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domenica 8 dicembre 2013
Crea - Sagron dell'Immacolata
mercoledì 9 ottobre 2013
Cinquant'anni fa
Cinquant'anni fa, il 9 Ottobre del 1963, non avevo ancora
sei anni.
Avevo da poco iniziato le Elementari alla scuola G. Parini,
nella vecchia villa veneta, una delle tante appartenuta ai Pisani, al mio
paese. L’aula di quella prima era situata a sud est. Le grandi finestre guardavano
sull'ampio cortile, che sarebbe stato, negli anni a venire, teatro di indimenticabili
partite a calcio e sfide a bandiera.
L’anno scolastico era cominciato come da tradizione il 1
ottobre e già il 4 ottobre si era festeggiato, con un giorno di vacanza, San Francesco,
patrono d’Italia.
Eravamo una classe mista, tutti rigorosamente con il grembiule
nero, che ci rendeva tutti uguali e faceva risparmiare bucati alle nostre
madri. Le lavatrici, in quegli anni, erano ancora un lusso. I ragazzini avevano
il fiocco azzurro, annodato attorno al colletto, mentre le ragazzine lo
portavano rosso.
Eravamo una trentina in classe, seduti a due a due su due
file di banchi neri. Cominciammo a imparare a scrivere esercitandoci a fare le “aste”.
La maestra, una signora, magra, alta, con i capelli neri corti,
portava anche lei il grembiule nero. La ricordo come una persona buona e
paziente. L’anno dopo se ne sarebbe andata sostituita non mi ricordo più da
chi.
Mi giunse l’eco del disastro del Vajont, attraverso la televisione,
che già mio padre aveva comprato e ascoltando i discorsi delle persone,
sbigottiti davanti a tanta “inspiegabile” distruzione.
Non ne percepivo la vastità ne l’immenso dolore. Solo con
gli anni ho compreso attraverso documenti e racconti di coloro che
parteciparono ai primi soccorsi.
Sono stato più volte su quella diga e pochi anni dopo, una
gita parrocchiale, fece tappa al cimitero di Longarone a portare dei fiori e a celebrare una messa.
lunedì 7 ottobre 2013
Carmignano sul Brenta
Carmignano mi ricorda una di quelle corse, dove qualche anno fa, quando ero allenato, sono andato più forte. Ricordo la distanza e il tempo ma soprattutto quella sensazione di leggerezza, un sorta di stato di grazia che, l'allenamento di quei tempi, di tanto in tanto mi donava.
Ieri c'era un altro stato di grazia, più legato alla grinta, alla voglia, nonostante tutto, di ripercorrere quei sentieri.
Ma i luoghi sono unici, come unici i ricordi e le emozioni che riportano a galla. Non basta il ricordo dei momenti felici, non basta la voglia e la motivazione nuova del ritorno. Non basta...
Si rimane un po sbigottiti, forestieri, aspettando il momento più opportuno per scappare.
Poi come un'acqua intorbidita, si aspetta che tutto torni nel fondo, restituendo quel po' di limpidezza che permetta di riguardare avanti.
sabato 9 febbraio 2013
La caldaia
La porta della cucina sembrava un tutt'uno con la porta del
corridoio. Stavano vicine in un angolo
della sala da pranzo. Quest’ultima pareva un lusso che non ci potevamo
permettere, era poco usata e perciò inutile. La vita si svolgeva d’inverno
tutta tra il cucinino e il salotto che, nei primi anni della mia infanzia, erano separati da una grande porta a vetri. Poi la porta a vetri fu rimossa. All'ora di cena, la tavola che di solito stava appoggiata a un angolo della
cucina, veniva spostata al centro. In questo modo si poteva vedere la televisione, posta in fondo al salotto, proprio nel mezzo tra due finestre. Io ero l'unico che mangiava volgendo le spalle alla
tv, così passavo parte del tempo a voltarmi. Cenavo in fretta per potermi poi sdraiare comodamente sul divano. Chissà se, per colpa di quelle cene, oggi mi
trovo a divorare le pietanze in pochi minuti.
Al centro del cucinino, proprio di lato alla porta, c’era la cucina economica, quella stufa, comune in tutte le famiglie di quegli anni, con l'apertura fatta di
cerchi concentrici, con al centro il forellino attraverso il quale si vedeva il
fuoco . La canna fumaria smaltata di bianco, saliva
sulla destra scomparendo nel muro, con un'ansa appena sopra la cappa. Su un lato della stufa stava la caldaia dell'acqua calda sempre pronta all'uso e rabboccata in continuazione. Ne usciva un vapore continuo. La cappa era lunga quanto il cucinino ed era normalmente ornata da un merletto fatto all'uncinetto.
Durante l’inverno accendere la stufa era la prima cosa che si faceva la mattina. Il tepore che ne usciva rendeva il giorno più piacevole.
Durante l’inverno accendere la stufa era la prima cosa che si faceva la mattina. Il tepore che ne usciva rendeva il giorno più piacevole.
La sala da pranzo, oltre la porta della cucina, d’inverno
era una stanza fredda, quasi un ripostiglio. La si degnava appena di uno sguardo
prima di entrare nello stretto corridoio che portava al magazzino. Mai mi è venuta
la voglia di trascorrerci del tempo, nemmeno nella buona stagione. Certi luoghi
nascono male e non accendono nessuna ispirazione ne emozione.
Il corridoio, largo appena un metro correva dietro l'entrata di casa per non più di tre metri. Una luce fioca, che stava sulla
sommità della porta lo illuminava, ma si poteva attraversalo senza intralciare, anche al buio. In
prossimità del magazzino c’era l’anfratto del sottoscala, vero ricovero di cose
inutili e dimenticate. Il magazzino, con
l’arrivo della macchina, cominciò a chiamarsi garage. Era chiuso da un grande portone scorrevole in lamiera. Si faceva fatica ad aprirlo e per questo, mio padre usava spesso lubrificarne
le rotaie. Ai lati del magazzino, in alto, c’erano
due grandi scansie dove stavano appoggiati gli attrezzi di mio padre : cazzuole,
martelli oltre che barattoli aperti di vernice, il più delle volte destinati a seccarsi. I miei erano soliti appoggiarci sopra anche tutte le cose pericolose, quelle che
dovevano rimanere inaccessibili ai bambini. Noi lo sapevamo e la curiosità non
ci ha mai spinto a pericolose scalate.
Il pavimento era in
cemento lucidato di un colore rosso porpora. Quel magazzino, tramutatosi con il progresso e un po' di benessere, in garage veniva illuminato da una sola finestra senza
balcone, protetta da una robusta
inferriata. Era quella l’unica finestra della casa che volgeva a tramontana. Guardava verso i campi e per questo pensavamo fosse molto discreta e appetibile per i ladri. Il garage proseguiva, restringendosi, verso
una zona rialzata, dove stava la caldaia del
riscaldamento. Era una Buderus a gasolio, capace di 30000 calorie, che
prendeva il gasolio dalla cisterna che stava appena davanti alla porta del
garage. Sembrava fosse protetta da
un groviglio di tubi che collegavano le pompe e l’ebollitore dell’acqua calda.
La caldaia, di un colore azzurrognolo, aveva agganciato davanti il bruciatore verde, con una luce
rossa che si accendeva quando avveniva “un blocco”, in caso di mancata accensione.
Il rumore del bruciatore ricordava quello di un vero acciarino. Durava circa
30 secondi. L’accensione aveva il suono di una enorme vampata, dopo di che un rumore
sordo e continuo ne testimoniava il corretto funzionamento.
La caldaia riscaldava pure il garage, così serviva per asciugare i panni quando non c’era il sole. Dopo pochi anni, sul lato libero di quel locale, comparve una zona lavanderia e un piatto doccia utile a salvaguardare il bagno
buono.
Quando, nel 1989, ci fu da decidere, da sposato, che caldaia
mettere nella nuova casa, c’erano già soluzioni a muro ad accensione
istantanea. Ciò nonostante, anche per evitare di prenderne una non adatta,
preferii una caldaia a basamento, di certo più moderna di quella della mia
infanzia. Era comunque massiccia e, tra
le varie caratteristiche che ricordo, emetteva un "rumore sordo che ne testimoniava il corretto funzionamento".
giovedì 14 giugno 2012
Gli occhi della mazza
Per prima cosa ho imparato a fare il manovale nell’impresa edile di mio
padre.
