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giovedì 30 agosto 2012

Matrici di Compatibilità


Le chiamano matrici di compatibilità. In Informatica è un modo molto schematico e preciso per descrivere le affinità tra software e hardware definendo, la loro capacità di integrarsi e di convivere al fine di costituire un sistema funzionante. Ma i sistemi informatici moderni sono oramai composti da molte (forse troppe) componenti hardware e numerosi software, senza contare le implicazioni dovute alla connettività, alla rete e perché no, alla sicurezza. Insomma oggi un sistema informatico è da considerarsi una specie di puzzle dove spesso, una e una sola è la combinazione che funziona.
Quindi parlare di matrici può sembrare alquanto semplicistico o perlomeno fuorviante. La realtà è spesso più cruda. E’ normale dover  verificare dipendenze tra più matrici, dove per trovare la soluzione ci si deve addentrare tra percorsi molto simili a quelli di un grande un labirinto.
L'esperienza insegna, ben presto, che le scelte, sia hardware che software, non possono essere prese a cuor leggero.
Spesso queste matrici, che oserei chiamare Cubi di Rubik, pur nella loro completezza e precisione, non sono esenti da incognite, tanto da imporre compromessi alcune volte frustranti per chi, in fase di progetto sognava voli pindarici attraverso nuove tecnologie e performance mai viste.
Come orientarci nel labirinto e difenderci da simili frustrazioni informatiche ?
Basta applicare la stessa regola che si usa quando, andando per sentieri in montagna, si diffida dei sentieri poco battuti, preferendo quelli levigati e senza erbacce, ma soprattutto, ben segnati.
L’informatica è una sorta di montagna dove ci sono sia sentieri battuti che tracce appena segnate. Quest’ultime sono di solito percorse da temerari, spesso amanti del rischio e dell’inesplorato. Talvolta l'ignoto è sinonimo di innovazione e futuro, ma quasi mai si coniuga con stabilità e affidabilità.
Per chi invece preferisce l’affidabilità e la sicurezza non rimane che scegliere le strade battute, levigate dai molti già  passati in precedenza. Sono loro che hanno sperimentato sulla loro pelle, gli intoppi e i contrattempi caratteristici di tutto ciò che è nuovo sia nel software che nell’hardware.
Sono le frustrazioni di altri che hanno messo a punto e collaudato le matrici di compatibilità, rendendo il puzzle più semplice per tutti coloro che con saggezza o opportunismo,  hanno preferito passare dopo, rinunciando all'onere e all’onore di battere strade inesplorate.
Ma ogni scelta va fatta con saggezza e buon senso. Questo non significa avere sempre un approccio conservativo, scegliendo le soluzioni più affidabili. Spesso "buon senso" può essere anche sinonimo di coraggio e capacità di rischiare.
Si  scopre così, che quando si ritrova il coraggio e si impara a rischiare alla fine ci si diverte di più.

martedì 7 agosto 2012

Curiosity


C’è un che di organico nella modalità in cui si è svolta la missione di Curiosity. Mi ricorda il primo viaggio di un bambino a cui i genitori hanno impartito tutte le  istruzioni necessarie a raggiungere per bene la destinazione, sapendo di non poterlo accompagnare nell’ultimo tratto.
Anche questa complessa astronave può essere considerato una sorta di figlio dell’uomo. Un figlio della scienza e della sete di conoscenza, appartenente ad una nuova generazione di macchine “pensanti” capaci di mettere a frutto, magari ampliandole, le conoscenze, l’imprinting trasmesso dall’uomo.
Controllarne remotamente, da Terra la discesa, era precluso dalle leggi della fisica. Servivano minuti per poter trasmettere un singolo comando, mentre durante la discesa sono stati centinaia al secondo le decisioni da prendere per poter stabilizzare in continuazione il sistema, centrando con precisione il cratere  Gale.
Quanto bastava a compiere questa serie di complesse operazioni, era tra le conoscenze già  a bordo e, durante l’avvicinamento, gli occhi di “Curiosity” si sono continuamente misurati con lo spazio circostante, valutando la velocità  e la posizione dell’astronave.
La fase di atterraggio non è stata governata da una sequenza temporizzata di comandi. La capacità autonoma di apprendere e misurarsi con l’ambiente esterno ha permesso all’astronave di correggere in continuazione tutti i parametri di volo, attivando al momento più giusto le operazione fondamentali.
Chissà cosa direbbe Alan Turing, uno dei padri dell'informatica e ideatore del Test di Turing, nell’ammirare un comportamento tanto intelligente di una macchina. Chissà se un uomo  avrebbe fatto meglio ?
Con questa missione si è aperta una fase nuova dei viaggi e dell’esplorazione spaziale. Volendo si può identificare nel Pathfinder, piccolo robot esploratore di Marte, il precursore di questa nuova generazione di macchine. Si tratta di sistemi autonomi e capaci di  padroneggiare gran parte delle funzionalità di base, rispondendo a richieste provenienti dalla terra molto simili a degli obiettivi di progetto.
Nei prossimi decenni compariranno sistemi molto più capaci dell’uomo sia di esplorare l’immensamente grande quanto di avventurarsi nell’estremamente piccolo con il compito di curare e correggere potenziali cause di malattie.

