises al giorno.
Noi non fumatori non avevamo voce in capitolo, eravamo nostro malgrado degli accaniti fumatori passivi.
A quei tempi, il mio medico visionando una radiografia al torace, mi chiese quante sigarette al giorno fumassi e faticai a convincerlo affermando di non aver mai toccato una sigaretta in vita mia.
Erano gli inizi degli anni Ottanta e da allora l’atteggiamento verso il fumo e i fumatori è radicalmente cambiato. Ora, quest’ultimi, vivono in una sorta di riserva protetta, come fossero portatori di una malattia infettiva da controllare e per evitarne il contagio.
Oggi nel corso di una riunione che parlava di sicurezza sul lavoro a cui erano presenti i rappresentanti dei lavoratori, dei sindacati e dell’ufficio personale, qualcuno ha evidenziato come spesso qualche lavoratore si rifugiasse in bagno a fumare, trasgredendo le regole aziendali.
Le prove erano inequivocabili.
“Come sono cambiati i tempi!”, ho pensato ricordando i tempi della Micromp.
“Chi non rispetta le regole, va segnalato. Ognuno si renda responsabile del rispetto delle regole !”, tuonò con voce solenne il rappresentante dell’ufficio personale, che quasi con tono di sfida continuò:


“Datemi i nomi che li licenziamo!”.


In un primo momento, considerai la minaccia fuori luogo, troppo severa per un peccato che, nonostante il mio passato di fumatore passivo, consideravo del tutto veniale.
Poi ripensando a come i tempi fossero cambiati ho dato un senso a quella minaccia e sorridendo dentro di me mi son detto :
“E’ vero i tempi sono cambiati, oggi si sente molto di più il bisogno di licenziare !”.

lunedì 21 novembre 2011

La genesi


Non avevo mai lavorato con il freddo, ma quell’anno finito il militare, non avendo ancora un lavoro, mi adattai a lavorare come manovale nel cantiere di mio padre. Già da qualche anno ero solito passare in cantiere le vacanze estive, ma d’inverno le cose erano diverse. Non che fosse diverso il lavoro ma altre erano le condizioni. A fare i muratori d’inverno era quasi una fortuna. Bisognava avere il lavoro giusto al momento giusto. Spesso si concordava con il proprietario di tirare su una casa con il freddo perché finche non arrivava il gelo “ (la casa) , non aveva paura”. Questo era solito dire mio padre quando pensava di passare buona parte di un inverno a costruire una casa. In effetti i muri, il getto non ne soffrivano, se solo si aveva l’attenzione di fermare i lavori durante i giorni di vero gelo. In questo modo si salvaguardava la bontà del lavoro oltre che la salute dei muratori. Starsene al caldo durante i giorni di freddo era ancora più piacevole se il lavoro non mancava.
Ma le mattine fredde ma non impossibili, indossati i vestiti pesanti si apriva il cantiere, prendendo confidenza con gli arnesi gelati. Le mani ben presto dolevano per quanto erano intirizzite, e poco potevano i guanti se non ritardare e mitigare per un po’  l’avanzare del freddo.
Darsi da fare era il metodo migliore per scaldarsi più in fretta e, una volta raggiunto il tepore, non c’era arnese ghiacciato che impensierisse.
Io poco avvezzo a quelle situazioni, mal sopportavo quel freddo mattutino, come il dover lavare verso sera, quando si approssimava già l’imbrunire, tutti gli attrezzi con l’acqua quasi gelata.
In ogni caso non cercai mai di evitare il freddo adducendo scuse. Anche se stavo già cercando un lavoro, non credevo potesse arrivare tanto in fretta.
Quando mi telefonarono chiedendomi se ero interessato a un lavoro in un’azienda in provincia di Treviso, accettai con entusiasmo.
Chiesi quando avrei dovuto presentarmi ma mi fu risposto :
"Per noi va bene anche domani mattina”.
Dissi a mio padre che il giorno dopo non sarei andato al cantiere.
Così dal 21 Novembre 1978, cominciai a lavorare su ” quello che avevo studiato”, come diceva mio padre. Era il giorno della “Madonna della Salute”.

lunedì 24 ottobre 2011

La riunione


“Scusate sto facendo rifornimento, ma se siete pronti possiamo pure cominciare la riunione”.
Così il manager collegato in Conference Call, rispose iniziando una riunione che aveva come oggetto l’approvazione di un investimento di qualche milione di euro.