Durante gli anni della scuola superiore passavo così tutte le estati. Ne
uscivo abbronzato e irrobustito come avessi fatto mesi di palestra. Avevo
energia da vendere e, quando verso settembre riprendevo gli allenamento del
calcio, ero tra i più in forma. La scuola dei miei tempi cominciava il primo
Ottobre.
Con l’inizio della scuola terminavo il lavoro di manovale. Le mani
callose, pensavo che lavorare con i guanti fosse una forma di debolezza,
ritornavano ben presto meno ruvide e un po’ più sensibili.
Con i calli sparivano anche le botte e le cicatrici, a ricordo delle
ferite varie che per distrazione o troppo impeto mi procuravo con regolarità.
Fortunatamente quasi sempre in posti diversi.
Per le mani la questione era diversa.
Uno dei primi lavori che mio padre mi affidò fu quello di “aprire una
porta”, cioè abbattere una parte di muro dove doveva essere installata una
porta. Con cura lui al mattino fece le misure e le tracciature del caso . Poi
mi affidò uno scalpello ben affilato e una mazza per picchiare.
Come dicevo, l’energia non mi mancava, e nemmeno la voglia di far vedere
di essere capace e veloce nel fare i lavori. Insomma ci tenevo a fare bella
figura con mio padre, sempre presente e concentrato sul lavoro.
Quella mattina dopo aver dato i primi colpi con forza e precisione, aprendo
la prima breccia, mi passò sia il martello che lo scalpello, dicendomi di continuare
e fare ben attenzione a colpire lo scalpello
e non la mano che lo teneva.
Io ero rimasto sorpreso sia dalla forza che dalla sicurezza dei suoi
colpi. Sembrava che mazza e scalpello si conoscessero e si cercassero, tanta era
la precisione.
Quando toccò a me, in presenza di mio padre, mi limitai a dare dei
colpetti, prendendo le misure sia con la mazza che con lo scalpello e, già in
quei primi momenti notai che i due , mazza e scalpello, non sembravano più
amici come quando erano nelle mani di mio padre. Insomma non era facile colpire
con precisione.
Rimasto solo e presa un po’ di confidenza, aumentai sia la frequenza che
la forza.
Finché il braccio non avvertì i primi sintomi di stanchezza i colpi
furono abbastanza precisi e buona parte del muro cedette, ma con l’affaticamento
arrivarono i primi errori che immancabilmente fecero atterrare la mazza sulla
povera mano, che sosteneva lo scalpello.
Le botte furono memorabili, tanto da farmi lasciare la presa, come se lo
scalpello fosse diventato di colpo rovente.
Accennai solo dei piccoli urli, tanto nessuno mi avrebbe sentito ma,
dopo qualche minuto, necessario per far passare il dolore, riprendevo con vigore
ma sempre minore fiducia. Alla fine il muro fu demolito completamente, ma la
mia mano sinistra era diventata gonfia e dolorante. Durante la parte finale del
lavoro avevo cercato e indossato dei guanti che attutirono le ultime botte.
Quando mio padre fu di ritorno, vide con favore il lavoro terminato.
Diede gli ultimi colpi di rifinitura e poi posò gli occhi sulla mia mano, che
di tanto intanto guardavo preoccupato.
“Ma quante botte ti sei dato per ridurti in quel modo ?”, mi chiese.
“Poche..”, risposi evasivo, ricordando ancora i dolori uno per uno.
“Ma perché non hai fatto gli occhi alla mazza”, disse ridendo, “se facevi
gli occhi alla mazza non avresti sbagliato un colpo….”.
Io guardai la mazza, divertito, immaginando dove avrei potuto
posizionare gli occhi.
Avevo molto ancora da imparare……
lunedì 28 maggio 2012
Gita a Venezia
28 Maggio 2010
mercoledì 25 gennaio 2012
Gli ultimi quattro giri
“Tra quindici giorni farai un 10 mila”, mi disse
l’allenatore una sera di maggio appena terminato l’allenamento.
“In pista, un diecimila ?”,
chiesi come a voler dire, “Non sono preparato, posso giustificarmi ?”.
“Si, ti ho già iscritto”, mi disse con il tono di chi domina i programmi dei suoi atleti.
Da quel giorno fu come avessi segnato sul calendario una ricorrenza importante. Una data a cui non potevo sfuggire. Quella gara mi procurò, nei giorni successivi, un ansia e un pensiero continuo.
Sapevo che sarebbe stata una sofferenza.
Non mi spaventava la distanza. Già le tabelle di allenamento che stavo seguendo, prevedevano un allenamento ad andatura medio veloce, sui diecimila metri, tutti i mercoledì.
Io rispettando diligentemente quanto previsto, percorrevo la distanza su un circuito, presso gli impianti sportivi vicino casa, della lunghezza di 1200 metri : poco più di otto giri.
Riuscivo a tenere una andatura di poco inferiore ai quattro minuti al km e, dopo meno di 40 minuti la sofferenza e lo sforzo finivano.
La pista invece, con i sui 400 metri di lunghezza, non mi era mai piaciuta. Troppo difficile dal punto di vista mentale inanellare chilometri girando in un anello così breve.
Non sopportavo nemmeno fare i 3000 metri, che finivano dopo appena sette giri e mezzo.
Per fare 10000 metri bisognava concludere 25 giri di pista !
“Si, ti ho già iscritto”, mi disse con il tono di chi domina i programmi dei suoi atleti.
Da quel giorno fu come avessi segnato sul calendario una ricorrenza importante. Una data a cui non potevo sfuggire. Quella gara mi procurò, nei giorni successivi, un ansia e un pensiero continuo.
Sapevo che sarebbe stata una sofferenza.
Non mi spaventava la distanza. Già le tabelle di allenamento che stavo seguendo, prevedevano un allenamento ad andatura medio veloce, sui diecimila metri, tutti i mercoledì.
Io rispettando diligentemente quanto previsto, percorrevo la distanza su un circuito, presso gli impianti sportivi vicino casa, della lunghezza di 1200 metri : poco più di otto giri.
Riuscivo a tenere una andatura di poco inferiore ai quattro minuti al km e, dopo meno di 40 minuti la sofferenza e lo sforzo finivano.
La pista invece, con i sui 400 metri di lunghezza, non mi era mai piaciuta. Troppo difficile dal punto di vista mentale inanellare chilometri girando in un anello così breve.
Non sopportavo nemmeno fare i 3000 metri, che finivano dopo appena sette giri e mezzo.
Per fare 10000 metri bisognava concludere 25 giri di pista !
“Un’agonia e una sofferenza”,
pensavo nei giorni che precedettero al gara.
La gara arrivò un sabato di Maggio. Il meeting era tutto dedicato ai 10000 in pista.
Gli iscritti erano tutti giovani e probabilmente io, con i miei 37 anni, ero il più vecchio.
Le batterie erano congegnate in modo da mettere in gara atleti delle prestazioni paragonabili. A me, che non avevo mai corso la distanza, assegnarono l’ultima batteria, quella che avrebbe chiuso il meeting.
Dopo la prima gara, capii che tra me e il più scarso dei concorrenti, c’erano alcuni minuti di differenza. Avevo la netta sensazione di essere capitato nel posto sbagliato.
Ma ormai c’ero e decisi di partecipare, qualunque fosse stato il risultato.
Più la gara si avvicinava, più la mia inquietudine cresceva.
Quando mi chiamarono alla partenza, l’ansia sparì. Mi accostati agli altri e tremante attesi il fatidico sparo.
Partii con la stessa lena degli altri ma, dopo poche centinaia di metri, capii che quel ritmo sarebbe stato un suicidio per me. Rallentai e mi lasciai sfilare in fondo a tutti .
Passai al primo km in tre minuti e trenta secondi, già un po’ distaccato dal gruppo. Da quel momento mi preoccupai solo di arrivare trovando il ritmo giusto. Rallentai fino ad correre su ritmi a me più congegnali, facendomi doppiare più di una volta dagli altri concorrenti.
Contavo i giri che mi mancavano ad ogni passaggio sotto l’arrivo.
Ad un certo punto, mentre percorrevo la parte opposta al rettilineo finale, sentii le voci concitate del pubblico che assisteva all’arrivo dei primi. Quando passai, ormai solo in pista, sotto l’arrivo, i giudici di gara avevano impostato il contagiri a -4. Mi mancavano ancora 4 giri.