sabato 11 febbraio 2012

L'astronauta


Stasera mi è improvvisamente apparsa una chiamata via Skype. Era un amico, che sapevo essere, questa settimana, a Las Vegas per lavoro.
Ho risposto pensandolo già di ritorno, ma nello spazio destinato all’Istant Messaging, mi è apparso un messaggio :
“Sono in volo su Dallas, volevo provare la rete wifi di bordo”.
Sorpreso, ho chiesto conferma incredulo.
Alla fine, abbiamo passato un quarto d’ora a fare esperimenti di comunicazione, video-conferenza, mentre lui sorvolava il Texas a 11 metri di quota ed io me ne stavo sul divano, riparato dal freddo polare che ci assedia da qualche giorno.
E’ stato un po’ come parlare con una sorta di astronauta, sperimentare qualcosa di nuovo, ampliare la comunicazione all’interno di un mondo che fino a poco tempo fa era tabù.
Internet è arrivata anche all’interno degli aerei. Un po’ alla volta stanno cadendo tutte le barriere che impedivano la comunicazione, Stiamo entrando sempre di più in un mondo di “sempre connessi” o se si vuole di "sempre controllati". Nel bene e nel male potremmo usufruire di questa possibilità, che ci farà forse sentire meno soli, ma che ci dovrà lasciare la possibilità di scegliere di star soli.
L’impressione odierna è quella di una società in cui sono gli uomini a cercare di essere sempre connessi, timorosi di essere dimenticati, frustrati dai vuoti di messaggi dove sembra che lo stato sociale dipenda dalle quantità delle nostre relazioni. Si sta dimenticando a passo spedito che, il più delle volte, è la qualità che sostiene la vita. Mille amici su Facebook non sostituiscono l’amore di una persona.
Ci rimane ancora la possibilità di spegnere il cellulare, di poter scegliere di staccarci dalla rete, riacquistando la libertà di interagire con il mondo o dire garbatamente “Non mi rompete, voglio starmene solo, o solo con chi voglio io”.
“Chissà per quanto, questo, ci sarà ancora possibile ?"
 “Non per molto, ne sono sicuro”.
La mobilità sta facendo nascere campi di applicazione completamente nuovi che rivoluzioneranno il nostro stile di vita.
Un giorno qualcuno ci dirà che tramite il cellulare sarà possibile controllare in tempo reale lo stato di salute di ciascuno, ma allo stesso modo questo permetterà di tracciare i nostri movimenti fino a conoscere e memorizzare i nostri stati d’animo. Io in questo sono, mio malgrado, un pioniere.
Un tempo pagavamo con il denaro. Oggi paghiamo prevalentemente con il Bancomat e troviamo tutto ciò molto pratico e comodo. In questo modo diamo la possibilità agli esperti di marketing di valutare i nostri usi e costumi, la frequenza dei nostri acquisti, arrivando a stimare le nostre possibilità economiche.
Alla fine tutti i servizi che sembrano arrivarci quasi gratis, di solito riscuotono, indipendentemente dalla nostra volontà, un corrispettivo che vale molto di più di quanto ci è elargito.

sabato 30 luglio 2011

La Fortuna

“Diamine !”, esclamò (in giapponese) il responsabile dell'azienda che curava la manutenzione della Centrale Nucleare di Fukushima, “La centrale non era stata progettata per sopportare un sisma di tale violenza !”, mentre leggeva i valori di radioattività che uscivano dai reattori, ormai fuori controllo.

Nessuno infatti avrebbe mai immaginato che, analizzati i dati storici, un sisma di così inaudita potenza avrebbe mai colpito le coste orientali del Giappone.

Se l'incidente della centrale di Cernobyl aveva messo a nudo il basso livello di sicurezza, dovuto in gran parte all'obsolescenza, delle Centrali dell'ex Unione Sovietica, nessuno nutriva, invece, sospetti sulla affidabilità delle Centrali costruite in Giappone, paese tecnologicamente leader a livello mondiale.

Però, purtroppo, i tempi di evoluzione dei movimenti della crosta terrestre, che si sviluppano su periodi misurabili in migliaia di anni, sono andati a incrociare con la vita, di certo non superiore ai cento anni, di una piccola centrale nucleare costruita dall'uomo.
Se lo stesso sisma si fosse verificato, anche tra meno di 50 anni, che niente sono per la vita del nostro pianeta, forse l'effetto sarebbe stato minimo o addirittura nullo.

“Abbiamo avuto una bella dose di sfiga !”, obiettò, sempre in giapponese, il solito esperto di centrali.

La centrale era tra le più sicure, dotata di tutti i sistemi di controllo più sofisticati e soprattutto completamente ridondati. Uno o più guasti contemporanei non potevano pregiudicare il funzionamento o il controllo della centrale.

Insomma i parametri di costruzione erano stati tra i più rigorosi, tanto da non generare alcun dubbio sulla sicurezza.

La ridondanza e la possibilità di sostituzione a caldo, cioè senza il fermare gli impianti, dei componenti guasti è una delle tante regole seguite dai progettisti dei sistemi più disparati.

“Mettere in sicurezza” un qualsiasi sistema, sia questo una centrale nucleare o un computer di vitale importanza, significa progettare secondo metodologie e tecnologie capaci di garantire il funzionamento continuo, anche a fronte di guasti di una o più componenti.

Un altro esempio di sistema ad alta affidabilità è la rete Internet, che ormai collega e mette in comunicazione ogni parte del pianeta.
Le connessioni che uniscono i vari punti della rete sono sempre progettate per non interrompersi mai.
Nella maggioranza dei casi i collegamenti si snodano attraverso percorsi completamente diversi, utilizzando tra l'altro, dispositivi diversi.
Ad esempio la connessione tra Londra e New York è fatta attraverso fasci di fibre ottiche che attraversano l'Oceano Atlantico. Nel caso si interrompesse questo collegamento, la rete troverebbe di sicuro un percorso alternativo, magari passando per Tokyo e questo in pochi secondi, senza che gli eventuali utilizzatori impattati dal guasto, si accorgano di quanto sta succedendo.

Nonostante tutto però non è cosi rado verificare mancati collegamenti, inspiegabili conoscendo il disegno della rete.
Spesso le spiegazioni rasentano il ridicolo o narrano di concomitanze di eventi che nessuna mente razionale avrebbe mai potuto considerare durante la fase di progettazione.

“Abbiamo avuto una bella dose di sfortuna”, così si giustificano, il più delle volte, i vari responsabili di rete.

Nel mondo dell'Informatica, la “Messa in Sicurezza” dei sistemi mira, tra le altre cose, a costruire reti di computer capaci di non fermarsi mai, accorrendo gli uni in soccorso di altri affetti da guasti, senza che questo comporti l'interruzione dei servizi erogati.
Anche in questo caso si parla di ridondanza delle componenti e diversificazione dei collegamenti, utilizzando, se possibile, tecnologie completamente diverse tra loro.
Più alto è il livello di sicurezza che si desidera ottenere, più alti sono normalmente i costi e più alta la complessità che, per contro si ottiene.
Quest'ultima, conseguenza della necessità di alta affidabilità è allo stesso tempo garante di continuità di servizio ma, anche uno degli anelli deboli della sicurezza. Infatti, è noto che, più sono le componenti costituenti un sistema, più alta è la probabilità che uno o più di questi si possano guastare.

Quindi non è raro avere una rete di computer bloccata e verificare con sgomento, che la maggiore responsabile del disservizio è la complessità determinata dalla Messa in Sicurezza.

Sistemi spesso “non sicuri” ma più semplici, funzionano con più continuità per anni a dispetto degli alti investimenti in tecnologie e ridondanza.

“Il guasto è stato determinato anche da una buona dose di sfortuna!. Più eventi eccezionali si sono verificati contemporaneamente”, dicono, spesso anche in  Italiano, i tecnici responsabili delle reti di computer, a giustificazione di inspiegabili blocchi.

