Visualizzazione post con etichetta pensieri e parole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensieri e parole. Mostra tutti i post

venerdì 12 settembre 2014

Leggendo ...

Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia, quasi non fossero vissuti. A pensarci bene, i più sono giorni così, e solo quando il numero di quelli che ci restano si fa chiaramente più limitato, capita di chiedersi come sia stato possibile lasciarne passare, distrattamente, tantissimi. Ma siamo fatti così: solo dopo si apprezza il prima e solo quando qualcosa è nel passato ci si rende meglio conto di come sarebbe averlo nel presente. Ma non c'è più.
 
Tiziano Terzani

domenica 9 marzo 2014

Leggendo ....

"Prima o poi arriva un tempo 
che parlare e stare muti è la stessa cosa.
E allora è meglio stare zitti"

Da ....  "Nuovo Cinema Paradiso"

martedì 25 febbraio 2014

Note


La scrivania appoggiata all'angolo, dove si trova il grande radiatore della stanza, appare sempre più ingombra. Vi trovano posto, ammassati uno sull'altro o appoggiati negli spazi sempre più esigui, fogli con annotazioni e schemi, corrispondenza in attesa di essere catalogata, libri letti e da leggere. Alcuni di questi sono talmente grossi che a vederli incutono un timore del tutto simile a quello che mi prendeva quando mi trovavo alla partenza della maratone. So che sono da leggere in vista dei prossimi esami, non sarà una passeggiata studiarci su , ma li guardo convinto che appena aperti mi prenderanno e appassioneranno come quelli in corso d'opera, che stanno sopra il comodino in camera.

Quest'ultimi, quasi tutti si accompagnano con una matita che funge da segnalibro. Strano modo di usare le matite! C'è chi le utilizza per evidenziare i pensieri e le parole più significative, mentre io mi limito a tener traccia di dove sono arrivato. Talvolta mi metto a sottolineare, ma l'ispirazione dura poco, di sicuro non determinata dal contenuto delle pagine.

Mi piace raccogliere le matite dentro ai barattoli vuoti del caffè d'orzo che bevo a colazione. Un tempo li buttavo ma da qualche tempo li colleziono, anche se sono tutti uguali, impilandoli a lato dello schermo del PC, sopra la scrivania.
Due sono destinati a contenere le matite, quelle gialle della Fila, che compro al supermercato di tanto in tanto, in confezioni da dodici. Le porto a casa e le metto nei barattoli. Ne avrò una cinquantina. Ho comprato anche una confezione di colori a pastello, lunghe matite colorate, finite pure loro in uno dei barattoli. Là vicino si trovano anche i barattoli con dentro i pennarelli, di varia misura e spessore e uno destinato a contenere gomma da cancellare, temperino e chiavette USB, quelle che quando servono non si trovano mai.

Nulla di quei contenitori del caffè va buttato, nemmeno i coperchi in gomma, che ho scoperto essere degli ottimi livellatori e ammortizzatori su cui far poggiare la lavatrice. Da quando ne ho messo uno sotto uno dei quattro appoggi, la lavatrice è diventata silenziosa ma soprattutto non vaga per il bagno durante la centrifuga finale.
In caso di usura o rotture di uno di questi spessori, ne conservo una scorta sufficiente a tenere in bolla la lavatrice ancora per qualche anno.
Il restante spazio della scrivania è occupato dal computer, un vecchio Pentium non so cosa, comprato usato, ingrassato di un po' di memoria e arricchito da un certo numero di accessori e periferiche : Webcam. Scanner, altoparlanti e microfono. Se ci si accontenta della lentezza non manca niente.

Il tutto fa angolo, come già detto, con un termosifone: grande, alto, massiccio, capace di scaldare una stanza che fa da cucina, salotto ed entrata.
Mi piace accendere la lampada che sta sopra alla mensola posta poco sopra al termosifone.
Essa illumina con la sua luce soffusa giusto l'angolo del PC, puntando dritta sulla tastiera.

La luce si ferma là nei dintorni, mescolandosi verso il muro, con il chiarore del video. Il resto della stanza è buio. Mi sembra di essere su un palcoscenico, solo, senza altri riferimenti e il ticchettio sui tasti fa un rumore che mi ricorda le prime gocce d'acqua di un temporale estivo: grosse, pesanti, infrangersi sul tetto, sopra al salotto.
Passo il tempo in quell'angolo di luce, collegato al mondo attraverso un filo invisibile: Internet.
Sto sul Web ad osservare cosa succede nel mondo con lo stesso spirito con cui mio padre, d'inverno, passava le giornate, piovose, quelle in cui non lavorava, affacciato alla finestra che dava sulla strada.
Stava li ad osservare anche lui il mondo rappresentato da quella strada in cui passavano macchine, persone conosciute e non, dove arrivava il rumore di eventi inconsueti : un'ambulanza, uno scoppio lontano, il rumore di un trattore fuori stagione.