Percorsi quegli ultimi 1600 metri come fossero in leggera discesa. Pensando a ogni passaggio che oramai era finita.
Tagliai il traguardo in 38’ e 59”. I giudici, che mi stavano aspettando, avevano tutta l’aria di chi aveva molta fretta di andare a casa.
Entrai negli spogliatoi dove alcuni dei miei avversari erano già usciti dalla doccia.
Salutai, con un certo imbarazzo, dicendo : “Sono arrivato”, ma nessuno mi accennò qualcosa che potesse assomigliare a una sorta di risposta.
L’allenatore, valutando il tempo, probabilmente compromesso dalla partenza a razzo, mi disse che potevo fare meglio e con l’esperienza avrei imparato a gestire meglio la gara.
Io gli risposi che quell’esperienza mi sarebbe bastata per il resto dei miei giorni.
La gara arrivò un sabato di Maggio. Il meeting era tutto dedicato ai 10000 in pista.
Gli iscritti erano tutti giovani e probabilmente io, con i miei 37 anni, ero il più vecchio.
Le batterie erano congegnate in modo da mettere in gara atleti delle prestazioni paragonabili. A me, che non avevo mai corso la distanza, assegnarono l’ultima batteria, quella che avrebbe chiuso il meeting.
Dopo la prima gara, capii che tra me e il più scarso dei concorrenti, c’erano alcuni minuti di differenza. Avevo la netta sensazione di essere capitato nel posto sbagliato.
Ma ormai c’ero e decisi di partecipare, qualunque fosse stato il risultato.
Più la gara si avvicinava, più la mia inquietudine cresceva.
Quando mi chiamarono alla partenza, l’ansia sparì. Mi accostati agli altri e tremante attesi il fatidico sparo.
Partii con la stessa lena degli altri ma, dopo poche centinaia di metri, capii che quel ritmo sarebbe stato un suicidio per me. Rallentai e mi lasciai sfilare in fondo a tutti .
Passai al primo km in tre minuti e trenta secondi, già un po’ distaccato dal gruppo. Da quel momento mi preoccupai solo di arrivare trovando il ritmo giusto. Rallentai fino ad correre su ritmi a me più congegnali, facendomi doppiare più di una volta dagli altri concorrenti.
Contavo i giri che mi mancavano ad ogni passaggio sotto l’arrivo.
Ad un certo punto, mentre percorrevo la parte opposta al rettilineo finale, sentii le voci concitate del pubblico che assisteva all’arrivo dei primi. Quando passai, ormai solo in pista, sotto l’arrivo, i giudici di gara avevano impostato il contagiri a -4. Mi mancavano ancora 4 giri.
Percorsi quegli ultimi 1600 metri come fossero in leggera discesa. Pensando a ogni passaggio che oramai era finita.
Tagliai il traguardo in 38’ e 59”. I giudici, che mi stavano aspettando, avevano tutta l’aria di chi aveva molta fretta di andare a casa.
Entrai negli spogliatoi dove alcuni dei miei avversari erano già usciti dalla doccia.
Salutai, con un certo imbarazzo, dicendo : “Sono arrivato”, ma nessuno mi accennò qualcosa che potesse assomigliare a una sorta di risposta.
L’allenatore, valutando il tempo, probabilmente compromesso dalla partenza a razzo, mi disse che potevo fare meglio e con l’esperienza avrei imparato a gestire meglio la gara.
Io gli risposi che quell’esperienza mi sarebbe bastata per il resto dei miei giorni.
sabato 21 gennaio 2012
La grinta dell'estro
Mio padre diceva che non avrei mai
fatto carriera nel mondo del calcio perché non avevo la grinta
necessaria.
Difatti di carriera nel calcio non ne
ho fatta, di certo la grinta non era sufficiente, ma sono convinto
che questa non sia stata l'unica motivazione.
Ritornando alle parole di mio padre di
certo, esse avevano un effettivo fondo di verità. Non giocavo male a
calcio, ero dotato di una buona tecnica, atleticamente ero adatto e
avevo anche delle doti di leadership che mi hanno, soprattutto nelle
categorie giovanili, fatto vestire i gradi di capitano della squadra.
Giocavo mediamente bene e, quando
facevo l'attaccante, mi riusciva anche di fare spesso qualche goal.
Il mio approccio però alla partita era sempre in po' da spettatore,
da quello che non riusciva a far andare le cose come voleva lui. Mi
capitava quasi sempre di non entrare completamente in partita.
Non era quindi la grinta a motivarmi,
che al contrario mi avrebbe fatto entrare ogni volta in campo con la
voglia di spaccare il mondo.
Mi piaceva giocare e far giocare
privilegiando la forma e la bellezza, alla sostanza e alla grinta.
Applicando queste regole non sempre era
facile vincere.
Altre volte a partita iniziata ero
baciato da un particolare stato di grazia, che poteva scattare per
mille motivi : un bel passaggio, un duello vinto oppure l'aver visto
a bordo campo qualcuno, a cui tenevo, che era venuto a vedermi. Da
quel momento diventavo imprendibile, riuscivo a vincere quasi tutti i
contrasti, facevo cose impensabili e tutto mi riusciva di una
facilità estrema. Non di rado in quelle occasione riuscivo pure a
fare goal. Questa condizione riusciva a far emergere pure la grinta e
una maggiore voglia di lottare, con la convinzione di poter superare
l'avversario.
Mio padre dopo prestazioni simili non
finiva di elogiarmi, ma alla partita successiva ritornavo, quasi
sempre, nel solito torpore.
Quindi più che aiutato dalla grinta
ero caratterizzato dall'estro che scattava secondo dinamiche del
tutto imprevedibili.
Non ho mai capito quali potessero
essere le situazioni capaci di far scattare questo stato di grazia.
Nel prosieguo della vita ho potuto
verificare che tra le condizioni esterne capaci di motivarmi nel
raggiungimento di certi obiettivi c'era la famiglia e lo stato
affettivo, mentre per tutti gli anni in cui ho praticato la corsa, ho
potuto beneficiare dello stato di benessere indotto dalla attività
fisica, capace di trasmettere energia e una visione della vita del
tutto positiva.
Un tempo paragonavo questa condizione a
quella leggera ebrezza che prende dopo aver bevuto un bicchiere di
vino.
Oggi pensavo questo, mentre correvo
lungo la pista ciclabile e a un certo punto ho cominciato, in
centro al paese, a saltare come un ragazzino sopra i parra-carri
posti al lato della strada, incurante dei giudizi di che stava
guardano.
Era palese a tutti che a fare quei
gesti non era un ragazzino, ma un ultra cinquantenne, ma a me andava
di farlo e stavo bene, sicuro di non farmi male o scivolare.
Passato il paese, preso da questo
inatteso benessere, ho pensato bene di fare degli allunghi, come ai
bei tempi. Appena il respiro cominciava a diventare affannoso,
pensando al mio cuore, rallentavo immediatamente. In ogni caso ho
ritrovato, per qualche minuto, quello stato di grazia provato nei
campi di calcio di quando ero ragazzo.
Forse non ho mai capito di essere più
creativo che tecnologico, più estroso che grintoso.
Meglio, l'ho capito troppo tardi.
lunedì 12 settembre 2011
Primo giorno di scuola
Del 1 Ottobre 1963 non ricordo
più niente. Mi è rimasta in mente solo l’aula dentro alla quale ho passato quel
primo anno di scuola. Ricordo la figura della maestra, il suo nome e il fatto
che l’anno dopo fu sostituita da non so chi. Ho passato i restanti quattro anni
con una maestra di cui non ricordo assolutamente niente.
Il nero era il colore
predominante. Nera era la lavagna, neri erano i grembiuli, scuri erano i muri, neri erano i banchi di legno e
le imposte grandi di quell’austero edificio sembrava non bastassero a illuminare la stanza.
Azzurro era il fiocco al collo
dei maschi mentre rosso era quello delle femmine. Nulla sembrava essere
lasciato al caso. Come catalogati erano i maschi e le femmine anche i poveri
erano divisi dai non poveri. Di ricchi non ce n’erano.