La “Mobile Technology” ci permette di essere sempre connessi al mondo, aggiornati su tutto ciò che succede in ogni angolo della terra, rendendoci sempre potenzialmente raggiungibili e consentendoci di dialogare, comunicare ovunque ci troviamo.
Tutto ciò trasmette in molti di noi una sorta di onnipotenza, ci inietta la convinzione di tenere sotto controllo in qualsiasi momento ogni aspetto della nostra vita personale e lavorativa.

La riunione di stamattina doveva svolgersi, in modo assolutamente convenzionale, attorno ad un tavolo in una delle tante sale riunioni.

Niente di tecnologico era previsto, nemmeno il proiettore. Avevo preparato solo un decina di slide, stampate a colori in fronte retro.
Le avevo fatte controvoglia venerdì pomeriggio, rifinendole in qualche ritaglio di tempo durante il week end, usando l’odiatissimo PowerPoint.

Nel prepararle mi ero preoccupato di pesare ogni frase, cercando il giusto compromesso tra un linguaggio tecnico e una spiegazione comprensiva.  Per alcune definizioni mi ero appoggiato a Wikipedia.

Alla notizia che la riunione si era trasformata in una Conference Call, avrei buttato le slide, mentre nel sentire :
“Sto finendo di fare rifornimento ma cominciamo pure”, mi sono cadute le braccia.

Ormai tutti noi abbiamo assimilato che le riunioni si possono fare anche con una persona che sta guidando chissà dove. L’auto è per molti manager, ormai da anni, una sorta di secondo ufficio, se non addirittura l’ufficio.
Qualche anno fa, un ex direttore, conduceva riunioni mentre tornava a casa lungo una strada costellata di gallerie. La riunione si interrompeva ad ogni passaggio nei tunnel e riprendeva, non sempre, appena la galleria terminava. Un delirio !

Mi diverte immaginare quali saranno le situazioni che in futuro diventeranno normali per le riunioni aziendali :

“Scusate sto innaffiando i gerani, ma se siete pronti possiamo pure cominciare la riunione”.
“Scusatemi se tra poco sentirete lo sciacquone, ma se siete pronti possiamo pure cominciare la riunione”.
“Scusate ma sto ……., ma se siete pronti possiamo pure cominciare la riunione”.

Chi vivrà parteciperà…..

martedì 27 settembre 2011

Cska Mosca - Inter 2 - 3


Come può un allenatore cambiare l’atteggiamento di una squadra, che in quattro partite aveva raccolto un solo punto e subito sette gol e portarla, in appena tre giorni, a vincere due partite in trasferta subendo tre gol e segnandone sei ?
Probabile che Ranieri, dopo aver letto i nomi dei giocatori che Moratti gli aveva messo a disposizione abbia individuato sulla base delle loro caratteristiche, il modulo tattico più adatto.
Gasperini, invece, aveva messo il modulo in primo piano, quasi disinteressandosi dei giocatori.
La cattiva gestione della squadra e delle persone che la compongono sono spesso il motivo dei fallimenti dei manager, siano questi allenatori di calcio o capitani di azienda. 

lunedì 26 settembre 2011

Il centro dell'impresa


Qualche anno fa arrivò in azienda un manager, giovane, aggressivo, con idee innovative che attirarono l’attenzione della Proprietà e dell’Amministratore Delegato. Fu nominato Direttore Generale, carica sempre ritenuta necessaria, ma mai resa operativa. Dopo un primo periodo di ambientamento dedicato soprattutto a capire l’azienda in cui era finito, cominciarono le dimissioni più o meno pilotate di alcuni manager non più ritenuti all’altezza del nuovo corso e delle nuove sfide che aspettavano l’azienda di li a qualche mese.
Probabilmente quelle defezioni altro non erano che uno dei primi obiettivi richiesti al nuovo Direttore Generale. La pratica fu sbrigata in un paio di mesi.
Nei primi tempi, tra le altre cose, spese parte del suo tempo a girare in lungo e in largo l’azienda e, facendo sfoggio di una non comune capacità oratoria, riuscì a raccogliere non pochi consensi.