Quindi non esistono sistemi sicuri e affidabili al 100%, qualcosa può sempre bloccarli e non è pensabile di progettarli capaci di sopportare qualsiasi guasto o evento naturale.
Non basta la ridondanza e nemmeno le tecnologie più avanzate.
Il più delle volte si tratta di avere un po' di fortuna, come si intuisce dalle spiegazioni dei tecnici e degli specialisti.
Esatto La Fortuna, alla fine si cade sempre là.
A dire la verità sembra l'unica componente non ridondata. Spesso manca quando servirebbe, probabilmente perché impegnata su mille fronti nello stesso momento.

La Fortuna è il vero Single Point of Failure(*) del nostro mondo.

Io su Google non ho trovato riferimenti a riguardo, per verificarne la disponibilità in caso di eventi importanti.
L'unico che ho trovato è nella foto a lato, ma non credo possa essere di molto aiuto.


(*)
In un sistema informatico il single point of failure, letteralmente singolo punto di vulnerabilità, è una sua univoca componente (hardware o software) che in caso di malfunzionamento o anomalia causa disfunzione dell'intero sistema.

Single Point of Failure

mercoledì 29 giugno 2011

Ping

E’ il comando forse più conosciuto da coloro che si occupano di telecomunicazioni, in particolare da chi ha a che fare con internet.
Qualsiasi dispositivo connesso alla rete è in grado di riconoscere e rispondere a questo comando.  La macchina che lo riceve, sia essa un PC o un qualsiasi altro sistema connesso alla rete e individuabile da un indirizzo univoco, rimbalza tutto ciò che ha ricevuto verso il mittente, come in una sorta di partita a Ping Pong telematica.
Il rimbalzo, ritornato al mittente, permette misurazioni di tempo, di distanza, di velocità ma soprattutto conferma la connettività e il suo corretto instradamento.
Non sempre le risposte ritornano alla base o raggiungono il destinatario, ma questo può non essere sintomo di malfunzionamenti. Il protocollo e la gestione degli errori che lo caratterizza, sono in grado di comprendere quando un messaggio va ripetuto nel caso l’interlocutore si dimostri sordo o preso da altri pensieri.
Spesso, lanciato con ossessionante metodicità, serve a scoprire comportamenti intermittenti, permettendo un primo approccio a problemi subdoli e nascosti.
In questo caso la cadenza prende quasi il ritmo di un battito cardiaco, un Ping a ogni secondo riempie il video di righe quasi tutte uguali.
Quando qualcosa non funziona, nel video compaiono dei “buchi”, delle righe vuote a ogni mancata risposta.
In quei momenti le righe che scorrono sul  video, improvvisamente si fermano, aspettano ma, quando riprendono a salire verso l’alto, compare una riga vuota a evidenziare il temporaneo black out.
Gran parte del mondo di Internet si basa su meccanismi molto simili al Ping. In alcuni casi si chiamano “Keep Alive”, altre volte “Acknowledge” o “Heart Bit”, ma questi comportamenti hanno la funzione di tenere tutti in contatto con tutti, in un continuo e reiterato abbraccio.
Tutta la rete è percorsa in ogni momento da questi messaggi silenziosi, da un rumore di fondo continuo che come un collante unisce uomini e cose, permettendo di conoscere se una macchina sia accesa dall’altro capo del mondo o se una persona di la dal mare sia in casa o al lavoro.
Tutti sembrano sincerarsi della presenza dell’interlocutore prima di parlare, dell’esistenza di una strada sgombra prima di partire, insomma l’essere sconnessi terrorizza la rete e i suoi abitanti.
Tutto è molto simile a quando io, appena colpito al cuore dalla malattia, vivevo dissociato dal mio cuore. Pensavo di dovermi occupare di lui come fosse solo lui il malato ed io quasi non centrassi, anche se temevo che si dimenticasse di me, che mi abbandonasse improvvisamente.  Dovevo mantenere, alimentare il legame cercando conferme continue.
Così passavo molto tempo in silenzio ad ascoltare il battito. A volte non serviva nemmeno poggiare le dita sul polso. Tutto, in apparenza, era ritmato come un orologio di precisione.
La lentezza dei battiti mi dava tranquillità. Quell'andare lento, come un motore al minimo, pensavo mi garantisse margini d’incremento tali, da mettermi al sicuro dalle fibrillazioni che mi avevano abbattuto.
Poi, nel silenzio, avvertivo una sensazione di vuoto, un battito non pervenuto come un ping senza risposta. Anche nella mia mente il progredire del ritmo segnava il passo, come le righe ferme dello schermo.
Scaduto il tempo di attesa, spariva il senso di vuoto e ricompariva rassicurante un nuovo battito.
Anni or sono tutto questo mi ha fatto vivere momenti di paura.
Oggi succede più volte durante la giornata.
Attendo con pazienza come un tempo, quel lungo secondo, prima di sentire il ritorno alla normalità.
Il protocollo ha funzionato il collegamento risulta ripristinato.
La vita continua.