I poveri ricevevano libri e
quaderni gratis. I squaderni dei poveri avevano pure loro la copertina nera e
il bordo delle pagine era colorato di rosso. A me piacevano molto e avrei
desiderato essere povero per avere quei quaderni.
C’era il capoclasse. Di solito
era eletto il più bravo della classe che, quando la maestra doveva assentarsi
per qualche motivo, controllava la classe separando i buoni dai cattivi. Li
scriveva diligentemente sulla lavagna su due colonne ben distinte.
Come essere buono ? Tutti avevano
al loro tattica : alcuni se ne stavano accucciati, sul banco senza fiatare
mentre altri guardavano i compagni cercando chi fosse il più buono. Il rigoroso
silenzio e la gara alla santità durava pochi minuti. Quando l’assenza della
maestra superava i quindici minuti, i cattivi avevano sempre il sopravvento sui
buoni che comunque restavano buoni in quanto vittime dei cattivi.
Il primo della lista dei cattivi veniva, al ritorno
della maestra, espulso dalla classe per qualche minuto.
L’umiliazione era forte sia quando si era cacciati sia quando si rientrava.
Il resto dei ricordi sono legati
al grande cortile della scuola dove ho giocato a bandiera e memorabili partite
di calcio.
Verso la quarta elementare, una
supplente per tenerci tranquilli, usava la bacchetta picchiando sulle mani dei
più vivaci che disturbavano i compagni.
Infine non ho mai dimenticato gli
amori platonici, mai confessati, verso un paio di bimbe.
Ricordo ancora i loro nomi.
E’ proprio vero, gli amori non si
dimenticano mai.
lunedì 25 luglio 2011
Luglio 1984
Nel 1984 i condizionatori erano ancora un lusso. Pur essendo già installati in molte abitazioni, non avevano ancora raggiunto la diffusione dei nostri giorni anche a causa dei prezzi ancora poco accessibili ai più.
Il caldo di quei tempi non era dissimile da quello dei nostri giorni, anche se molti, oggi dicono che negli ultimi anni le temperature si siano innalzate e di conseguenza anche l'estate sia diventata ancora più torrida.
Tutti hanno un po' di ragione, ma ventisette anni fa, il rimedio più comune al caldo era spostarsi verso il fresco dei monti poco distanti oppure, quando ciò non era possibile, soffrendo un po', si sopportava l'afa, attendendo con ansia il refrigerio temporaneo di un temporale o le prime notti fresche di agosto.
Si applicavano, a quei tempi, una sorta di rimedi naturali ,diversamente da oggi che tendiamo a fare una vita sigillata, in parte passata dentro casa e in parte dentro alle auto, sempre rigorosamente “chiusi dentro”, temendo di farci scappare quel fresco artificiosamente prodotto.
C'erano poi le mezze misure, i piccoli espedienti per racimolare dei momenti di fresco, frequentando luoghi particolari dove solitamente un filo di vento si trovava sempre.
Dalle mie parti, Fusina era uno di questi.
Fusina si trova sulla laguna di Venezia. E' uno dei punti della terra ferma da cui si possono prendere i mezzi per raggiungere Venezia e altri punti della Laguna.Si trova nelle vicinanze di una centrale elettrica e ai margini di Porto Marghera. Da quelle parti, nei pressi di un camping c'è, ancor oggi, un piccolo spiazzo verde che si affaccia sulla Laguna, meglio , che si affaccia sul “Canale dei Petroli”, percorso quotidianamente da navi di ogni stazza,
Questo piccolo prato verde ha il pregio, anche nelle sere d'estate più calde, di offrire un po' di refrigerio grazie a una brezza fresca che non manca mai.
Da li si può ammirare Venezia e il suo Porto e le isole del Lido e Pelestrina.
Volgendo, poi, lo sguardo a Sud si possono notare le luci di Chioggia.
Allora, come credo ancor oggi, rumori sordi annunciavano il passaggio di navi lungo il canale prospiciente. Era uno spettacolo vedere quei giganti del mare transitare lenti, tanto vicini da poterli quasi toccare, chiudendo per un po' il sipario sulla Laguna.
Così nelle sere d'estate più afose, quando il caldo sembrava insopportabile, si prendeva la macchina e raggiunta Fusina si stava la, ad ammirare la Laguna, godendo di quella brezza fino a tarda ora.
Molti erano coloro che passavano di là, alcuni arrivavano muniti di sedie, altri, invece, paseggiavano su e giù fermandosi di tanto in tanto a guardare il panorama pieno di luci.
Anche a tarda ora i canali, delimitati dalla Bricole, erano solcati da motoscafi e barche di ogni tipo, che sbucavano nel buio, preannunciate dal rumore dei motori.
Quella domenica 22 luglio del 1984, come altre volte, usando, chissà perchè, la Fiat 126 al posto della più confortevole Renault 5, si andò a prendere un po' di fresco da quelle parti.
Macchina e le strade un po' sconnesse non permisero un viaggio confortevole.
Due giorni dopo, era la notte di martedì 24, cominciarono le prime doglie, all'inizio rade poi sempre più frequenti.
Verso l'una decidemmo di andare all'ospedale. L'attesa durò fino alle 7 del mattino, quando nacque il mio primo figlio.
Quel viaggio un po' scomodo, in cerca del fresco, pensai in seguito, forse aveva anticipato la nascita.
sabato 18 giugno 2011
L'investimento sicuro
Non sono passato indenne attraverso la tempesta che investì il mondo finaziario agli inizi degli anni 2000 : il crollo della bolla Internet e tutto quello che ne conseguì. In quei tempi era normale, per me, consultare freneticamente l'andamento degli indici azionari.
Presi confidenza con quasi tutto gli indici mondiali,.Al mattino presto controllavo come avevano chiuso gli indici asiati per poi focalizzarmi su quelli europei che comunque potevano sempre esseere influenzati nel bene e nel male dall'andamento delle borsa di New York.
Passai notti e giorni da incubo.
In quegli anni avvenne anche l'introduzione dell'euro, quale moneta unica europea e il fatto comportò per tutti una riduzione del potere di acquisto reale. Pian piano il rapporto di cambio tra lira e euro, fissato dalla banca europea a 1.936,27 , andò alla deriva e avvenne, in Italia, una semplificazione devastante che portò ad equiparare le vecchie mille lire a un euro.Tutto ciò contribuì ad aumentare le difficoltà di tutti, meglio di molti, visto che il tasso di cambio venne scrupolosamente rispettato nel calcolo degli stipendi.
Dopo quel periodo nulla è tornato come prima e mai ritornerà. Bisogna guardare avanti.
Dal giorno dell'introduzione dell'euro, 1 Gennaio 2002, io cominciai però, una strana raccolta.
Comprai un grande salvadanio di terracotta e cominciai sistematicamente ad infilarci gran parte delle monete da uno e due euro che mi capiatavano nelle tasche. Questo salvò le tasche dei miei pantaloni e si rivelò qualche anno dopo l'investimento più azzeccato di quegli anni difficili.
Infatti mentre le azioni e i fondi non ne volvano sapere di crescere, il peso del salvadanio andò via via ad aumentare. Strada facendo provai a fare delle stime ma la cosa era del tutto approssimativa.
Nel 2005 la più ottimistica delle previsioni, mi portava a ritenere che dentro ci fossero 2000 euro.
Quando nacque il mio secondo figlio nel marzo del 2005 decidemmo di battezzarlo il 19 Giugno e "per non fare differenze" offrimmo il pranzo nello stesso ristorante del battesimo del primo figlio, 21 anni prima.
Quando si sommarono le spese che dovevamo sostenere, ci accorgemmo che i soldi non erano poi molti.
Preso un martello, con un colpo lo mandai un frantumi, liberando i chili di Euro in esso contenuti..
Dopo il conteggio scoprii che avevamo risparmiato circa 1500 euro, che furono molto utili in quei giorni.
In quegli anni, passati spesso, a seguire l'andamento degli indici azionari, quello fu l'investimento più azzeccato, utile e genuino.
mercoledì 15 giugno 2011
Luciano
Non si può dire che la sintesi fosse la sua virtù migliore.
In passato, se si lasciava una riunione durante un suo intervento, al ritorno lo si trovava a parlare con la stessa foga di quando si era usciti. Poi un po' sorpresi, ci si rendeva conto che, dopo tutto, non si era perso molto.