Prima passò in rassegna i reparti più importanti della produzione finché, quando decise di approfondire anche le funzioni di staff, programmò l’incontro con il personale dell’Information Technology. Io partecipai all’evento.
L’incontro fu preparato nei minimi dettagli. Doveva essere descritto un mondo perfetto.
La presentazione introduttiva, partendo da una visione quasi planetaria, proseguiva con spiegazioni e scenari sintetici corredati da pochi ma significativi numeri.
La seconda parte invece fu dedicata alla presentazione della squadra. Ciascuno dei partecipanti descrisse in meno di venti parole la sua funzione, dedicando qualche parola alla quota di business che governava.
Tutto andò per il meglio e il messaggio che quella direzione altro non fosse che una riedizione del Paradiso Terrestre sembrò essere recepito.
L’incontro terminò con il doveroso discorso del Direttore Generale che fino a quel momento aveva limitato la sua partecipazione a poche e puntuali domande.
Ho dimenticato quasi tutto di quanto disse, tranne una frase che in quel momento mi riempi il cuore :

“Una cosa dovete tenere ben presente !  Noi metteremo sempre la persona al centro dell’impresa e dell’azienda!”

Queste parole furono pronunciate con enfasi e quasi con voce rotta dalla commozione.
Il futuro non fu esattamente come descritto quel giorno. Il direttore di quel Paradiso Terrestre di li a pochi giorni, esattamente in prossimità del Natale, fu cacciato. Il Direttore Generale, non durò molto. Allo sbocciare delle prime gemme volò verso altre sfide e altre aziende.
Per le persone dell’Information Technology iniziò un decennio indimenticabile.
L’azienda, negli anni successivi, avviò tutta una serie di “imprese”: delocalizzazioni e cessioni di rami d’azienda, dove le persone furono veramente al centro dell’interesse generale.

lunedì 1 agosto 2011

Configurazione Lavoro

Come quando si cambia l'impianto di riscaldamento da estate a inverno, così io stamattina ho girato la chiave verso la configurazione “Lavoro”.
Il cambiamento si è svolto senza particolari patemi, ritornando ai soliti ritmi e, prima delle otto, ero già in macchina con il solo pensiero su dove fermarmi a fare colazione.

Nonostante la strada sia da anni sempre la stessa, piccole varianti mi permettono sempre di scovare pasticcerie o nuovi bar dove prendere brioche e cappuccino.

I 70 Euro spesi per il pieno di gasolio, hanno leggermente incrinato il buonumore. Durante le tre settimane di ferie, infatti, ero sopravvissuto con un solo pieno di carburante. Quello di stamattina mi porterà a malapena fino a Lunedì prossimo.

Confesso che il timore di trovare dei cambiamenti, mi aveva assalito, mentre varcavo i cancelli dell'azienda.
Il mio ufficio era sempre là, immutato come lo avevo lasciato, percorso dal leggero disordine, che ciclicamente rigenero dopo una sorta di “pulizia di primavera”.

Con stupore mi sono ritrovato a lavorare, senza alcun effetto ritorno : quello che si smaltisce in almeno tre giorni. Mi sembrava di aver lavorato fino al venerdì precedente.
Insomma avevo dimenticato in fretta le vacanze, come tre settimane fa avevo dimenticato in fretta il lavoro.

In ogni caso tra due settimane di nuovo vacanza !

venerdì 10 giugno 2011

Lo specialista

 Alcuni malfunzionamenti e rallentamenti succedono sempre nelle ore più strane, quando minore è l'utilizzo.
Le indagini a posteriori fatte sui dati raccolti (i famigerati logs), non sempre permettono di capire la natura dei problemi. La correlazione di fenomeni diversi non è sempre così facile anche utilizzando sofisticati strumenti di analisi e reporting.
Così, dopo due notti consecutive di rallentamenti, prima che il disservizio superi il livello di guardia, lo specialista cerca di verificare di persona la natura e le modalità con cui i problemi si presentano.
Per questo motivo ho passato la serata, in una sorta di veglia, al capezzale del  sistema automatico che le notti precedenti aveva subito dei blocchi.
Ho controllato con pazienza ogni tipo di segnale sospetto, accovacciato e immobile come un gatto a cui hanno dato l'incarico di stanare un topo.
Purtroppo (o per fortuna) il topo era stato avvertito e ha pensato bene di non farsi vedere. Tutto è andato liscio. La macchina ha continuato a funzionare senza il minimo tentennamento.