giovedì 9 giugno 2011

Il Bug Devastante

I problemi informatici, molto spesso, quando si manifestano, hanno l’intensità delle brezze che fanno rabbrividire, durante le serate estive. In genere si tende a non considerarle sapendo che sono solo fenomeni passeggeri. 
I computer di oggi sono più veloci di quelli passati e diversi da quelli che verranno. Le nuove tecnologie ci aprono ogni giorno le porte verso nuove opportunità di lavoro, verso servizi migliori che tendono a migliorare la qualità della nostra vita. Siamo così abituati, ormai, alla presenza di queste macchine sempre più versatili, tanto che spesso, dimentichiamo che in fondo altro non sono che macchine e che i programmi, che ne regolano il funzionamento, possono evidenziare prima o poi dei malfunzionamenti  “devastanti”.
In termine tecnico, questi malfunzionamenti, vengono detti Bugs. Un malfunzionamento software o un guasto hardware, che si verifica su un server con centinaia o migliaia di utenti connessi, dopo i primi momenti di “simil brezza estiva” si propaga con la velocità di uno tsunami. 
Tutti gli utilizzatori impattati rimangono immediatamente, prima con il fiato sospeso, in attesa che la fatidica clessidra di sblocchi, poi desolatamente soli, incapaci di spiegarsi il problema. Le reazioni di ciascuno sono tra le più diverse : chi arrabbiato per il lavoro perso si alza e va a prendersi un caffè, sperando in una rapida ripresa, altri più pazientemente, cercano di risolvere la cosa con l’ormai classica operazione dello spegnimento e riaccensione della macchina, l’ultima categoria alza il telefono e fiducioso chiama il servizio di Help Desk ormai gia intasato di chiamate analoghe. 
L’utente diventa a questo punto un naufrago che, in maniera autonoma e attraverso i più disparati canali, colleghi di altri uffici, amici presso il CED, cerca notizie e previsione di ripristino del servizio. 
Chi invece lavora presso i Sistemi Informativi,cioè nella stanza dei bottoni, viene spesso allarmato dai sistemi di monitoraggio, ma quasi sempre è una telefonata il primo segnale che avverte che qualcosa non va. 
I primi momenti di verifica servono a isolare la fonte del problema ma, se il problema non si risolve in poco tempo ecco che entra in campo la famigerata “Escalation”. 
L’escalation è quella attività o comportamento che si propone di portare alla giusta attenzione un problema per ottenerne una più rapida soluzione, richiedendo la messa in campo di risorse via via sempre più specialistiche.
Dal punto di vista tecnico i problemi dopo una prima analisi quasi sempre vengono indirizzati, attuando la soluzione più appropriata che, però, il più delle volte non è anche la più veloce. Alla fine a lavorare sul problema rimangono pochi specialisti, quelli dotati della maggiore esperienza e delle conoscenze specifiche.
 Ma, più passa il tempo,  più attorno a loro si scatena la saga dell’Escalation. Tutti i responsabili delle varie funzioni coinvolte, riportano la situazione critica ai rispettivi responsabili con la spirito dell”Io ho avvertito, il mio compito l'ho fatto”. Partono mail di fuoco verso i responsabili del servizio, in copia conoscenza al mondo intero, in una sorta di Gogna Informatica (E-gogna).
 La scalata si ferma i vertici più alti per poi continuare, sotto l’apparente interessamento al ripristino del servizio, puntando soprattutto all'individuazione dei responsabili. 
Nascono riunioni e comitati di emergenza, mentre alcuni personaggi insignificanti  sono incaricati di marcare in maniera asfissiante i poveri tecnici, ossessionandoli con le solite domande idiote :
“ Quando riparte ?”,
“Possiamo dare qualche previsione alla direzione ?”.
 Le risposte inizialmente possono essere dei  “Non so” o qualche stima appprossimativa, poi, più l’insistenza aumenta, più cresce la probabilità di un “vaffa…..”.
I sistemi poi più o meno rabberciati, ripartono con il sollievo dei tecnici e degli utilizzatori. Il più delle volte, ritornato il sereno, tutti si pongono la domanda :
“Perché tutto questo casino ?"

Situazioni di questo tipo, tanto più lungo è il disservizio, inducono nelle aziende sane, delle considerazioni che aiutano a ridare la giusta importanza a reparti dimenticati, correggendo le derive sfrenate dettate dalle politiche di riduzione costi o da manager inadeguati. Qualche rara volta avviene una rivalutazione delle figure tecniche, perennemente dimenticate dai manager, ma soprattutto spesso saltano fuori risorse e finanziamenti nascosti sotto chissa quale materasso.

domenica 5 giugno 2011

The Lion Sleeps Tonight

Wikipedia

Wimoweh - The Lion Sleeps Tonight, meglio conosciuta come The Lion Sleeps Tonight (Il leone si è addormentato, nella versione in italiano), è una canzone scritta sulla base di una melodia africana, Wimoweh degli Zulu, portata al successo negli anni quaranta da Solomon Linda e The Evening Birds e, successivamente, negli anni sessanta nella versione di Hank Medress con il suo gruppo The Tokens.


Il fatto

Mio figlio conosce questa canzone da più di due anni, da quando, cercando canzoni per bambini su YouTube, mi imbattei in una simpatica versione cantata da un ippopotamo e un cagnolino.
Da quel tempo, sono state poche le occasioni per riascoltarla assieme, ma l'altro giorno, di ritorno da una gita al mare, sentii che la stava canticchiando, abbastanza fedelmente.

“Non l'ha ancora dimenticata !”, pensai sorpreso.

Fu così che cercai di accompagnarlo nel suo canticchiare, cosa che lui gradì in maniera particolare.
Il tempo passato, pur non avendo cancellato dalla memoria il motivo, aveva purtroppo eliminato qualsiasi mio ricordo relativo al titolo della canzone.

La curiosità mi spinse ad utilizzare, uno dei programmi caricati sul tablet, capace di individuare la canzone attraverso l'ascolto della stessa.
Al primo tentativo le cose andarono male, nessuna risposta dal programma, ma al successivo, impegnandoci un po' di più, la canzone fu riconosciuta e il titolo apparve sullo schermo.
L'applicazione a quel punto rendeva disponibili varie possibilità : la ricerca su YouTube, la lettura del testo oppure la ricerca di altre canzoni o informazioni correlate.

Il bimbo, quasi immediatamente, resosi conto del ritrovamento, mi chiese :

“Possiamo ascoltarla ?”

In pochi secondi collegandomi a YouTube ritrovai lo stessa versione di The Lion Sleeps Tonight che ascoltavamo assieme. Porsi il tablet a mio figlio che riascoltò e rivide il filmato un paio di volte.
Questo avveniva mentre eravamo comodamente seduti in macchina e stavamo tornando a casa.

Se riavvolgessi il nastro della mia vita, ritornando a quando anch'io avevo sei anni, dovrei tornare indietro al 1963 – 64. Un salto all'indietro di ben 47 anni.
A quei tempi probabilmente canticchiavo qualche canzone dello Zecchino d'Oro, forse conoscevo qualche canzone di Gianni Morandi. Mio padre, infatti, prendeva spesso dei 45 giri che ascoltavamo sul giradischi.
Potevo inoltre considerarmi fortunato. A casa mia la televisione era entrata poco dopo la mia nascita e quindi già potevo aver visto sia Rin Tin Tin, che Zorro e le Avventure di Lassie oltre che qualche cartone animato. Cristina D'avena non era ancora nata.

Il canticchiare di quei tempi poteva portare, qualche volta, a imparare a memoria le parole, ma nulla più. Il massimo che si poteva fare, sperando di possedere il disco era accendere il giradischi per riascoltare il brano. Niente era connesso, anzi l'informazione, in quegli anni, forse nemmeno esisteva nella forma oggi conosciuta e gli approfondimenti per noi ragazzi passavano per le enciclopedie e quindi erano difficili e richiedevano molto tempo.
Di inglese non conoscevo una parola.

La canzone in questione The Lion Sleeps Tonight , per essendo degli anni '40 era a me sconosciuta e pure io l'ho scoperta con mio figlio attraverso YouTube e poi Wikipedia.