In fondo era un gran lavoratore, che ha dovuto, per molti anni, privilegiare la quantità alla qualità, operando sempre all'ombra di qualcun altro.
Quando per una serie di circostanze riuscì a uscire da quel cono d'ombra, gli fu assegnato un compito per il quale non era tagliato o preparato a sufficienza.
Cercò di sopperire alla qualità, che in quel caso era necessaria, ancora con la quantità, con scarsi risultati o forse perché l'impresa era difficile e basta.
Poi con l'avvicendarsi delle persone, si ritrovò solo a pedalare controvento. Nessuno “alzò una foglia”, per aiutarlo. Ben presto i nuovi lo videro in difficoltà e un po' allo sbando.
Non fu solo colpa sua, ma succede nel lavoro che, quando stai scivolando, chi può aiutarti si volta dall'altra parte.
Fu rimosso dall'incarico con una mail, dove non c'era futuro.
Lo ritrovai spaurito a chiedere dove poteva sedersi per lavorare.
Passò giorni di rabbia, dimenticato, seduto su una scrivania senza identità.
Si ricordarono di lui assegnandogli qualcosa da fare, qualcosa di completamente avulso da tutto e da tutti. Collaborai con lui cercando di dargli una mano.
A quei tempi, già il male lo rodeva dentro e, analogamente a quanto era successo a me, quei problemi di lavoro sembravano l'unica cosa che contava.
Non si curò di se stesso.
Lavorò gli ultimi tempi con l'energia di un maratoneta alla fine della corsa.
Poi arrivò lo stop. Un male oscuro lo stava divorando, incurante di Gaant, riunioni e progetti.
Ascoltandolo qualche mese fa, era come se riascoltassi gli stessi pensieri che io avevo fatto un anno prima, ai tempi della mia malattia.
Non pensò più al lavoro e riversò tutte le energie a combattere quel male che sembrava condannarlo.
Le terapie gli donarono energie e voglia di vivere aggiuntiva.
Tornato al lavoro, indossando un busto che gli sorreggeva la schiena, si diceva contento dei miglioramenti e fiducioso di vincere quella difficile guerra.
Ma il male, pur rallentato non si era fermato e, appena le terapie furono temporaneamente interrotte, riprese spedito il suo cammino
Le notizie degli ultimi giorni lo davano, spesso assente, nel letto di ospedale.
Quando lo vidi sofferente qualche mese fa, pensai che tutti avevano diritto a una seconda possibilità.
Stamattina ho capito che, non a tutti è concessa.
venerdì 20 maggio 2011
Il sole e la valle
Le strade che portavano in montagna quand’ero ragazzo erano molto più tortuose e strette di quanto lo siano adesso.
Arrivare alle “prime montagne”, come diceva mio padre, o nei pressi di Feltre, aveva per la mia visione del mondo e, per i mezzi di quei tempi, il significato di un vero e proprio viaggio.
La seicento di mio padre e poi la centoventtotto che la sostituì, soffrivano sia le pendenze che la distanza, anche se, me ne sono convinto in seguito, tutti questi timori erano in parte dovuti all’ansia e poca dimestichezza con la guida che aveva mio padre.
Di certo le strade erano, come dicevo prima, molto più tortuose e strette e i tempi di percorrenza, anche per questi motivi, molto più lunghi.
Quando si usciva per la gita domenicale in montagna, gran parte del tempo era dedicato al viaggio, magari girovagando di passo in passo per il gusto di vedere, passare per luoghi mai visti come se il tempo a disposizione stesse per scadere o non ci fossero altre occasioni future.
Solo una piccola parte della giornata era impegnata in pic-nic o, oserei dire, in pranzi che si improvvisavano sui prati e, qualche volta, in spiazzi ai bordi delle strade con quantità esagerate di provviste che ci si portava da casa.
Tra le pietanze non mancava niente : dall'insalata di riso, al pollo e, ai contorni di ogni genere, per concludere con una varietà di frutta di stagione difficile da smaltire in un'intera settimana.
Non c’era il tempo per lunghe passeggiate e noi ragazzi trovavamo modo di divertirci, o giocando a pallone oppure vagando tra i sassi di qualche torrente che non era difficile trovare nelle vicinanze.
La via del ritorno era spesso caratterizzata da rientri trafficati, allora come oggi, e da interminabili code che inevitabilmente si formavano a causa dei frequenti semafori che si trovavano lungo il percorso.
Quando l’orizzonte dei viaggi cominciò ad allontanarsi, diventò abbastanza normale spingerci fino alla valle del Primiero fino ad arrivare al Passo Rolle. Mai ci avventurammo oltre, in quegli anni e, molti ne passarono perché mi decidessi a superare quel confine della mia giovinezza.
Il viaggio aveva una tappa fissa che coincideva con l’ora di colazione, visto ci si metteva in macchina poco dopo le sei del mattino. Immancabilmente si faceva sosta in un bar di Feltre, situato nei pressi della stazione, poco prima del bivio che portava verso Fiera di Primiero. Per alcuni anni l'insegna riporto il nome "Pizzeria Vesuvio".
La sosta durava meno di mezz’ora e poi si riprendeva il viaggio.
Dopo una lunga galleria ci si inoltrava in una stretta valle, a quell’ora completamente in ombra, quasi fredda anche d’estate. La strada era tortuosa e stretta, in certi tratti pericolosa. Più di una volta si attraversava il torrente Cismon che scorre nel fondo della valle.
Ogni volta incrociando le poche case che sorgevano lungo quella fredda valle, mi chiedevo come fosse possibile vivere in quel mondo poco frequentato dal sole.
Oggi passando da quelle parti, quelle stesse case sono ancora là e osservandole un po' trascurate, mi tornano in mente i viaggi di allora e quelle stesse domande di quand’ero ragazzo.
Poi quando quella stretta valle terminava, succedeva una cosa che consideravo , nel mio immaginario di quei tempi, quasi magica. La valle stretta e in ombra improvvisamente finiva e, l’ampia valle di Primiero si apriva come di incanto. Ciò accadeva in un pochi attimi, dopo una curva e, nelle giornate di sole, coincideva con un’esplosione di luce inaspettata, quella luce fredda e tersa che caratterizza le mattinate in montagna.
Era per me una sorta di manifestazione di vita che ogni volta mi affascinava.
In questi ultimi tempi, spesso associo la mia vita con quella valle lunga, stretta e priva di sole, che popola i miei ricordi di ragazzo. Solo da poco tempo penso di essere prossimo all'ultima curva, ostacolo ultimo verso la luce tersa del nuovo giorno.
Nel mio proseguire lungo la strada tortuosa di questo sprazzo di vita, oggi gli ostacoli sembrano meno alti e i momenti di difficoltà più brevi e facili da superare.
Tra poco la valle si aprirà. Spero che il nuovo giorno nella valle sia illuminato dal sole.
sabato 7 maggio 2011
L'intelligenza al posto sbagliato
Il 7 Maggio 1996 acquistai un auto nuova, quel giorno portai a casa una Xantia Station Vagon nuova di zecca. Una Citroen che tra i vari pregi aveva, a detta della pubblicità martellante di quegli anni, le sospensioni Intelligenti.
Dopo mesi di valutazioni e ripensamenti decisi per quel modello che consideravo tecnologicamente avanzato. Di fatto lo era e il confort di quella macchina non aveva uguali anche sulla scorta delle esperienze successive.
Il motore, un turbodiesel classico, non aveva invece l'iniezione diretta che già cominciava a essere comune su molti modelli presenti sul mercato.
La scelta non ebbe nel corso degli anni ripensamenti anche se le spese di manutenzione della macchina erano abbastanza alte. Insomma non mi pentii mai di quella spesa.
Ma quell'appellativo "sospensioni intelligenti", mi fece di li a poco commettere un errore che mi costò molto caro.
Una sera dell'estate successiva, un temporale di rara potenza di riversò nella zona. Durante il viaggio di ritorno dal lavoro trovai la strada allagata per un lungo tratto. La strada sembrava un torrente in piena e il livello dell'acqua si avvicinava al mezzo metro.
Per tornare a casa, senza allungare di non molto, avevo a mia disposizione più di una possibilità ma la convinzione di avere una macchina con le tanto osannate sospensioni Intelligenti mi convinse a tentare l'impresa del guado. Innalzai il livello della macchina al massimo consentito e mi accodai ad una mercedes che davanti a me iniziò l'attraversamento. Avevo dentro di me una sorta di onnipotenza indotta da quella intelligenza.