L'orizzonte del web sembra non avere fine mentre da dietro il vetro, spesso appannato dal vapore emanato dalla cucina economica che scaldava la cucina, cinquant'anni fa si poteva arrivare non oltre la riva che costeggiava la strada.
Le inquietudini di oggi non sono dissimili da quelle di allora. L'abbondanza di informazioni e notizie ci sta appiattendo le emozioni e abituando a tutto, nel bene e nel male.
E' come vivessimo costantemente all'interno di una discoteca, storditi dal volume assordante della musica che ci impedisce, appena usciti, di percepire un bisbiglio, un filo d'aria capace di far fremere le foglie e di modulare un sussurro all'orecchio della persona amata.

Quello che manca forse è il senso del silenzio, la sensazione del nulla, di uno zero e di una unità di misura con cui ricominciare a prendere confidenza con la vita.

sabato 2 novembre 2013

Leggendo ....




domenica 22 settembre 2013

Il cassetto da riordinare

Sabato dedicato alla lettura di un manuale sull'utilizzo della punteggiatura. Nel mio scrivere ignoravo di proposito punto e virgola e due punti : non avevo la minima idea di come e quando usarli. Ora ne so un po' di più, come molti sono i dubbi nel voler mettere in pratica quanto appena letto.
E' stato come dedicare un giorno a riordinare un solo cassetto della casa, tralasciando tutto il resto.
Ma ogni cassetto riserva sorprese e fa riaffiorare ricordi che sembravano passati all'oblio.
Il libro oltre che dare una linea guida sull'utilizzo dei segni d'interpunzione  offre anche una serie di esempi su come giornalisti, scrittori e poeti abbiano usato la punteggiatura in modo originale e creativo.
Ci sono le regole, ma ci possono essere eccezioni capaci cambiare senso al periodo.
Tempo ben speso per approfondire un mondo per niente marginale.


domenica 9 giugno 2013

Leggendo .....

«Quello che più mi ha sorpreso negli uomini dell’Occidente è che spesso perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. E' che pensano così tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente, così che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto.» 

Gyatzo Tenzin  (Dalai Lama)

lunedì 18 marzo 2013

Voltare pagina


"… Voltiamo pagina ….."  si usa dire,
per superare le difficoltà e le insidie della vita ma,
come nei libri le pagine vanno lette.
Se non lo facessimo, arriveremo alla fine del libro,
senza conoscerne il contenuto.

venerdì 22 febbraio 2013

Neve di Febbraio


Aspetto la neve. Il servizio meteorologico sta diventando di una precisione impressionante. Quando preannuncia la neve, questa arriva con la puntualità di una littorina. Sono finiti i tempi quando le previsioni del tempo erano sinonimo di incertezza e inaffidabilità. Oggi tutto sembra prevedibile. Per decidere se portare con se l’ombrello basta consultare l’app sul cellulare.
La casa ha il solito tepore. Sul divano sto bene e il silenzio è appena rotto dai rumori ovattati provenienti dalla provinciale.  La televisione è un quadro silenzioso e nero.  Esco a verificare se i primi fiocchi stiano cadendo. Mi porto, come al solito, al centro del piazzale da cui posso vedere il termometro della carrozzeria.  Segna un grado appena.  
“Tutto sembra a posto” , penso mentre ritorno in casa chiudendo in fretta la porta, “la neve non può essere lontana”
Ripreso il calore della stanza, mi ripropongo di dare un'occhiata di li a poco, ma nel frattempo mi ritornano in mente certe cose che mi raccontava mio nonno.  Lui aveva vissuto il febbraio del “29,  l’anno del grande freddo.
Me ne aveva parlato, quando ero bambino e d’inverno passava a trovarci. Da noi si fermava tutti i lunedì, mentre passava in bicicletta di fronte a casa, con la sporta nera di cuoio liso, appesa la manubrio. Andava al mercato e non ne mancava uno. Era nato nel 1905, in agosto e nell'anno del grande freddo aveva meno di 24 anni.  Faceva il contadino e non so come avesse conosciuto mia nonna Ginevra, da tutti chiamata Noemi, che abitava in un paese a 15 km di distanza.
Mi  raccontava, mio nonno Attilio , che, nelle sere di quel freddo Febbraio andava dalla “morosa”  in bicicletta correndo lungo “trosi “ (sentieri) scavati nella neve. Di neve ne era caduta molta.  Il freddo quell'anno era eccezionale e quel suo ricordare ricorrente dimostrava quanto lo avesse sofferto.  
Il freddo lo deve aver convinto a sposarsi in fretta e portarsi la Noemi a casa. In effetti si sposarono nella primavera successiva e il primo figlio arrivò nell'aprile dell’anno successivo.
Quelle storie non le ho più dimenticate e da quel tempo sogno di rivivere anch'io una nevicata simile a quella del  “29. Ogni qualvolta i primi ficchi cominciano a toccare terra, ripenso alle stradine scavate nella neve e a quelle sere illuminate dal riverbero bianco di quel Febbraio lontano.
Un sogno di bambino che non ha mai voluto piegarsi alla maturità ne sentirsi sminuito dall'esperienza dei tanti inverni passati.
Intanto mi affaccio alla porta, la neve comincia a cadere e mi accorgo che a fatica riesce ad imbiancare il paesaggio.  
Il sogno, anche stavolta, rimarrà tale.