Di certo tutto ciò non poteva verificarsi mentre eravamo “ comodamente seduti in macchina”.
Al massimo potevo essere accovacciato, sulla pedana di una Vespa, dietro un parabrezza per ripararmi dall'aria, mentre mio padre cercava di seguire la strada nonostante la mia presenza.
Al mare ci sarei andato solo qualche anno dopo. 
Il mio primo viaggio lo avrei fatto fatto l'estate del 64 quando fui spedito nella colonia parrocchiale a Digoman, un paesello dalle parti di Agordo.

Youtube ? Nemmeno la fantascienza lo aveva immaginato.

Io sono cresciuto senza Internet, con la mia generazione e molte di quelle successive. Oggi i ragazzi, di certo la generazione di mio figlio, stanno crescendo con queste enormi possibilità di accesso alle informazioni.
Il “sempre connesso” sarà uno dei fenomeni e delle possibilità che rivoluzionerà la vita dei prossimi anni. Questo porterà uomini nuovi, più capaci e reattivi e sicuramente una società diversa da quella che conosciamo.

Stiamo già notando quanto tutto ciò stia influendo nei fenomeni sociali e politici, ma molti cambiamenti ci saranno nelle capacità di ognuno di noi, (meglio di loro), grazie a questo rivoluzionario e strabiliante modo di apprendimento.

Succederà anche a "noi" (parlo per me), di dire quello che sentiamo oggi ripetere dai nostri “vecchi”, quando parliamo loro di Internet e di altre novità dei nostri tempi :

“Io di queste cose moderne non ci capisco niente !"

E' la ruota della vita, gira sempre più veloce e a un certo punto ci si stanca di seguirla.

venerdì 3 giugno 2011

Single Sign On

 Ogni mattina quando arrivo al lavoro, accedo al computer e per garantirmi l'accesso devo digitare il mio codice utente seguito dalla mia password.
La procedura di accesso, verifica puntualmente i dati con cui mi sono accreditato e se la password corrisponde al codice utente, spalanca le porte del computer e nitido appare il mio desktop che utilizzo tutti i giorni.
Vale la pena capire ciò che è avvenuto appena dopo la semplice digitazione di codice utente e password.
Il sistema di autenticazione a cui farò riferimento e quello Microsoft che si basa su un'architettura software che per gli addetti ai lavori si chiama Active Directory.

L'active Directory altro non è che una struttura di dati costruita per fare le funzioni di una sorta di elenco telefonico. In essa sono catalogati gli utenti e soprattutto descritte le informazioni necessarie per l'identificazione di ciascuno operi nei sistemi, specificando puntigliosamente cosa gli e consentito fare e cosa invece non può fare.
Questo aspetto della complessa tematica della sicurezza informatica è conosciuto con il nome di “Profilazione Utente”.

Quindi questo catalogo ha il compito di validarmi e guidarmi senza sbavature tra i compiti che mi sono assegnati e consentiti.

Appena ottenuta l'autorizzazione ecco che il computer configura gran parte dei suoi strumenti secondo il mio profilo, abilitando certe funzionalità personalizzandone alcune e inibendone altre.

Se come spesso succede ho la necessità di aprire la mia posta elettronica, il sistema avendomi già riconosciuto non mi richiederà un'ulteriore autenticazione, permettendomi di accedere ai miei messaggi più velocemente.
Questo succede per tutti quei sistemi software Microsoft o non, che basano su Active Directory le funzionalità di autenticazione e autorizzazione.

Ma le cose invece invece sono sostanzialmente diverse.
Avvenuta l'autenticazione e l'autorizzazione, è il mio computer che risulta riconosciuto da Active Directory, chiunque utilizzi il mio computer nell'arco della giornata erediterà le mie autorizzazioni potendo sostituirmi in tutto e per tutto.
Quindi la tanto richiesta funzionalità di Single Sign On, così come viene declinata, permette a una macchina (il computer) di essere colui che certifica e garantisce per me.
Detta alla Fantozzi : mi sembra una c....ta pazzesca.

Questi si dice siano gli standard di mercato, il meglio della sicurezza al servizio della semplificazione mentre invece, è mio parere che soluzioni di questo tipo ignorino del tutto la crescente necessità di sicurezza e garanzia di privacy che l'evoluzione della rete impone ogni giorno di più.
Insomma mi sembra una soluzione dell'altro secolo e quindi nessuno, nemmeno il più sofisticato dei computer può assumersi l'arroganza e il diritto di fare “le mie veci “.

Quale soluzione a tutto questo casino ?


In primo luogo va decretata la fine del tanto agognato “Single Sign On”. In un mondo dove la rete misura i miei comportamenti, traendone risultati che nemmeno posso immaginare, la sicurezza non deve prendere scorciatoie.
I computer se vogliono, facciano tutte le autenticazioni alle directory che meglio credono, ma per favore, ognuno pensi per se. Per ciò che riguarda invece le autenticazioni delle persone la soluzione futura sarà quella di farne in continuazione.

I computer ormai si stanno sempre più dotando di accessori di ogni tipo: la telecamera, il Gps, il giroscopio, la bussola fino ad arrivare all'accelerometro pur senza dimenticare il touch screen, ormai presente anche sui cellulari meno costosi.

Con tutto questo ben di dio di accessori, non ci vuole nulla perché ciascun computer, tablet e cellulare controlli quasi ad ogni digitazione chi gli sta davanti, catturando, ad esempio le impronte digitali con il touch screen o leggendo l'iride con la telecamera. In futuro mi aspetto che molti altri saranno i parametri biometrici misurabili e quindi la sicurezza e i problemi di autenticazione saranno superati.

I computer e tutti i nuovi dispositivi che stanno nascendo, dovranno diventare una sorta di cani fedeli, capaci di riconoscere senza indugio chi è il loro padrone e chi non lo è.
Fino a quando , chissà , i ruoli non si invertiranno.

mercoledì 25 maggio 2011

Linux 13

 Succede qualche volta, per fortuna non troppo spesso, che un collega entri in ufficio dicendo :
“Abbiamo un problema, non si riescono più a recuperare dei dischi, alcune macchine non ripartono più”.

Mi torna alla mente, in casi come questo, la vicenda dell'Apollo 13 e le parole pacate del comandante della missione, Jim Lovell : “Huston , Abbiamo un problema”, con cui comunicava l'esplosione avvenuta nel modulo di servizio dell'astronave.

Il parallelo sembra fuori luogo, ma l'evidenza di un problema, anche se grave, è spesso veicolata con lo stesso senso della misura e senza inutili allarmismi.