Fu così che mentre il mio guado sembrava procedere, anche se non senza qualche dubbio emergente, il conducente che mi stava davanti pensò bene di bloccarsi. A me non restava che deviare, ma l'impeto delle acque mi convinse che forse la cosa migliore era ritornare sui miei passi. Innestai la retromarcia e cominciai la manovra. Il procedere all'indietro altro non fece che raccogliere acqua e purtroppo farla arrivare a livello del filtro dell'aria. Penso che bastò un bicchiere d'acqua per far grippare il motore. La macchina si bloccò, sorda, in un attimo. Io incapace di credere e capire l'accaduto riprovai, inutilmente, per molto tempo a riavviarla.
Finii come un naufrago sopra il relitto della barca in attesa di soccorsi. Fui trainato all'asciutto da un camion più di un'ora dopo.
La riparazione, che inizialmente doveva costare al massimo un milione e mezzo costò alla fine quasi quattro milioni.
Quell'esperienza mi brucia ancora a pensarci e fu un'insegnamento utilissimo che però non mi evitò altri errori negli anni successivi.
Dopo mesi di valutazioni e ripensamenti decisi per quel modello che consideravo tecnologicamente avanzato. Di fatto lo era e il confort di quella macchina non aveva uguali anche sulla scorta delle esperienze successive.
Il motore, un turbodiesel classico, non aveva invece l'iniezione diretta che già cominciava a essere comune su molti modelli presenti sul mercato.
La scelta non ebbe nel corso degli anni ripensamenti anche se le spese di manutenzione della macchina erano abbastanza alte. Insomma non mi pentii mai di quella spesa.
Ma quell'appellativo "sospensioni intelligenti", mi fece di li a poco commettere un errore che mi costò molto caro.
Una sera dell'estate successiva, un temporale di rara potenza di riversò nella zona. Durante il viaggio di ritorno dal lavoro trovai la strada allagata per un lungo tratto. La strada sembrava un torrente in piena e il livello dell'acqua si avvicinava al mezzo metro.
Per tornare a casa, senza allungare di non molto, avevo a mia disposizione più di una possibilità ma la convinzione di avere una macchina con le tanto osannate sospensioni Intelligenti mi convinse a tentare l'impresa del guado. Innalzai il livello della macchina al massimo consentito e mi accodai ad una mercedes che davanti a me iniziò l'attraversamento. Avevo dentro di me una sorta di onnipotenza indotta da quella intelligenza.
Fu così che mentre il mio guado sembrava procedere, anche se non senza qualche dubbio emergente, il conducente che mi stava davanti pensò bene di bloccarsi. A me non restava che deviare, ma l'impeto delle acque mi convinse che forse la cosa migliore era ritornare sui miei passi. Innestai la retromarcia e cominciai la manovra. Il procedere all'indietro altro non fece che raccogliere acqua e purtroppo farla arrivare a livello del filtro dell'aria. Penso che bastò un bicchiere d'acqua per far grippare il motore. La macchina si bloccò, sorda, in un attimo. Io incapace di credere e capire l'accaduto riprovai, inutilmente, per molto tempo a riavviarla.Finii come un naufrago sopra il relitto della barca in attesa di soccorsi. Fui trainato all'asciutto da un camion più di un'ora dopo.
La riparazione, che inizialmente doveva costare al massimo un milione e mezzo costò alla fine quasi quattro milioni.
Quell'esperienza mi brucia ancora a pensarci e fu un'insegnamento utilissimo che però non mi evitò altri errori negli anni successivi.
martedì 8 marzo 2011
La Nuvola dei Muratori - Parte 1
Tutto è nato da quando non ricordavo più come si chiamava il Posto da Malta, temevo di averlo dimenticato e in questo Google non mi poteva aiutare. Così chiedendo un pò in giro sono riuscito a recuperare la parola.
Da là ho cominciato a inseguire tutte quelle parole che appartenevano al mondo dei muratori con cui avevo lavorato da ragazzo. Oggi questi assembramenti di parole si chiamano Nuvole, ma a quei tempi noi non lo sapevamo.
Ne è nato l'elenco che segue, pensato per giorni, scritto in una sera, senza l'ordine del vocabolario, ma con la sola pretesa di non dimenticare.
Penso sia solo la prima parte, altre parole vagano, confuse per la mia memoria e la desuetudine me le fa apparire ancora sfuggenti, per cui la ricerca non è finita.
Il Posto da Malta : Contenitore che posto nelle vicinanze del muratore doveva essere sempre rabboccato con la malta in modo tale da non fermare i lavori.
Il Fraton : Serviva a levigare gli intonaci freschi in modo apparire diritti senza alcuna ondulazione. L’azione veniva detta Fratonare. Ci si avvaleva del Peneo , per spuzzare acqua in modo da ammormidire la malta.
Fratonea : Piiù grande del Fraton si usava quando si intonacava come base di appoggio della malta che doveva essere spalmata sul muro.
Mastea : Semplicemente il secchio usato per trasportare acqua, malta, sabbia e tutto ciò che poteva servire “sfuso”, magari in posti non proprio comodi da raggiungere.
Baiia : Badile dalla pala larga, usato per spalare sabbia, mescolare la malta, rifinire le fondamenta, caricare il Posto da Malta.
Vangheto : Vanga da terra usata quando ancora le fontamenta venivano scavate a mano e per tutte quelle volte che si aveva da scavare.
Picco : Piccone, usato con il Vangheto, quando la terra era particolarmente dura.
Malta da Greso : Malta usata per il primo strato degli intonaci, spesso due o tre centimetri. Usata per raddrizzare la superficie del muro, correggendo tutte le ondulature. Era fatta con Calce Idraulica e poco Cemento, che le dava un colore grigio scuro.
Malta Bianca : Applicata sopra la Malta da Greso, serviva a rifinire la superficie del muro. Conteneva Calce Viva, bianca, da cui il nome.
Calsina : Calce Viva. Usata per fare la Malta Bianca, che veniva applicata negli intonaci.
Stasa : Stretto asse, una volta in legno poi in alluminio, usato per controllare i livelli e la levigatura degli intonaci. Ne esistevano di varie misure per adeguarsi alle diverse larghezze.
Passeto : Piccola Stasa usata per per gli stessi scopi.
Piombo : Filo a piombo usato per verificare la verticalità dei muri e degli angoli.
Betonata : Calcestruzzo : composto da Ghiaia, Cemento e Sabbia. Usato nei solai, negli architravi e nelle fondamenta.
Betoniera : Mescolava Malta o Betonata. Un carico poteva riempire fino a 4 carriole. I primi tempi era azionata da un piccolo motore a scoppio, caratterizzato da un rumore assordante poi sostituito da un motore elettrico molto silenzioso.
Crivea Serviva a setacciare la malta in uscita dalla betoniera prima di passare nella carriola, eliminado sassi e grumi vari, entrati inavvertitamente.
Carioa : carriola
Argano : Elevatore per sollevare ai piani superiori carriole e materiali in genere. Azionato da un motore elettrico, i primi tempi era agganciato a una trave di legno poi a un carrello scorrevole che lo rese molto più sicuro.
Parancoa : Tavola in legno lunga 4 metri, larga 25 cm spessa 4 cm. Usata nelle impalcature come base di appoggio.
Toea : Tavola in legno lunga 4 metri, larga 25 cm spessa 2 cm. Usata per costruire le forme destinate a contenere il getto di calcestruzzo.
Ponta : Puntello usato per sostenere, puntellare architravi, solai e tutto ciò che poteva cedere prima di consolidarsi.
Cristo : Svolgeva la stessa funzione della Ponta ma aveva alla sommità un supporto ortogonale che serviva a aumentare la superficie da sostenere. Questo le dava una parvenza di croce, da cui il nome.
Cassioa : Cazzuola. Ogni muratore aveva la sua personale. Spesso se la comprava a proprie spese.
Metro : Metro in legno costituito da stecche di 20 cm che si ripegavano le une sulle altre. Arrivava fino a 2 metri. Ripegato si usava tenerlo in tasca.
Armadura : Impalcatura composta da elementi assemblabili sia in altezza che in lunghezza.
Ganso : Imbragatura usata per agganciare la carriola per essere sollevata dall'argano.