venerdì 8 febbraio 2013

Filastrocche


PER FARE PACE

Vuoi una spremuta di gocce di sole ?
Vuoi una collana di cinque parole ?
Vuoi la canzone più corta che c'è ?
Vuoi fare pace con me ?


CONTRO I BRUTTI SOGNI

Brutto sognaccio pauroso e tremendo
Te ne approfitti che stavo dormendo
Ma ora son sveglio e ho aperto gli occhi
Vediamo se adesso mi tocchi

Da " Mal di pancia calabrone" di Bruno Tombolini

sabato 2 febbraio 2013

Il Ritorno


La porta si aprì come molte altre volte. Spingerla mi dava sempre una sensazione di solidità. Mi sono chiesto molte volte quale fosse il legno con cui era costruita. Il colore era strano, un marrone chiaro che non mi ricordava nessun legno conosciuto e la superficie eccessivamente liscia tanto da farmi dubitare del fatto che si trattasse di vero legno o, non fosse piuttosto, quella  forma di laminato plastico che spesso trovo esposto in qualche fiera dell’artigianato locale.
Insomma ero ritornato a casa e varcare la soglia di casa mi restituiva il sapore e un calore di cui avevo bisogno. Era come se, dopo un lunga corsa, il corpo ritornasse ai ritmi usuali.
“Proprio dei miei soliti ritmi ho bisogno”, pensai, mente appoggiavo la borsa sul divano.
Sul divano, quello destinato a diventare all'occorrenza un letto, ritrovai quel luogo familiare su cui  ero solito smaltire le mie delusioni, la mia rabbia e soprattutto il mio dolore.  Questa era per me, la sua funzione primaria anche se spesso, era un piacere distendersi a guardare la luna passare oltre i vetri dei due abbaini che stanno sul tetto della stanza.
Seduto, osservai per qualche minuto il tappeto rosso e nero che stava al centro del salotto. Poi, alzando gli  occhi verso la vetrata intravvidi l’ultima luce di quel pomeriggio invernale che, affievolendosi, preparava la sera con la solita cura.
“I giorni si succedono veloci”, pensai filosofeggiando, un po’ catturato dalla malinconia. Stamane pensavo a quanto sarebbe stata lunga la giornata, conoscendo gli impegni che mi aspettavano, mentre, a sera fatta, stavo riflettendo su quanto velocemente si fossero succedute le ore del giorno.
“Ero finalmente tornato !”, pensai sorridendo mentre con lo sguardo riprendevo possesso di quei luoghi familiari : la cucina, la scrivania sull'angolo in fondo a destra e il centro tavola con le piante grasse. Tutto era rimasto come lo avevo lasciato. Alcuni particolari testimoniavano il passaggio della signora che mi aiuta nelle pulizie di casa. Tutto era pulito, le cose importanti erano al loro posto. La signora ha capito cosa deve riordinare e ciò che deve lasciare stare per non scombussolare il mio ordine.
Avevo vissuto i giorni fuori casa con un sorta di “timore del non ritorno”. Proprio così, chissà per quale motivo, avevo portato con me quella paura, come fosse una premonizione: temevo di non tornare, che assomigliava a una sensazione di morte. Pur consapevole di questo malessere, il viaggio era stato piacevole, costellato di incontri nuovi, spesso forzati dalle situazioni, ma decisamente interessanti. Scegliere è l’ideale, essere scelti può essere altrettanto piacevole e appagare la voglia, nemmeno tanto nascosta di lasciarsi andare, abbandonandosi al tempo e alle situazioni. Quel timore non mi aveva mai lasciato e avevo passato parte del viaggio a guardarmi intorno, vigile, quasi a voler anticipare un imprevisto incombente. Nulla di assoluto e fatale era invece successo e, mentre stavo seduto sul divano, riflettevo sulla mia ingenuità, capace di dare retta, lasciandomi condizionare, a sensazioni rivelatesi, col senno di poi, frivole e fasulle.  
Le scarpe mi stavano strette e accingendomi a slacciarle, le trovai già slacciate.
“Siamo alle solite “, pensai. Ebbene si, alla mia età non ho ancora imparato a fare i lacci alle scarpe,meglio a farli solidi ma, pur cosciente dell’errore, non mi sono mai preoccupato di correggerlo. Ci sono atteggiamenti e comportamenti che sono talmente radicati in noi che, seppur sbagliati, non riusciamo a correggere. Fare le asole “deboli” alle scarpe è uno dei miei comportamenti sbagliati, che nonostante reiterati tentativi, non sono riuscito ancora a correggere. Sarebbe bello che fosse il solo rimasto, ma ahimè!, non è così.
Nel frattempo i termosifoni si stavano scaldando. La casa, che avevo trovato fredda appena entrato, si sarebbe scaldata di li a qualche minuto, stemperando anche quella sensazione di umido mutuata dall'esterno.
“Tra poco tutto tornerà come prima del viaggio”, pensai alzandomi dal divano per riporre le scarpe.
Era un pensiero ottimista, appeso a un filo di speranza. Sapevo che il viaggio era stato, pur nella sua piacevolezza, un passaggio importante e quindi era inutile ripensare al passato. Bisognava andare avanti. Anche a voler fare le stesse cose di un tempo, diverso sarebbe stato lo spirito e di conseguenza i risultati.
“Le motivazioni sono cambiate!”, quasi sentenziai. Ecco la parola magica “ motivazione”, la molla che carica la nostra vita e ci aiuta a raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo, mentre cerchiamo di realizzare i nostri sogni ma che ci permette anche di accettare i verdetti avversi.
Fu così che, girovagando per casa, mi ritrovai senza motivazioni.
“Non sono solo cambiate, sono semplicemente sparite!”, mi ripetei sgomento. Sapevo cosa avevo perso ma non sapevo ancora cosa mi riservava la nuova strada.
“Sono semplicemente stanco”, pensai, come spesso faccio quando non riesco a venire a capo di qualcosa. Quella dell’essere stanco è una bugia che mi racconto quando non voglio credere di essere confuso o a corto di idee. Mi compatisco un po’, sperando che un raggio di luce  mi stia attendendo dietro al prossimo angolo.
Non mi curai per molto di quest’ultimo cruccio. Potevo riposare, riordinare le idee, prendendomi il tempo necessario. Qualche scintilla di li a qualche giorno sarebbe  di certo scoccata.
Mi avvicinai alla scrivania, alzai il coperchio del PC. Quel tavolo, che spesso faccio illuminare puntualmente da una lampada, mentre tutto attorno c’è il buio è il luogo dove meglio mi riesce di riordinare le idee.
Annoto, leggo e qualche volta disegno. Uso pennarelli, penne e molte matite, quelle con la punta tenera che lasciano sulla carta un segno scuro e largo quel tanto da apparire grezzo. Uso le matite anche come segnalino nei libri, molti, che sto leggendo.
Quando il computer fu completamente avviato, mi balenò alla mente un pensiero. Mi era tornata la voglia di scrivere. In poche secondi la pagina vuota di Word mi si apri davanti. Non sapevo cosa avrei scritto cosi cominciai dal primo pensiero che si impossessò della mia mente.
Cominciai a scrivere :
“La porta si aprì come molte … 