Ho in parte perso l'abitudine ad affrontare in prima persona situazioni critiche, anche se, quelle vissute in passato, mi hanno insegnato a non farmi travolgere dalle emergenze.
In ogni caso, dopo qualche attimo di torpore, qualche timore affiora e ricerco nella conoscenza di quanto accaduto qualche conforto.

La conoscenza degli accadimenti, e soprattutto la loro comprensione, è una dei motivi di successo nella gestione delle crisi.
Questo vale in tutti i tipi di emergenze, siano queste di tipo naturale, tecnologico o altro ancora.

Poi la differenza la fanno gli uomini, il loro coraggio, la loro esperienza e le loro conoscenze, doti che permettono di distinguere chi improvvisa da chi ha la capacità di risolvere i problemi.

Normalmente queste persone non si lasciano travolgere delle emozioni e, hanno la capacità di mantenere livelli di concentrazione altissima per periodi molto lunghi, senza appannamenti e dubbi cruciali.

Non sempre le organizzazioni sanno riconoscere queste capacità, premiando, sempre e comunque le doti manageriali, anche quando queste non sono determinanti al raggiungimento dello scopo.

Per molto tempo in ambienti informatici il tecnico, lo specialista, è stato considerato una sorta di cantinaro a cui difficilmente si aprivano opportunità di carriera.

Quando invece nuove tecnologie diventano abilitanti all'innovazione e a cambiamenti epocali, riappare, rivalutato, colui che ha la conoscenza, e che ha intuito, da lontano, il vento del cambiamento, quando ancora era una brezza che nemmeno scompigliava i capelli.

venerdì 29 aprile 2011

Fuoco sulle Nuvole

Oggi uno dei Data Center, (o il datacenter?) di Aruba, uno dei più grandi fornitori di servizi di Information Tecnology : mail, server, cloud computing, ha subito un principio di incendio dovuto a un problema di surriscaldamento della batterie dei gruppi di continuità.
Tutti i servizi erogati dal Datacenter sono stati fermi per circa sei ore.

Anche sulle “nuvole“ ci possono essere dei problemi ma soprattutto non è poi vero la continuità di servizio tanto pubblicizzata trovi riscontro alla prova dei fatti.
Un guasto di questo tipo non avrebbe dovuto essere percepito dai clienti, convinti magari di aver comprato un servizio 24 X 7 X 365. Tutto doveva ripartire da un altro Datacenter, senza significative interruzioni del servizio e soprattutto senza la minima perdita di dati.
I dati, stando alle notizie, non sono andati persi, ma il servizio non è stato ripristinato altrove.
Cosa prevedevano i contratti di servizio concordati con i clienti ?

Sono stati rispettati i livelli di servizio previsti ? Come è possibile verificare quanto sia solido il servizio comprato e quanto sia aderente a ciò che i contratti prevedono ?
Tutto sembra maledettamente difficile da verificare, tanto che, sta prendendo piede la convinzione che per sopperire alla perdita di affari causata dalla mancanza di servizi IT sia più concreto affidarsi a una polizza assicurativa piuttosto che a tecnologie difficilmente verificabili.

Piccoli incendi possono far evaporare le nuvole.

sabato 9 aprile 2011

L'amore Sbagliato

 L'informatica si basa sulla tecnologia, anzi direi che si è sviluppata su una moltitudine di tecnologie che le hanno permesso di diventare talmente pervasiva da essere oramai indispensabile per la vita di tutti i giorni.

Negli anni ottanta i Sistemi Operativi erano considerati l'intelligenza dei grandi elaboratori, qualcosa di talmente complesso da essere esclusiva di pochissimi specialisti che per essere all'altezza dovevano studiare decine di manuali e avere dimestichezza con sigle e termini talmente strani da sembrare appartenere a un'altra lingua.

Difatti non era insolito sentire la fatidica frase :
“Ho ascoltato ma a dire la verità non ho capito niente”, e il riferimento era nella maggior parte dei casi alle parole e alle sigle che popolavano i discorsi di questi specialisti che a dirla tutta se la tiravano non poco.

Oggi di sistemi operativi si parla ogni qualvolta si ha a che fare con un cellulare. Chi tifa per IOS di Apple,chi invece è un fan di Android. Alla fine le funzioni basi sono rimaste le stesse ma la capacità elaborativa ora ha invaso quello che pochi anni fa chiamavamo telefono e stava sul mobiletto nell'entrata di casa.
Insomma oggi c'è una sorta di tifoseria che prende posizione pro o contro alcune tecnologie

Ritornando alla informatica e alle tecnologie, ho avuto spesso in questo periodo l'occasione di sentire la fatidica frase, assunta ormai come carattere negativo :

“Tu sei innamorato della tecnologia”

Essere innamorato di una tecnologia ha una serie di caratteristiche, “quasi umane”.

In tecnologia amore vuol dire :
“Non abbandonarla mai, perché è stata una sorta di primo amore” “
“Non comprenderne i limiti, usandola a sproposito”
“Affidarsi a lei anche quando non è il momento”
“Non capire quando è diventata vecchia e deve essere sostituita”
“Conoscerla talmente bene da comprenderne tutti i comportamenti”

L'amore per una tecnologia nel mondo del lavoro rende, come tutti gli innamorati, miopi e incapaci di definire le giuste strategie.
Spesso l'innamorato, cosciente di questo, cerca altre strade, ma alla fine torna sempre là.
In questo processo, travagliato e contorto le strategie durano giorni se non qualche volta ore e non si finisce mai di fare cose inutili.
Spesso abbandonare una tecnologia costa fatica, quasi dolore, ma come certi distacchi nella vita, porta ad affrontare al meglio il futuro


venerdì 12 novembre 2010

L'evoluzione della specie

Il navigatore è un'invenzione abbastanza recente, ma l'idea non è nuova.
Quando ero ragazzino mio padre mi portava con se quando doveva andare in un posto che non conosceva.
Mi diceva : “ Vieni con me così mi aiuti a trovare il posto e a tornare indietro”.
Io lo accompagnavo, consultando al suo fianco la carta stradale e allo stesso tempo facevo attenzione  alle poche indicazioni stradali, cercando di memorizzare, tra l'altro, la strada per il ritorno. Lui era tutto preso dalla guida, dai segnali stradali nonché dalle strade strette e tortuose di quegli anni. Siamo sempre arrivati per tempo e tornati a casa sani e salvi anche perché si partiva molto per tempo, temendo di sbagliare strada o di rimanere bloccati da un guasto alla macchina.
Mio padre già, a quei tempi, aveva pensato al navigatore : un figlio che guardava la carta stradale e cercava di capire dov’era guardandosi intorno, con il compito di fornirgli le indicazioni utili sulla strada da prendere.
Di satelliti a girare nel cielo per assistere i viaggiatori della terra, nemmeno l'ombra. Le stelle erano l'unico riferimento come migliaia di anni fa.