Uscendo, piuttosto che immedesimarmi in Gatto Silvestro incapace di catturare Speedy Gonzales, con soddisfazione mi sono identificato nella mia nuova mansione di Portafortuna.

mercoledì 13 aprile 2011

Dipendenti "Efficienti"

Ai tempi della crescita economica i lavoratori erano risorse preziose per le aziende.
In seguito molti di loro sono diventati dei cassaintegrati
che con il peggiorare delle crisi e l'avvento della delocalizzazione, si sono trasformati in esuberi,
prima di essere messi in mobilità e diventare definitivamente delle....
"Efficienze".
Il senso delle parole dovrebbe essere dichiarato : "Specie protetta".

martedì 22 febbraio 2011

Ansia da affari

Strana vita deve essere quella di molti commerciali. Strana e stressante, condizionata da clienti da acquisire o non perdere e da budget da rispettare, spesso talmente impervi, da costringerli a lavorare al solo scopo di limitare i danni.
Ci sono quelli ansiosi che appena annusano la possibilità di concludere un affare, non ti mollano più, chiamando una o più volte al giorno, chiedendo previsioni sull’acquisto. Sono quelli che la pelle dell’orso l’hanno da tempo venduta sicuri del successo. In questi casi, a meno di non dover acquistare per estrema necessità, la voglia di fare l’orso va via in un attimo.
Altri invece, pur avendo venduto pure loro la pelle, sanno gestire l’ansia e l’attesa. Chiamano o scrivono con misura, rispettando i tempi necessari al cliente e, nel caso di mancata vendita mantengono un atteggiamento dignitoso, senza la pretesa di scalare ogni tipo di gerarchia pur di arrivare all’affare.

Succede che, comunicando al telefono la conferma di un ordine o la firma di un contratto, si trovi dall’altra parte del filo un eccesso di gratitudine.
Qualche volte ho pensato fosse un atteggiamento artificioso mentre, in altre occasioni ho avuto la netta sensazione di aver generato sollievo a una persona all’ultima spiaggia.

giovedì 3 febbraio 2011

Schiarita

Ogni tanto chiarirsi fra persone fa bene, nella vita e nel lavoro.
Stamattina sul lavoro, accettando di buon grado le critiche che mi sono state rivolte, mi sono sentito di dire cose che tenevo dentro fin da settembre.
Ora mi sento  meglio, succeda quel che succeda.
Delle scarse performance di cui sono stato accusato, non ho dato la colpa al mio cuore.
Lui è presidiato a sufficienza e funziona bene, oltre ogni più rosea previsione.
Il resto si può benissimo aggiustare.

domenica 30 gennaio 2011

Inter - Palermo 3 : 2

A vedere la partita, se non c'era Pazzini finiva, nel migliore dei casi, 2 a 0 per il Palermo.
C'erano le attenuanti generiche : la partita di mercoledì finita ai rigori aveva lasciato il segno.
Per fortuna l'entrata di Pazzini ha rivoluzionato la squadra. In pochi minuti le cose si sono rimesse a posto e i tre goal portano il segno dell'ex sampdoriano.

Una squadra così, sembra uscita dall'alambicco di qualche apprendista stregone. Una volta va bene altre volte può andare male. Non c'è certezza di come andrà mercoledì prossimo.
Pazza Inter Amala ! Un ritorno alle origini.

Chissà come si sentiranno Eto'ò e Milito fino a ieri autentici bomber della squadra, improvvisamente messi in secondo piano dall'ultimo arrivato che , fregandosene delle solite pippe relative ai problemi di ambientamento e inserimento negli schemi di gioco, entra, fa due goal e, a completamento del lavoro provoca il rigore che permette la vittoria.

Sarà curioso vedere il prosieguo delle partite. Non vorrei mai che, inserendosi negli schemi della squadra, Pazzini si ritrovi con le polveri bagnate. Di certo con due goal a partita ci farebbe vincere il Campionato e Coppa Campioni

Succede anche nel lavoro che nuovi inserimenti promettano inizialmente risultati e cambiamenti strabilianti. Quasi sempre l'iniziale entusiasmo si disperde appena i meccanismi aziendali (schemi di gioco) iniziano a condizionare le attività dei nuovi fino a farli sgonfiare e talvolta a scomparire.

Questo ha delle ragioni che non sono tutte a favore dei nuovi. Le comunità, siano queste aziende o squadre di calcio, si basano su equilibri che dovrebbero fondare la loro solidità sul rispetto reciproco e sulla chiarezza. Molte volte questo non accade e le persone, siano queste vecchie o nuove, perdono progressivamente le motivazioni e l'entusiasmo.