martedì 13 novembre 2012

Autunno


Non fa più il freddo di qualche giorno fa. Il termometro della carrozzeria sembra fisso sui 9 gradi. Fa caldo direi, vista la stagione. Siamo già oltre San Martino, un tempo portatore di cieli tersi ma anche di gelate notturne. Quest’anno ne gli uni ne gli altri. Per una volta tanto, solo umido, pioggia e canali colmi d’acqua tanto da trasmettere un sottile senso di angoscia. Da queste parti tutto è piano, quasi tirato a bolla, tanto che sembra impossibile prevedere dove l’acqua, uscendo dai canali, andrebbe a raccogliersi.
"L'acqua fa 'iveo!", si dice qui da noi, ma si ha la sensazione che a far livello si sia lavorato già molto.
A dire il vero, l’acqua in questi giorni non ha badato a spese. Caduta, come poche volte in questa stagione, ha fatto riapparire rivoli quasi invisibili e alzato il livello dei canali in modo preoccupante.
L’umidità entra nelle case e, solo il tepore delle stufe e dei termosifoni riesce ad allontanarla dalle ossa e mitigare quel senso di freddo che si annida sotto le vesti, come quando la febbre preannuncia l’influenza.
Dopo le piogge, un tempo arrivava il freddo, accompagnato dalla nebbia e dalla brina.
La nebbia,già da qualche anno, qui nelle campagne del veneziano sembra aver traslocato. Non è più di casa come un tempo e, quando riappare la si accoglie con quel senso di positivo stupore simile a quando ripassa in paese qualcuno  andato ad abitare lontano. Non nascondo che qualche volta ne sento la mancanza. L’autunno non sembra più lo stesso senza la nebbia e le gelate che imbiancavano i campi al mattino.
E’ vero, con il passare degli anni sono cambiate le stagioni. Loro sono cambiate mentre io sono invecchiato lasciandomi dietro le spalle cose che mai più torneranno, come le gelate mattutine della mia infanzia.
Ogni cosa ha il suo tempo riflettevo in questi giorni, pensando agli affetti, agli amori ai sentimenti di un tempo e a quelli di oggi. Ogni tempo ha il suo amore e ogni amore può trovare un suo tempo senza esserne sminuito e temere confronti di sorta.
Pensavo ai miei cinquanta e più anni e, guardandomi allo specchio era come se li contassi ad uno ad uno, distribuiti tra le rughe del collo, tra i pochi e bianchi capelli, negli occhi talvolta tristi e il corpo non più snello come un tempo. Gli specchi sono impietosi nel far apparire inesorabili i segni della nostra decadenza.
Ma se volgo gli occhi altrove, senza preoccuparmi di come appaio, ma solo di come guardo il mondo, scopro uno spirito diverso, una vitalità che il tempo sembra non avere scalfito.
Così come per gioco mi sono chiesto chi immaginavo ci fosse dietro la sensibilità dello sguardo con cui guardavo l’orizzonte davanti a me.
La risposta non tardò. L’immagine in bianco e nero raffigurante un ragazzino con gli occhi sorridenti, fu la risposta. Quelli sono gli occhi con cui guardo il mondo. Gli occhi di un ragazzo, di un adolescente con tanta forza e tanti sogni. La forza forse oggi si è un po’ affievolita ma sognare è un vizio che non ho ancora perso.