Ho resistito alla tentazione del Navigatore satellitare per svariati anni. Ero convinto che i miei viaggi, quotidiani, ripetitivi e noiosi non avevano bisogno del satellite. Se dovevo andare a Milano prendevo il treno, per destinazioni più lontane c'era l'aereo e quelle poche volte che viaggiavo in auto,  per terre sconosciute durante le vacanze, non mi spaventava la possibilità di perdermi.
Finché una mattina aggirandomi tra gli svincoli che collegano il passante di Mestre con l'autostrada A27 mi sono ritrovato, un po' per distrazione e un po' per stanchezza, a riciclare più volte tra i caselli di Venezia Est e Venezia Nord come se fossi entrato in orbita. Quando ne uscii decisi di dotarmi dell'assistente di viaggio, di qualcuno che mi accompagnasse tra svincoli e strade sconosciute. Non ero più il navigatore di una volta. Gli anni passano per tutti.

Così di li a pochi giorni iniziò la nuova era. Usavo il navigatore anche per andare a prendere il latte. Ne apprezzavo la capacità di prevedere l'ora di arrivo ma soprattutto quella di puntare sempre verso la meta richiesta anche in caso di deviazioni e soste impreviste. Gira che ti rigira mi portava sempre dove volevo.
Mai più ansia da ritardo, facevo meno attenzione ai cartelli e alla segnaletica. Tutto ciò era un toccasana per me che, nonostante la perdita di vista dovuta all'età, resisto a non voler mettere gli occhiali. Più di una volta ho girato ripetutamente intorno a un rotonda non riuscendo a leggere i cartelli al primo passaggio. Con il Navigatore il problema (degli occhiali) era risolto.

"Entrare nella rotonda e prendere la seconda  a destra" , che altro non significa : "Tira dritto !", è solita dire gentilmente, la voce che esce dal minuscolo schermo appeso al parabrezza..

Nulla spaventa il mio assistente. Non esistono per lui strade sconosciute e spesso mi  diverto a deviare per strade a caso per saggiarne le doti di orientamento. Niente, non perde mai la testa e trova sempre il percorso più adeguato, ritrattando anche scelte già fatte. Un' aiutante veramente all'altezza.
L'unico punto debole sono le mappe memorizzate che, nonostante l'aggiornamento, non riportano mai le più recenti opere stradali. In caso di "smarrimento", in ogni caso, appena ci si ritrova in una strada conosciuta  lui riprende saldamente il timone.

Inesorabilmente però, si sta approssimando la nuova generazione dei Navigatori : quelli sempre connessi a Internet che minimizzeranno il problema degli aggiornamenti delle mappe, potendo sempre accedere alla versione più aggiornata. Molti di loro si baseranno su Google Maps : l'Iphone di Apple è stato uno dei primi.

E, sensibile come sono alle nuove tecnologie, con l'acquisto del nuovo smartphone, un Galaxy Tab, tra i nuovi software preinstallati ho trovato anche al versione Beta del navigatore di Google. La specifica Beta nell'informatica caratterizza un software ancora in via di completamento o in fase avanzata di test, per giustificarne eventuali comportamenti non conformi alle aspettative.

Incurante della qualifica Beta, due sere fà, all'uscita del lavoro, ho voluto metterlo alla prova. Così, impostato l'indirizzo di casa, dopo pochi secondi una voce femminile ha cominciato a indicarmi la strada da prendere.
Purtroppo ben presto ho realizzato che, ciò che pensava la signorina non combaciava con ciò che pensavo io e così appena la mia strada non ha coinciso più con le sue indicazione sono cominciate le prime incomprensioni.

"Tra 100 metri girare a destra e invertire il senso di marcia",  continuava a ripetermi la signorina, all'approssimarsi di una qualsiasi via laterale. Voleva a tutti costi che seguissi le sue indicazioni.
Non se ne faceva una ragione, anche al passare dei km, come un normale Navigatore. Niente, non si smuoveva di un millimetro.

La cosa continuò per parecchi chilometri, e nonostante mi approssimassi a casa sempre più, la signorina non cambiava idea invitandomi con la stessa cadenza e insistenza a ritornare su i miei passi.
A pochi chilometri da casa la voce sintetica del Navigatore, smise di parlarmi, " Forse è sfinita", pensai guardando lo schermo nero del palmare.  Pure  lui, però, non dava più segni di vita.
Quel continuo, ossessivo tentativo di riportarmi sulla corretta via lo aveva prosciugato di ogni energia residua.
La nuova generazione, pur potendo far tesoro delle esperienze precedenti non sembra migliore, anzi sta ripercorrendo errori conosciuti, come se fosse destino dover sbagliare sulle solite cose.
Questo succede per i navigatori, come per  i figli e in generale per le persone.
Nascere imparati è un lusso che non è permesso a nessuno.

domenica 7 novembre 2010

Android.... forse

Da qualche giorno mi sta ronzando nella mente di prendermi un Tablet di nuova generazione . Formato IPad tanto per capirci.
Ma mentre il mondo sembra attirato dalle migliaia di Apps che Apple distribuisce per Iphone e Ipad io ho deciso di dedicarmi al meno noto Android, che sempre più successo sta riscuotendo sui nuovi Smartphone e Tablet.

La sua caratteristica di essere un sistema aperto, me lo fa preferire al blindato iOS 4 di Apple, a prescindere dalle  funzionalità specifiche. Oggi lo stanno adottando molti dei maggiori produttori di cellulari e smartphone e tra non molto anche Apple dovrà fare i conti con lui.

Quindi da qualche giorno sto pensando di comprarmi il nuovo Samsung Galaxy Tab P100.
Mi sto documentando, cercando recensioni su internet che confortino la mia decisione di investire in questo aggeggio qualche centinaio di euro. Il mio interesse sta tra la curiosità e la necessità professionale di approfondire le nuove tecnologie.
Insomma una scusa la devo pur trovare !

Quindi stasera sono andato in un negozio Vodafone per verificare l'offerta in abbonamento.
Il giocattolo viene via per 29 Euro al mese, con traffico internet illimitato. Per avere anche la possibilità di usarlo come telefono bisogna aggiungere 5 euro di tassa governativa al mese che possono essere scontati portando una Sim di un'altro operatore.