Da là ho cominciato a inseguire tutte quelle parole che appartenevano al mondo dei muratori con cui avevo lavorato da ragazzo. Oggi questi assembramenti di parole si chiamano Nuvole, ma a quei tempi noi non lo sapevamo.
Ne è nato l'elenco che segue, pensato per giorni, scritto in una sera, senza l'ordine del vocabolario, ma con la sola pretesa di non dimenticare.
Penso sia solo la prima parte, altre parole vagano, confuse per la mia memoria e la desuetudine me le fa apparire ancora sfuggenti, per cui la ricerca non è finita.
Il Posto da Malta : Contenitore che posto nelle vicinanze del muratore doveva essere sempre rabboccato con la malta in modo tale da non fermare i lavori.
Il Fraton : Serviva a levigare gli intonaci freschi in modo apparire diritti senza alcuna ondulazione. L’azione veniva detta Fratonare. Ci si avvaleva del Peneo , per spuzzare acqua in modo da ammormidire la malta.
Fratonea : Piiù grande del Fraton si usava quando si intonacava come base di appoggio della malta che doveva essere spalmata sul muro.
Mastea : Semplicemente il secchio usato per trasportare acqua, malta, sabbia e tutto ciò che poteva servire “sfuso”, magari in posti non proprio comodi da raggiungere.
Baiia : Badile dalla pala larga, usato per spalare sabbia, mescolare la malta, rifinire le fondamenta, caricare il Posto da Malta.
Vangheto : Vanga da terra usata quando ancora le fontamenta venivano scavate a mano e per tutte quelle volte che si aveva da scavare.
Picco : Piccone, usato con il Vangheto, quando la terra era particolarmente dura.
Malta da Greso : Malta usata per il primo strato degli intonaci, spesso due o tre centimetri. Usata per raddrizzare la superficie del muro, correggendo tutte le ondulature. Era fatta con Calce Idraulica e poco Cemento, che le dava un colore grigio scuro.
Malta Bianca : Applicata sopra la Malta da Greso, serviva a rifinire la superficie del muro. Conteneva Calce Viva, bianca, da cui il nome.
Calsina : Calce Viva. Usata per fare la Malta Bianca, che veniva applicata negli intonaci.
Stasa : Stretto asse, una volta in legno poi in alluminio, usato per controllare i livelli e la levigatura degli intonaci. Ne esistevano di varie misure per adeguarsi alle diverse larghezze.
Passeto : Piccola Stasa usata per per gli stessi scopi.
Piombo : Filo a piombo usato per verificare la verticalità dei muri e degli angoli.
Betonata : Calcestruzzo : composto da Ghiaia, Cemento e Sabbia. Usato nei solai, negli architravi e nelle fondamenta.
Betoniera : Mescolava Malta o Betonata. Un carico poteva riempire fino a 4 carriole. I primi tempi era azionata da un piccolo motore a scoppio, caratterizzato da un rumore assordante poi sostituito da un motore elettrico molto silenzioso.
Crivea Serviva a setacciare la malta in uscita dalla betoniera prima di passare nella carriola, eliminado sassi e grumi vari, entrati inavvertitamente.
Carioa : carriola
Argano : Elevatore per sollevare ai piani superiori carriole e materiali in genere. Azionato da un motore elettrico, i primi tempi era agganciato a una trave di legno poi a un carrello scorrevole che lo rese molto più sicuro.
Parancoa : Tavola in legno lunga 4 metri, larga 25 cm spessa 4 cm. Usata nelle impalcature come base di appoggio.
Toea : Tavola in legno lunga 4 metri, larga 25 cm spessa 2 cm. Usata per costruire le forme destinate a contenere il getto di calcestruzzo.
Ponta : Puntello usato per sostenere, puntellare architravi, solai e tutto ciò che poteva cedere prima di consolidarsi.
Cristo : Svolgeva la stessa funzione della Ponta ma aveva alla sommità un supporto ortogonale che serviva a aumentare la superficie da sostenere. Questo le dava una parvenza di croce, da cui il nome.
Cassioa : Cazzuola. Ogni muratore aveva la sua personale. Spesso se la comprava a proprie spese.
Metro : Metro in legno costituito da stecche di 20 cm che si ripegavano le une sulle altre. Arrivava fino a 2 metri. Ripegato si usava tenerlo in tasca.
Armadura : Impalcatura composta da elementi assemblabili sia in altezza che in lunghezza.
Ganso : Imbragatura usata per agganciare la carriola per essere sollevata dall'argano.
mercoledì 2 marzo 2011
Il campo da calcio
La chiesetta, situata a pochi metri da dove sono cresciuto è dedicata a San Giovanni. Vi si celebra ancora la messa il 24 giugno e il Rosario durante il mese della Madonna.
La campanella si suona ancora tirando una cordicella che scende sul retro della chiesa.
Attilio
Era il capofamiglia, colui che gestisce i soldi, che maneggia le cose che costano.
L’ho capito sin da piccolo quando, ospite a cena a casa sua, nella cucina con il pavimento in pietra, lo vedevo ogni volta intento a condire l’insalata, usando un decilitro entro al quale versava sempre la medesima quantità di olio.
Il resto della famiglia stava intorno alla tavola, dove al centro, benedetta da una croce, non mancava mai la polenta.
Come in molte case contadine di quel tempo, il cibo, quello che proveniva dal pollaio, dalla stalla o dall’orto non mancava quasi mai e la cena era sempre aperta da una tazza di latte.
La cena iniziava sempre alla stessa ora , verso le sette e mezza, quando dalla radio, che faceva bella vista su una scansia alta in un angolo della cucina, usciva la voce del radio-giornale.
I soldi era pochi e qualche difficoltà nasceva quando si doveva spenderli. Lui era colui che aveva il cordone della borsa.
Faceva il contadino, possedeva una campagna non grande, che si estendeva su una decina di campi dietro alla casa. Coltivava inoltre, dei campi in affitto, a pochi chilometri da casa. Li chiamava “i prai”.
Non c’era ancora il trattore a quei tempi e, per andare a lavorare i campi si usava la Carrretta trainata dalle due mucche più forti.
Si raggiungeva destinazione lentamente. Lui conduceva al passo gli animali, noi bambini stavamo sulla carretta a goderci il viaggio. Anche spostarci di poche centinaia di metri mi trasmetteva il senso del viaggio.
Quando invece mi portava con se nei “Prai”, si partiva al mattino, con tanto di pranzo al sacco e si tornava prima del tramonto, con il passo lento delle mucche e noi ragazzi seduti in un angolo della carretta, spesso colma di fieno.
Quando d’inverno si parlava di freddo, non mancava di ricordarmi l’inverno del 1928. Quell’anno diceva, c’era stato un freddo eccezionale e tanta era stata la neve che faceva fatica ad andare dalla morosa correndo con la bicicletta lungo i viottoli scavati sulla neve.
Sposò la Noemi, che di nome faceva Ginevra, l’anno dopo e nel ‘30 ebbero il primo figlio, Bepi, che se n’è andato poco prima dell’ultimo ferragosto.
Ogni lunedì mattina non mancava mai al mercato di Mirano. Lo ricordo d’estate quando, all’andata, lo vedevo passare davanti a casa, con quella sua bicicletta nera da donna a cui era appesa una borsa di pelle ormai consumata.
Mi diceva salutandomi :
“Me fermo quando torno ‘indrio”.
Immancabilmente al ritorno verso le undici, si fermava da noi. Non ricordo cosa mia madre gli preparasse, stava là, raccontava e ascoltava come stesse a casa sua.
Da noi stava bene, soprattutto negli ultimi tempi, quando a casa si sentiva un pò messo da parte.
Prima di partire mi lasciava delle caramelle di zucchero, colorate, che comprava o riceveva in omaggio dal banco del formaggio.
Penso ci siano ancora, in qualche banco del mercato le stesse caramelle tuttora in vendita. Ricordo di averle notate notate pochi anni fa.
Quando gli misero il Pace Maker per aiutare il cuore che andava troppo piano, sembrò rinato e quella “macchinetta” come la chiamava lui, gli diede forza e ottimismo per affrontare gli ultimi anni della sua vita. Ritornò ad andare in bicicletta, veloce come ai bei tempi.
Andava in qualche modo orgoglioso di quella attenzione che gli era stata riservata.