Quasi sempre i vecchi si sentono insidiati dai nuovi e li snobbano mentre i nuovi qualche volta dicono che i vecchi stanno sbagliando tutto. Insomma tutti parlano prima di capire e conoscere.

Tornando all'Inter, il Milan è ancora a tiro. Tutto è ancora possibile.

P.S. Maradona si è sempre disinteressato degli schemi di gioco. I fuoriclasse, in tutti i campi, possono permetterselo.

mercoledì 19 gennaio 2011

Parlando di lavoro

Un tempo le strade ferrate erano suo regno esclusivo. Nessun altro mezzo di trasporto era potente quanto lei. Era un locomotiva di ultima generazione, riusciva a trainare un'interminabile fila di vagoni e carrozze inerpicandosi lungo difficili pendii o attraversando interminabili pianure.
Mai aveva avuto bisogno di aiuto, tanto era potente e tanto perfetti ed efficienti erano i meccanismi che la muovevano.
Per lunghi periodi non fece altro che attraversare i luoghi più impensati, arrivando quasi in capo al mondo. Aveva trasportato da una città all'altra moltitudini di persone spesso sognanti e piene di entusiasmo unitamente ad altre, cariche di sogni e speranze, unica ricchezza di una vita di povertà.

Insomma lei, locomotiva indistruttibile, tutto pensava meno che il passare del tempo, pian piano ma inesorabilmente, potesse intaccare i suoi congegni tanto perfetti.

Dopo molti anni di servizio, però, fu costretta a qualche giorno di riposo per essere revisionata, pulita e “rimessa a nuovo”.
Ritornata sui binari si ritrovò luccicante, silenziosa e potente come una volta.
In breve si convinse di aver sconfitto il tempo a di aver riconquistato l'originale efficienza.

Ma il tempo passava e presa dall'ebrezza della velocità e della potenza, non si accorse che il mondo intorno a lei stava cambiando. Le strade ferrate cominciarono a “ornarsi” di strani tralicci che sostenevano dei fili interminabili che seguivano dall'alto i binari.
“Che strano” , si chiese senza dare troppa importanza alla cosa, “ chissà a cosa serviranno ?”

Ma lei continuava a solcare le campagne, orgogliosa di quel suo pennacchio di fumo che, uscito dal camino, sembrava stentasse a seguirla.
Ma purtroppo dovette fermarsi una seconda volta. Per un po' di tempo tornò in officina per rimettere in sesto il cuore pulsante che trasformava la forza del vapore in forza trascinatrice.
Non si perse d'animo e, pur con qualche tentennamento iniziale, tornò a cavalcare le strade ferrate di un tempo. Tutto sembrava tornato come prima ….
Un fremito, però la scosse, quando incrociò, transitando in una di quelle strade ferrate “ornate” da tralicci, una strana locomotiva che, senza emettere ne fumo ne vapore, come aggrappata a dei fili, trainava imperterrita una fila di vagoni simile se non superiore alla sua.

“Chissà come farà ? “,pensò, “di certo appesa a quei fili così fragili non potrà andare lontano!”.

Le cose però cambiarono velocemente. Spesso si ritrovò per giorni, in sosta lungo un binario morto ad osservare intristita quegli strani locomotori sfrecciarle vicino, seguiti dagli stessi vagoni che un giorno era abituata ad avere dietro di sé.

Non si perse d'animo, attese con speranza e pazienza una nuova possibilità, sicura di non essere stata dimenticata.
Nel frattempo, accettò di buon grado le cure che le furono riservate. Si riposò e apprezzò quei giorni di ozio al riparo dal sole cocente dell'estate e dal gelo dell'inverno, sotto la pensilina che le era stata riservata.

Quando la rimisero in moto, il vapore rianimò in breve tempo tutti gli ingranaggi e gli stantuffi cominciarono a muoversi decisi. Si sentiva come nuova.
I binari su cui si ritrovò a condurre vagoni carichi di gente in vacanza, non erano quelli di un tempo. Nessuno le chiedeva la potenza e la velocità dei tempi migliori, anzi la sua grande esperienza le permetteva di condurre dolcemente quei viaggiatori senza strappi a destinazione, permettendo loro di godere del paesaggio che stavano attraversando.