sabato 3 novembre 2012

Andy


Andy se ne andato qualche mese fa. Il suo cuore non gli ha dato una seconda possibilità.
L’ho incrociato per qualche anno per motivi di lavoro. Era uno di quei geni creativi che hanno contribuito alla crescita di internet. Un creativo contro cui spesso mi sono confrontato. Il suo desiderio di vedere realizzata un’idea con poco e in pochissimo tempo non collimava con la mia necessità di farla durare nel tempo. A causa di questa incompatibilità entrambi abbiamo passato de momenti difficili. Lui non riusciva a realizzare in tempo e io non ero in grado di garantirne il funzionamento nel tempo.
All’inizio non mi stava simpatico perché condizionava, con il suo parlare solo inglese, decine di persone a usare una lingua straniera durante le riunioni. Uno vinceva contro al maggioranza, dove ciascuno, mai e poi mai poteva alzare bandiera bianca e dire : “ Scusate io non capisco niente !”.
Quando con il tempo cominciò a comprendere l’italiano, per non essere frainteso, continuò a esporre le sue idee solo in inglese.
Con il tempo i motivi di collaborare si diradarono e quando ci fu l’occasione di incontrarci, si parlava d’altro e ci si capiva di più. Per molto tempo lo hanno dato per partente, ma quando ritornò davvero a Londra non passò a salutare.
La notizia della sua morte piombò improvvisa. Per qualche giorno se ne parlò quando ci si incontrava tra quelli che lo avevano conosciuto.
Stamattina una mail di Facebook, che quotidianamente mi invita a conoscere questo o quello perché amico di uno che conosco, mi chiedeva se per caso conoscessi Andy. Avevamo degli amici in comune, sottolineava la mail, quindi …. potevo stringere amicizia.
Che idiota ‘sto Facebook che si definisce social network ma non distingue chi è vivo da chi non c’è più. Come può qualcosa essere sociale quando non riesce a distinguere e dare dignità alla vita e alla morte ?
Quanti sono i fantasmi che vagano in cerca di amicizia in giro per Internet e quante saranno le richieste di amicizia, inviate da ignari, che mai saranno ricambiate ?
Un tempo l’immortalità era garantita agli artisti e ai grandi uomini. Le loro opere e gesta contribuivano a renderli eterni. Oggi basta essere tra i cinquecento milioni di  iscritti a Facebook per non essere dimenticati e continuare a vagare come anime in cerca di pace, elemosinando, senza più tempo amicizie, restando in silente ascolto come le misteriose anime dei morti che hanno turbato spesso i sonni della nostra infanzia