L’ho visto, l'ultima volta, il 22 Agosto del 1983, era Lunedì, mi sarei sposato da li a due mesi. Lui stava tornando dal solito giro al mercato, ci incrociammo davanti a casa sua. Lui mi disse che aveva un dolore allo stomaco che non lo abbandonava da qualche giorno. Il dottore, a cui si era rivolto, aveva escluso problemi di cuore.
Il giorno dopo fu ricoverato, per problemi al cuore e, il mercoledì dopo se ne andò.
La sua morte mi toccò moltissimo e da lì si insinuarono in me certe paure sulla salute del mio cuore.
Forse una premonizione.
L’ho capito sin da piccolo quando, ospite a cena a casa sua, nella cucina con il pavimento in pietra, lo vedevo ogni volta intento a condire l’insalata, usando un decilitro entro al quale versava sempre la medesima quantità di olio.
Il resto della famiglia stava intorno alla tavola, dove al centro, benedetta da una croce, non mancava mai la polenta.
Come in molte case contadine di quel tempo, il cibo, quello che proveniva dal pollaio, dalla stalla o dall’orto non mancava quasi mai e la cena era sempre aperta da una tazza di latte.
La cena iniziava sempre alla stessa ora , verso le sette e mezza, quando dalla radio, che faceva bella vista su una scansia alta in un angolo della cucina, usciva la voce del radio-giornale.
I soldi era pochi e qualche difficoltà nasceva quando si doveva spenderli. Lui era colui che aveva il cordone della borsa.
Faceva il contadino, possedeva una campagna non grande, che si estendeva su una decina di campi dietro alla casa. Coltivava inoltre, dei campi in affitto, a pochi chilometri da casa. Li chiamava “i prai”.
Non c’era ancora il trattore a quei tempi e, per andare a lavorare i campi si usava la Carrretta trainata dalle due mucche più forti.
Si raggiungeva destinazione lentamente. Lui conduceva al passo gli animali, noi bambini stavamo sulla carretta a goderci il viaggio. Anche spostarci di poche centinaia di metri mi trasmetteva il senso del viaggio.
Quando invece mi portava con se nei “Prai”, si partiva al mattino, con tanto di pranzo al sacco e si tornava prima del tramonto, con il passo lento delle mucche e noi ragazzi seduti in un angolo della carretta, spesso colma di fieno.
Quando d’inverno si parlava di freddo, non mancava di ricordarmi l’inverno del 1928. Quell’anno diceva, c’era stato un freddo eccezionale e tanta era stata la neve che faceva fatica ad andare dalla morosa correndo con la bicicletta lungo i viottoli scavati sulla neve.
Sposò la Noemi, che di nome faceva Ginevra, l’anno dopo e nel ‘30 ebbero il primo figlio, Bepi, che se n’è andato poco prima dell’ultimo ferragosto.
Ogni lunedì mattina non mancava mai al mercato di Mirano. Lo ricordo d’estate quando, all’andata, lo vedevo passare davanti a casa, con quella sua bicicletta nera da donna a cui era appesa una borsa di pelle ormai consumata.
Mi diceva salutandomi :
“Me fermo quando torno ‘indrio”.
Immancabilmente al ritorno verso le undici, si fermava da noi. Non ricordo cosa mia madre gli preparasse, stava là, raccontava e ascoltava come stesse a casa sua.
Da noi stava bene, soprattutto negli ultimi tempi, quando a casa si sentiva un pò messo da parte.
Prima di partire mi lasciava delle caramelle di zucchero, colorate, che comprava o riceveva in omaggio dal banco del formaggio.
Penso ci siano ancora, in qualche banco del mercato le stesse caramelle tuttora in vendita. Ricordo di averle notate notate pochi anni fa.
Quando gli misero il Pace Maker per aiutare il cuore che andava troppo piano, sembrò rinato e quella “macchinetta” come la chiamava lui, gli diede forza e ottimismo per affrontare gli ultimi anni della sua vita. Ritornò ad andare in bicicletta, veloce come ai bei tempi.
Andava in qualche modo orgoglioso di quella attenzione che gli era stata riservata.
L’ho visto, l'ultima volta, il 22 Agosto del 1983, era Lunedì, mi sarei sposato da li a due mesi. Lui stava tornando dal solito giro al mercato, ci incrociammo davanti a casa sua. Lui mi disse che aveva un dolore allo stomaco che non lo abbandonava da qualche giorno. Il dottore, a cui si era rivolto, aveva escluso problemi di cuore.
Il giorno dopo fu ricoverato, per problemi al cuore e, il mercoledì dopo se ne andò.
La sua morte mi toccò moltissimo e da lì si insinuarono in me certe paure sulla salute del mio cuore.
Forse una premonizione.
lunedì 7 febbraio 2011
Il modello giusto
Mio padre faceva l'impresario edile. Partito alla grande da giovane con un buon numero di dipendenti aveva pian piano ridotto l'impresa sino a raggiungere una dimensione, quattro persone, che andava d'accordo con le responsabilità che sentiva di potersi prendere.
Il suo lavoro era costruire case, mai si cimentò con costruzioni più grandi, mentre spesso si dedicò a lavori di manutenzione più o meno impegnativi.
Il suo lavoro era costruire case, mai si cimentò con costruzioni più grandi, mentre spesso si dedicò a lavori di manutenzione più o meno impegnativi.
In questa sua scelta sta tutto il suo mondo : la famiglia, il lavoro, l'impegno per la comunità in cui viveva.
Negli inverni di quegli anni, quando non lavorava per lunghi periodi, non ci ha mai trasmesso l'ansia con cui viveva la mancanza di lavoro. Le cose con la primavera si aggiustavano e recuperava serenità.
A rivederlo adesso, era un grande. Solo ora sto capendo il suo grande equilibrio di vita equamente diviso tra la conduzione di un'impresa, la famiglia e l'impegno sociale.
E' morto alla stessa maniera con cui stavo morendo io. Un infarto ai primi di dicembre, il blocco cardiaco otto giorni dopo, solamente con vent'anni di ritardo : a 72 anni.
Io figlio maggiore di tre, non sono riuscito a cogliere il suo modello di vita, oggi a guardarmi indietro mi rendo conto di quanto mi avrebbe aiutato, snobbandolo probabilmente per quella sorta di sufficienza con cui molte volte i figli guardano i padri.
Io che avevo studiato più di lui, non potevo che fare meglio.
Invece le cose sono andate diversamente.
Lui stravedeva per me e parlava a tutti del mio lavoro, della mia famiglia o delle mie maratone.
Io ho cominciato a stravedere per lui molti anni dopo la sua morte.
Non tutta la sua vita è stata vissuta a regola d'arte, come era solito scrivere nei preventivi che con la macchina da scrivere io, appena cresciuto, gli mettevo in bella copia. Erano un po' tutti simili, scritti in un italiano semplice, con qualche errore di forma che io quasi mai correggevo per non modificare il senso delle frasi.
Insomma da giovane doveva essere stato un animo inquieto.
Pur lavorando sodo gli piaceva ballare e divertirsi. Naturalmente sposò mia madre a cui ballare non piaceva..
Da giovane fumava due pacchetti di sigarette al giorno e sempre in quegli anni ebbe un periodo in cui fu dedito al bere.
Io non mi ricordo delle sigarette, ricordo invece le liti in casa quando tornava ubriaco.
Poi improvvisamente, avrò avuto cinque o sei anni, smise con il vino da un giorno all'altro. Con il fumo aveva già chiuso. Da quel giorno mia madre non gli rammentò più le liti da ubriaco.
Per il resto della sua vita non assaggiò più vino o alcolici e obbligò tutti in famiglia a bere aranciata a pranzo e a cena.
Si fece la patente, dopo essere stato bocciato più volte all'esame di teoria. La sua prima macchina fu una Seicento usata, targata Sondrio.
Per molti anni si impegnò a far crescere una comunità, Crea, una frazione che si era raccolta attorno a una chiesa costruita con il sacrificio di tutti. Collaborò con i preti pur non essendo un assiduo credente.
Fu presidente della squadra di calcio e membro del consiglio di quartiere.
Era interista. Solo su questo lo ho seguito, fin da piccolo, senza mai un tentennamento.
Ho un solo grande rimpianto : non averci parlato abbastanza.
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