Il tempo aveva fatto il suo corso. Locomotori sempre più veloci facevano ciò che un tempo era di sua pertinenza. Ma non per questo si sentiva sminuita e dimenticata, anzi con gioia apprezzava quel suo nuovo servizio, in cui ora, veniva privilegiata la qualità alla quantità.
Aveva solo un piccolo motivo di rammarico : non aver avuto la possibilità di provarci prima.  

giovedì 23 dicembre 2010

Il teorico

La riunione aziendale di ieri mattina era destinata a veri specialisti.
L'obiettivo era analizzare e possibilmente capire il motivo per cui, a conclusione di un notevole lavoro di aggiornamento tecnologico non si erano raggiunti gli obiettivi che ci eravamo prefissati.
A farla breve le elaborazioni notturne duravano quanto e, a volte più di prima.

L'idea originale era mia e aver sbagliato le previsioni mi bruciava non poco.

I convocati erano i migliori esperti interni, coadiuvati anche da specialisti venuti da fuori.
Sul tavolo degli imputati c'erano invece i guru del fornitore della tecnologia che avrebbe dovuto proiettarci nel futuro.

Tutti nel loro piccolo si erano preparati, chi per discutere, chi per accusare altri infine per difendersi.
I primi a pronunciarsi furono gli imputati, i fornitori che ci avevano venduto una tecnologia nuova ma inutile ai nostri scopi :

“Cosa potete dire a vostra discolpa”, sembrava dire parte della platea.

Molto semplicemente e, con un'azzeccata mossa ad effetto, il più tecnico di loro, dopo una breve premessa fatta di semplici fogli Powerpoint, si addentrò nella analisi delle performances proiettando la mappa termica del sistema sotto accusa.

In pratica, il sistema a dischi era stato scomposto nelle sue componenti elementari, quasi a disegnare un puzzle. Ciascuna componente assumeva nella rappresentazione un colore che andava dal Blu, a significare un basso utilizzo, fino al rosso che identificava una componente sotto stress.

L'individuazione delle componenti  più utilizzate, tanto per capirci quelle rosse, già permetteva di capire quali erano i colli di bottiglia, e la causa dei rallentamenti. Consapevoli tutti delle cause ben presto avremmo anche potuto ipotizzare delle azioni correttive.
La metodologia adottata mi aveva positivamente impressionato. In pratica era come se avessero fatto una TAC a un sistema computerizzato.

Quando sembrava che le cose fossero chiare per tutti, dal banco degli accusatori, che fino a quel punto avevano ascoltato in silenzio si alzò quello che definirei il teorico del gruppo.

Piazzò il computer, attivò il proiettore e cominciò a visualizzare una serie di diapositive, snocciolando sigle e concetti che zittirono la platea .

“Signori, ho fatto delle misurazione e le ho rappresentate in questi grafici. Come potete notare, le ascisse riportano il logaritmo in base 2 dei tempi di risposta confrontati, nelle ordinate, con le attività della cache”, esordì il giovane.

Per molti di noi ritrovarsi tra i piedi ancora i logaritmi fu come ritrovare il più antipatico dei compagni di scuola, quello che pensavamo di non reincontrare mai più.

E poi ancora : “Ho analizzato i dati ed effettuando un'interpolazione, nel grafico ho evidenziato come  dopo una prima gaussiana se ne possa individuarne una seconda, inattesa”.

A quel punto avrei desiderato volgermi e osservare le facce dei guru e degli specialisti d'ambo le fazioni, che stavano assistendo muti, ma essendo pure io a disagio, preferii seguire l'esposizione sperando in una illuminazione improvvisa che ne giustificasse l'utilità.

Intanto il teorico proseguiva imperterrito la sua spiegazione e le argomentazioni per lui lapalissiane a me sembravano inspiegabili. Mi sentii per qualche attimo l'ultimo della classe.

“Cambiando il metodo di interpolazione potete vedere, nel grafico che segue, l'apparizione di una terza gaussiana, appena abbozzata”, spiegò il teorico, indicando un leggero avvallamento che tutto sembrava meno che una gaussiana.

Nessuno osava fare domande e nemmeno chiedere : “ Per favore puoi rispiegare, non ho capito “.

Tutti avevano la faccia di chi capiva tutto, qualcuno astutamente, sottolineava il fatto annuendo di tanto in tanto.

Dopo venti diapositive visualizzate a tempo di record e dopo innumerevoli apparizioni di gaussiane di varie categorie e pregio, arrivarono le conclusioni che spazzarono l'ipocrita attenzione degli astanti.
“Signori da tutto ciò che vi ho mostrato posso dire che c'è qualcosa che non va. Nell'accesso ai dischi si formano degli accodamenti che rallentano l'elaborazione”

Dopo quell'affermazione che in parte riassumeva il motivo per il quale eravamo riuniti, non aggiungendo  nulla a quanto fino a quel momento avevamo discusso, ripresi coraggio e con me buona parte della platea.