martedì 30 ottobre 2012

Ogni cosa ha il suo tempo


Ho appeso le scarpe da calcio, già nel secolo scorso, dopo aver rischiato di prenderle da un terzino, una specie di  montagna che mi seguiva dandomi dei pugni di nascosto che, con una furberia avevo fatto espellere dall'arbitro durante una partita di un torneo aziendale.  Giocare a calcio è stata una delle mie passioni più grandi. Segnare un goal procura istanti di felicità assoluta. Ad un certo punto, però,  ho capito che il meglio era passato e non valeva più la pena rischiare qualche infortunio in tackle a cui non ero più abituato.
Qualche anno dopo tentai la strada del calcio a cinque.  Il campo era più piccolo, pensai , così  potevo  meglio mettere a frutto  le mie doti tecniche, visto che qualche acciacco, dovuto all’usura derivante dalla corsa prolungata, aveva pregiudicato la prestanza e la resistenza fisica.
L’impatto fu deflagrante. Giorni e giorni di dolori inspiegabili mi convinsero a lasciare perdere. Non mi pesò abbandonare definitivamente il calcio.
Mi rimangono  i palleggi che, giocando con mio figlio,  faccio ancora con una discreta abilità, un tantino arrugginita ma non fino al punto da farmi sembrare imbranato e goffo. La stoffa c’è ancora, si è sgualcita un po’, ma traspare ancora la qualità di un tempo, come un vestito di ottima fattura ma non più alla moda. Ogni cosa ha il suo tempo.
Da ragazzo divoravo libri. Integravo quelli che mi venivano regalati con quanto potevo trovare in biblioteca. Per certi periodi andavo in sequenza, ad esaurimento di scaffale.  Mi piaceva la fantascienza e le storie di viaggi impossibili. Moby Dick, i libri di Verne e tanti altri mi hanno fatto compagnia durante l’infanzia e l’adolescenza. Durante le scuole superiori, arrivarono  gli incontri con Manzoni, Kafka, Buzzati, Pavese,  Pirandello, molti scrittori del neorealismo italiano  e altri ancora,  stimolati dall’affezione verso una professoressa di italiano che mi indusse  a portare italiano all’esame di diploma in informatica.
Ai libri mi affezionavo e i più belli li tornavo a leggere, sapendo di scoprire sempre angoli passati inosservati.
Poi venne il militare e di li a poco l’addio all’Università. Fu così che abbandonai la lettura. Iniziai a lavorare e sposatomi,  molti pensieri ma anche molte soddisfazioni riempirono il mio tempo. Quegli anni sono stati caratterizzati da un’energia senza uguali, mosso dall’amore verso la mia famiglia e dalla voglia di arrivare a realizzarmi per stare sempre meglio.
 “Ogni cosa ha il suo tempo”, mi dicevo , “tornerò sui libri ne sono certo, ma ora no ho tempo.”
Ma l’arrivare si tramutò in arrivare a tutti i costi, senza curarsi del tempo e delle energie rimaste. Tenere il ritmo elevatissimo risultò sempre più difficile. In maratona si sa, che se si parte a ritmo troppo elevato si rischia di andare fuori giri e scoppiare senza arrivare al traguardo. Anche il mio ritmo di vita risultò in quegli anni insostenibile e, come un incauto maratoneta, scoppiai.
Ne uscii con le ossa rotte e, rabberciata una vita andata in frantumi mi ripromisi : “Ogni cosa ha il suo tempo” , ma quel “ha”, significava ben altro. Le cose importanti,  intendendo  tutto ciò che amavo, avevano bisogno del mio tempo. Tutto andava rimesso in ordine.
Ora sono tornato sui libri, sono tornato a studiare,  leggo, studio passo il tempo tra le parole, lette e scritte.  E’ terapeutico prendere un pensiero e riportarlo sulla carta ordinando  le parole con la stessa cura con cui un pittore cerca le sfumature di un colore.  I significati stanno alle parole come le tonalità stanno ai colori. “Ogni cosa ha il suo tempo”, ma la vita fa scherzi strani giocando con il tempo, spesso mescola tempi e cose con l’estro di un’artista. Può succedere di ritornare a studiare quando pensi di essere arrugginito,  avere un figlio quando ti senti inutile oppure salire le vette più alte quando pensi di avere un cuore malato.

Ho corso sette maratone e, quando nell’ottobre del 1997 tagliai il traguardo con il mio tempo peggiore, mi venne naturale pensare che mi sarei di sicuro rifatto l’anno dopo.  Però si trattava di una bugia, in fondo pensavo che, quella era stata veramente la mia ultima maratona. Troppa era stata la fatica e poche le motivazioni rimaste. Per più di dieci anni non ripresi più seriamente e, solo dopo aver ritrovato l’armonia con il mio cuore, tornai a macinare chilometri. Rimisi però le scarpe da running con lo spirito di chi va in montagna, ma  tiene il passo di chi è meno allenato di lui. Ogni cosa ha il tempo. C’e stato il tempo delle maratone corse in meno di tre ore e quello delle corse fatte per il gusto di esserci ancora ed arrivare sorridendo.
Ora aspetto il tempo e le cose che l’estro della vita vorrà riservarmi ancora. Le motivazioni non mancano come pure i sogni.
Ogni cosa avrà il suo tempo .

sabato 15 settembre 2012

Dedicato a ......