Fatti un pò di conti ho deciso di prenderlo. Penso di essere stato il primo per quel negozio, tanto che hanno pensato di vendermi il modello esposto in vetrina.
Attivare un contratto di questo tipo richiede documenti di identità e naturalmente la carta di credito.

E' successo che, proprio al momento di memorizzare il numero della mia carta di credito, i sistemi Vodafone hanno smesso di funzionare. Nulla più rispondeva a dovere o in tempi umani.
Il commesso impegnato nell'impresa ha provato più volte, cambiando terminale, spostandosi pure di stanza, senza il minimo risultato.
Dispiaciuto, dopo quasi un'ora di tentativi, scusandosi, mi a chiesto di tornare un  altro giorno.
La cosa mi ha fatto riflettere : coincidenza o consiglio, proveniente da chissà dove, di lasciar perdere ?

venerdì 5 novembre 2010

Cloud Computing

Come in un ufficio meteorologico le nubi sono spesso, di questi tempi, nella bocca degli informatici.
Nubi di ogni tipo, situate dovunque e in nessun luogo, dematerializzate, di cui non ci è dato di conoscere forme e consistenza. Ma dicono, e in parte concordo, che saranno il futuro.
Io stento a credere, a sentirne parlare, che siano fatte di computer !
"Cosa significa mettere dei sistemi server nella nube?", mi è stato chiesto.
Presto fatto, se fanno al caso nostro, ne compro una novantina....

Sono così andato, si fa per dire, nella vetrina virtuale del negozio di nubi più famoso del mondo e là ho cominciato a guardare prodotti e listino prezzi.
L'offerta mi è sembrata molto completa, più che sufficiente per le mie esigenze di oggi : server di taglia micro, small , large e extra large. Una vasta gamma di taglie per tutte le esigenze e tutte le tasche. Come fossi in un Outlet a caccia di vestiti per tutta la famiglia !

Così, incoraggiato da una offerta così completa, ho cominciato a comprare i server che mi ero ripromesso. Ho preso un po' di Small, un po' di Large e anche un piccolo numero di Extra Large equipaggiati con Windows e Linux.
Avevo trovato tutto ciò che mi serviva e la cosa mi faceva molto piacere, stavo entrando, forse tra i primi, nella nube e nel futuro.
Come in ogni supermercato che si rispetti alla fine sono passato alla cassa per pagare.
Completato il carrello con qualche altro accessorio, ho chiesto il conto : Novanta server, mi serviranno per tre anni, me li consegni in Irlanda. Grazie.

Il conto è apparso in un istante.
Per la modica cifra di 100.000 euro di l'attivazione e un canone mensile di 11.000 per i prossimi tre anni, tutto il ben di dio che avevo scelto poteva essere a mia disposizione in pochi minuti.
In poche parole, novanta server in tre anni, mi sarebbero costati circa 500.000 euro, ovvero 1800 euro all'anno ciascuno. Prezzi che mi sono sembrati più da Boutique che da Outlet.

Così ho fatto la controprova. E se gli stessi server invece che comprarli tra le nuvole continuassi a comprarli sulla terra, mettendoli assieme agli altri nella solita sala server distante appena 5 Km ?

Il conto in questo caso doveva prevedere oltre ai costi dell'hardware, anche il costo dell'energia utile al funzionamento e al condizionamento.

Per il conto ci è voluto un po' di più ma, con mia enorme sorpresa, ho notato che i costi iniziali coincidevano con i costi dei server nella nube mentre i canoni mensili si riducevano a soli 2200 euro.

Allora mi sono detto : “ Vuoi vedere che i computer sulla nube sono uguali ai computer sulla terra ?”

E' proprio vero, a seguire la moda e la pubblicità si prendono sempre delle fregature!

giovedì 15 luglio 2010

Tecnologia e Curiosità

Nonostante nel mio lavoro sia circondato da tecnologia, gestendo e facendo evolvere i sistemi informativi di una grande azienda, bisticcio a casa con il digitale terrestre e in genere non mi appassionano le tecnologie casalinghe.
Non ho ancora mandato a memoria le funzioni del telecomando.
A volte vado per tentativi, non ricordando le funzioni specifiche, un pò come fa mio figlio di 5 anni. Con un pò di pazienza arrivo comunque al risultato, magari affidandomi ai manuali.

Internet in casa funziona bene e là devo dire ci metto un pò di impegno.
Apprezzo il portatile  con la tastiera retro illuminata così da poterlo usare comodamente al buio. Piccolo particolare ma significativo.
I cellulari, aziendale e privato, sono ai minimi storici come livello di utilizzo e interesse. Rispondo ai soli numeri catalogati e riconosciuti, agli altri rispondo secondo l'estro e la disponibilità, poi decido se catalogarli o meno.

Recentemente parlando tra operatori del settore, mi sono sentito un pò demodè, non conoscendo a fondo o per niente tecnologie come : i video ad alta definizione, la play station, la xbox e la wii e altro ancora.
Io che pensavo di essere super tecnologico ho scoperto che alcuni a casa hanno dei piccoli centri elaborazioni dati con Terabyte di dati (film, musica e altro).

Io salvo le mie foto su un disco esterno per non perderle e le mie canzoni stanno tutte su ITunes e IPOD ma i terabytes, nel mio caso, sono lungi da venire.

Avevo la sensazione, parlando con queste persone iperattive, che la loro vita si svolgesse in  un mondo dove le giornate valevano 48 ore e dove ciascuno poteva fare mille cose oltre al lavoro.

Ho in ogni caso ho deciso di colmare il divario e di riprendere un mio percorso verso  le nuove tecnologie, meglio verso quelle ancora a me sconosciute.

"Da dove cominciare ?"
"Da una console per giocare.", mi son detto.

Da circa un mese gioco con la Nintendo Wii. E' un passatempo per le serate in cui sono solo. Mi sono appassionato a qualche gioco in particolare.
Ho pure fatto felice mio figlio piccolo, inizialmente molto di più, oggi un pò meno, ma ha sicuramente tempo per appassionarsi.
A dirla tutta dovrei sentirmi non del tutto realizzato dal fatto di non averla ancora "craccata", come molti mi consigliano di fare.
Perchè lo dovrei fare ?
Insomma il percorso è iniziato. prossima tappa ? Forse l' IPAD di Apple o Android di Google.
Non lo so ancora, intanto le vicende della vita mi hanno fatto regredire dalle quattro alle due ruote.
Là, vale la pena recuperare il resto può aspettare.