Il teorico, o se vogliamo il mago delle gaussiane, aveva fatto sfoggio del suo sapere, senza aggiungere nulla a quello che già si sapeva.
Le persone normali, percorrendo strade meno intrise di teorie, spesso arrivano a ottenere gli stessi risultati dei guru e di quelli che hanno sempre una risposta a qualsiasi quesito.

sabato 20 novembre 2010

Analisi di Impatto

Sabato al lavoro per una di quelle attività che in informatichese si chiama "Passaggio in produzione".
Si rende produttivo un nuovo sistema o un aggiornamento sostanziale e lo si fa, come da prassi, di sabato o nei momenti in cui la fabbrica si ferma.
L'operazione è delicata per vari motivi : il tempo a disposizione, la predominanza di attività notturne, una considerevole mole di dati da elaborare e non ultimo il timore di ritrovarsi Lunedì con degli strascichi, con qualcosa che ancora non va.

Al fine di evitare tutto ciò negli ultimi giorni si è parlato di piano di lavoro, ma soprattutto del piano di "contingency" e di tutte le attività relative al roll-back.

In poche parole cosa fare se le cose vanno bene, quando le cose invece vanno male e da dove ripartire nel caso si dovesse ripristinare la situazione precedente dicendo : "scusate abbiamo scherzato ".

La metodologia del cambiamento è o sta diventando una scienza. Tutto va previsto, andate, ritorno, piano di emergenza, comunicazione, condivisione delle tempistiche con il Business e l'Impact Analisys. Quest'ultima attività ha il compito di capire chi (le persone) cosa (i servizi) è  coinvolto nel cambiamento e nelle eventuali anomalie, per essere più efficaci sia nella comunicazione che nel dimensionare le attività e le risorse necessarie al successo.

Anche se la cosa potrebbe sembrare facile, la storia e le persone,soprattutto, fanno la differenza. Non sempre, anzi quasi mai, esiste la documentazione e, le scoperte a cose fatte sono una normalità.
L'imprevisto è parte della vita ma è divertente spesso verificare come un'azione insignificante riesca a determinare effetti devastanti su cose e sistemi che si pensavano lontani e quasi indipendenti . Cosi può succedere che una minima modifica di configurazione locale, riesca a bloccare sistemi a decine o centinaia di chilometri. Tutto è inevitabilmente e tragicamente collegato.

La memoria delle persone, le competenze unite all'esperienza sono ancora determinanti anche se la suddetta scienza tenta  in qualche modo di renderle neutre ai fini della gestione del cambiamento.
Ogni volta che avviene una spersonalizzazione di un mestiere o di una specifica parte di un lavoro, inizia il viale del tramonto. Il progresso e la tecnologia si preparano a subentrare all'uomo. E' successo, in passato, con le catene di montaggio oggi popolate da robot, sta succedendo con il mestiere di programmatore, dove strumenti sempre più semplici ed efficienti stanno standardizzando tutto, succederà anche nella comunicazione televisiva dove penso che in futuro avremo degli avatar al posto degli speaker. Ad esempio, non sarà  necessario uno uomo/donna per leggere un telegiornale.
Quando un mestiere si affranca dalla creatività e sregolatezza umana è pronto per essere robotizzato.
La "pazzia" è la vera ricchezza dell'uomo!

Insomma un casino fare le cose fatte bene, anche se devo dire che va meglio oggi che qualche anno fa, quando si faceva il tutto con molta più superficialità e minor senso di collaborazione. Forse il mondo era un pò più semplice e più governabile. Oggi quando si tocca un touch screen di un computer si rischia di coinvolgere qualche centinaio di dispositivi tutti funzionanti a formare percorsi informativi virtuali o fisici. I nostri polpastrelli che corrono lungo la rete e fanno il giro del mondo.