I muri non servono per fermare chi desidera davvero qualcosa.
Servono per fermare quelli che non ci credono abbastanza


"Copertina di uno dei tanti libri in vendita in Autogrill"

domenica 15 luglio 2012

La scintilla


La porta finestra che guarda a tramontana è lasciata aperta di proposito. Entra un’aria fresca, quasi fuori stagione.  La coperta ci sta bene e trasmette un senso di tepore e protezione quasi materno. Qui il temporale, arrivato d’improvviso  verso le cinque, è durato meno di 10 minuti. In quel breve lasso di tempo si sono visti vento, grandine e pioggia. Terminata la sfuriata, il calore del marciapiede di fronte a casa, in pochi minuti, aveva fatto evaporare quel po’ di pioggia caduta quasi fosse di passaggio.
Ma il fresco  stasera è arrivato per conto proprio. Mio padre diceva in occasioni simili :
“In montagna deve aver fatto maltempo “, sentendo l’aria fresca, quasi montanara.
Ho passato la serata con il desiderio di mettere ordine. Ordine alla casa  ma anche ordine dentro. Il silenzio ci sta tutto anche se diversamente da altre volte mi circonda un velo di nostalgia. Mio figlio stasera mi ha salutato, tornando a casa dopo un po’ di giorni passati assieme. Il saluto, a cui in parte sono abituato, mi sembra ancora qualcosa di innaturale.
Come in altre occasioni, senza scrollare le spalle, mi affido al tempo, al lento cambiare delle cose e dell’animo.  Pur confidando nel continuo evolversi della vita sono convinto che solo le scintille improvvise, le passioni intense, possano far cambiare veramente la vita.
Accompagnare  lentamente lo scorrere lento del tempo serve solo a guarire dai dolori della vita.
Oggi una persona rimasta da poco sola, mi parlava di quanto la sera la avvicini alla solitudine. L’ho rincuorata dicendole che anche alla solitudine ci si abitua. Può diventare l’occasione e lo stimolo per reinventarsi, senza  ricominciare,  la semplice possibilità di guardare avanti.  Pensavo alla sua storia e mi chiedevo se avesse qualche rimpianto, pensando a quanto avrebbe potuto fare per ritardare la solitudine e le serate diventate improvvisamente fredde e  silenziose.
Ho rimesso ordine alle tante cose fatte in questi giorni. Ho ripensato ai sentimenti , alle emozioni intense, ai sospiri di sollievo  dopo una grande paura, alle motivazioni rinnovate, alle amicizie vere, finendo per rimettere un po’ di ordine anche alle spese fatte senza verificare la salute del conto in banca.
I soldi, mi dico da un po’, non sono un problema, se servono a star bene e a far star bene.  Per il momento non chiedo di più.
Ogni tanto, la domenica sera, osservo quel modem che sta sul comodino che appena dopo la mezzanotte a mia insaputa recupererà quanto registrato dall’ICD durante l’ultima settimana. E’ come se ogni Domenica notte annotassi su un diario quanti fatto negli ultimi sette giorni. A pensarci bene non tutti hanno questo privilegio e chissà se un giorno potrò curiosarci dentro.
Il travaso dei dati è talmente preciso e puntuale da essermi diventato indifferente.
La porta aperta continua a far passare un fresco sempre più frizzante.  Verso le undici di sera immancabilmente si attiva l’irrigazione del giardino vicino. Dura un’ora, appena dopo mezzanotte, termina e restituisce il silenzio. Da lontano arriva la musica  di una Band che suona in una delle tante feste dedicate a ortaggi, birra, estate e altro ancora. Non ne distinguo il genere. I suoni arrivano ovattati e cupi, non mi incuriosiscono.
Tra qualche minuto chiuderò fuori il fresco e tutti i rumori di una notte d’estate senza scintille.
C’è ancora tempo e forse tra poco squilla il telefono o arriva un messaggio….