Oggi il vero cuore del mondo non sono i computer, ma la rete che li collega e permette la condivisione delle informazioni.
La rete oggi strumento di collegamento è avviata a diventare il vero elaboratore globale.
Governarla sarà una delle sfide future.

giovedì 18 novembre 2010

Pit Stop

Fossi una formula uno, direi di aver bisogno di un pit stop, di un cambio gomme, un pò perchè già usurate ma soprattutto perchè  la strada sembra diventata scivolosa  a causa del ghiaccio.
Dal ritorno delle vacanze è stata tutta una tirata sul lavoro.
Cosciente o no, sono rientrato nei soliti ritmi, via via sempre più serrati, con situazioni sempre al limite, dove il minimo errore può provocare un' uscita di strada.
Gli errori o gli imprevisti non  sono più permessi, tutto diventa critico e intoccabile e sul pur minimo cambiamento sono richieste garanzie impossibili.
Dovessi trovare un'analogia con i recenti fatti avvenuti in Ferrari, molto dipende dalle decisioni di scuderia, ma molto più spesso dalle decisioni non prese.
Mi verrebbe da dire che se non si tocca niente non succede niente, al limite si rischia di invecchiare nella noia.
Così serve un fine settimana lungo, a pensare ai fatti miei, a fare il "cambio gomme" recuperando un pò di energie e dimenticando per un pò l'aria sempre più irrespirabile del lavoro.
Soprattutto serve riprendere le giuste misure con il lavoro, per l'importanza che ha, ma anche per quella che non deve avere.
Non è più una sicurezza, oramai questo è assodato, ma l'incertezza non deve minare le poche certezze rimaste.

martedì 9 novembre 2010

Processo Aziendale


Un giorno vedi delle persone intente ad ammucchiare tutte le foglie secche cadute dagli alberi in questo autunno piovoso oltremisura.

In breve tempo le foglie spariscono.

L’erba torna verde, “immacolata”, come nuova e di primavera.
Solo la luce sbiadita del giorno autunnale dipinge ombre più lunghe smorzando il verde brillante.

Il giorno successivo, l’erba non è più la stessa, la notte e il tempo hanno demolito le foglie più deboli facendole cadere.
Persone armate di rastrello pettinano gli alberi più alti facendo cadere le foglie già secche  e sfinite.
L’erba comincia a riprendere un aspetto autunnale, il verde si macchia del colore delle foglie morte.

Passa ancora una notte e le persone che il giorno prima curavano le piante di alto fusto le vedi alle prese con i cespugli,  come in una lotta li scuotono spogliandoli pure loro delle foglie secche.

Ora il prato è di nuovo pronto per il vento della ramazza a motore
Con il nuovo giorno ritornano i rumori dei motori a spingere e ammucchiare foglie soffiandoci sopra.

Così, fino alla fine delle foglie.

mercoledì 27 ottobre 2010

Manager o Capi

Li chiamerei Manager se fossero in grado di coordinare persone e attività.
Li chiamerei Manager se fossero in grado di gestire i rapporti con le persone e i loro collaboratori, dopo essersi guadagnati quello che ora non saprei tradurre ma che in inglese si chiama "leadership".
Altri l'etichetta di Manager se la portano come gadget aziendale, come fosse il Pc portatile o il BlackBerry.
Nessuno conosce, spesso,  il loro passato e l'eventuale buona reputazione che dovrebbero portarsi appresso.
Molti invece così si definiscono, anche grazie alla loro "cattiva" reputazione, sempre conquistata sul campo.

Manager sono coloro che sanno guardare avanti, annusare la Terra ormai prossima , mentre i collaboratori meditano l'ammutinamento, ma vincono la sfida rischiando fino all'ultimo.
Quelli veri sono coloro capaci di conquistarsi fiducia e credibilità, anche grazie alla schiettezza e trasparenza, oppure coloro che realizzano cose che inizialmente sembravano solo dei sogni o dei desiderata, con pazienza e tenacia, passo dopo passo.
Coloro che, con caparbietà e competenza, fanno diventare i loro obiettivi anche gli obiettivi delle persone con cui collaborano e che coinvolgono nell'impresa, non dimenticando, alla fine, di gratificarne l'impegno.

Manager sono coloro che riescono a porsi a capo di altri Manager o aspiranti tali, senza per questo limitarne autonomia e possibilità di crescita.
I buoni Manager sanno circondarsi di persone capaci e affidabili, non da sudditi sempre proni.

Altrimenti si è solo dei capi. Comandanti e controllori di gruppi di persone che non necessariamente condividono gli stessi obiettivi, forzati in quella situazione da necessità, più che dall'amor proprio e dall'ambizione personale.

In ogni caso ci sono sia dei buoni Manager come pure dei buoni Capi, quando sono guidati dal rispetto degli altri e da una buona dose di umiltà.