giovedì 5 luglio 2012

Sera


La sera volge al tardi. Il caldo non è più soffocante. L’afa che rende difficile il giorno a una certa ora se ne va.  Avverto da un  po’ una sensazione lieve di fresco che fa star bene. A tratti mi raggiunge un filo di brezza come se ci fosse dietro qualcuno ad agitare un ventaglio invisibile. La brezza passa, poi l’aria ritorna immobile, mentre mi metto in attesa di un nuovo refolo. Non ha la precisione di un treno in orario, ma a volte ritorna portando il sollievo sperato.
Non tutto arriva quando ce lo aspettiamo e così anche il refolo di fresco può insegnare una piccola regola di vita.
Il tavolo del giardino è diventato la mia scrivania. Al mattino lo trovo umido di rugiada, ma appena asciugato lo popolo di libri, computer, notes e tutto ciò che serve allo studio.  Ci metto un attimo a prepararlo di buon mattino e un altro attimo a svuotarlo prima di andare a letto.  Passo il giorno all’ombra della casa e della siepe, ascoltando indifferente i camion e le macchine sulla provinciale. Il rumore in certi momenti da fastidio anche se dura il tempo del passaggio.  Ci sono poi lunghi momenti di silenzio che contrastano con il rumore appena passato ma portano la stessa sensazione di benessere del refolo di fresco.
Non c’è giorno che non passi un’ambulanza in piena emergenza e a sirena spiegata. Oramai è’ diventato un appuntamento fisso,  come se dall’altro capo della strada si fossero messi d’accordo per star male, a turno, uno ogni giorno. Il suono della sirena  che cresce, mentre si avvicina, mi inquieta ogni volta  allo stesso modo.  Penso al mio viaggio la dentro appeso al filo sottile della vita.
Situazioni  passate ma non dimenticate. I ricordi tristi diventano con il tempo come quelle cicatrici che restano insensibili al tatto e durante l’estate non si abbronzano.  Ci sono ma appaiono come un corpo estraneo da cui non sappiamo separarci.
In certi momenti le foglie secche sotto la siepe si animano d’improvviso. Il crepitio, quasi scoppiettante, rompe la monotonia dei rumori abituali. Sono di solito due lucertole che si rincorrono, chissà se in preda al desiderio di accoppiarsi o per un semplice gioco. Il crepitio non dura che pochi secondi. Spesso si interrompe per poi riprendere di li a poco. Poi ritorna il silenzio o  il rombo di una macchina diretta chissà dove.
A pomeriggio avanzato arrivano le zanzare.  Si palesano verso le 18, mai sole, puntano ad  obiettivi diversi. Una punge un braccio mentre un’altra si poggia sulla caviglia. Non sempre si hanno mani a sufficienza per scacciarle tutte in tempo. I rimedi sono sempre gli stessi:  lo zampirone che manco a farlo apposta dirige il fumo verso il mio viso e le candele di citronella che ancora non mi hanno convinto della loro efficacia.
Qualche volta, disperato, mi spruzzo l’Autan, anche se la cosa non mi piace per niente.
Poi verso le dieci le zanzare spariscono. Mi dico ogni volta : “Hanno finito di cenare” e così posso continuare a starmene al fresco della notte che cala.  Accendo la luce per individuare i tasti del computer.  Non ho mai imparato a scrivere come una dattilografa. Uso due dita che spesso fatico a coordinare facendo arrossire il correttore di Word. Non me ne preoccupo, consapevole  di quanto sia più importante tradurre il pensiero piuttosto che proseguire rifinendo. Il tempo per gli aggiustamenti viene dopo l’ispirazione.
Più tardi , verso le undici, anche la strada si ammutolisce e i passaggi diventano meno frequenti.  Noto così il ronzio delle pompe di calore dei condizionatori accesi, appesi qua e la sui muri che guardano a tramontana. Si accendono ad intermittenza secondo necessità. Non li percepisco, di solito, durante il giorno quando gli appartamenti sono quasi tutti disabitati e torridi.
Alla fine resta ancora il rumore del telefono. Squilla ogni tanto colorando il display, nero fino ad un istante prima.  Non da fastidio. Il “rumore” al di la del filo invisibile è sempre una voce amica, un refolo di brezza inaspettato che da sollievo al cuore.

mercoledì 20 giugno 2012

Note


Cavolo ! Ci sono ancora giorni di m…. !
Pensavo di aver debellato per sempre giorni simili a questo, come se fossi immunizzato da un vaccino miracoloso.  Invece no,  le ricadute sono sempre in agguato. Bastano una parola di troppo e l’indifferenza sincera a sincere attenzioni,  per far riapparire la strada tortuosa e difficile.
Non mi resta che aggrapparmi alla solida filosofia di vita della dott.ssa Rossella O'Hara, che in uno dei su insegnamenti  più famosi affermava: “ Domani è un altro giorno “,
Ancora qualche secondo e domani arriverà.  Ho cercato di ignorare la serata di questo giorno da dimenticare, immergendomi in lezioni di Antropologia e vuoti di memoria ansiogeni e immotivati. Immotivati  soprattutto perché di vuoto ce ne veramente tanto.  Ho ancora molto da assimilare e scoprire che la data dell’esame è esattamente una settimana prima di quanto pensassi mi ha scompaginato di molto le certezze e la fiducia faticosamente conquistate.
Cosa c’è di meglio dell’ansia per preparare una notte insonne ?
Ora ci vogliono un bel sospiro profondo e qualche goccia di sonnifero.  Chiudiamo qui.
A domani ... Miss Rossella !

mercoledì 13 giugno 2012

Parole lente


Scuola, università, invalidità, lavoro, CV, amicizia, scrittura, lettura, delusione, felicità, desiderio di cambiamento.
Insieme strano di parole,  apparentemente mal assortito,  ma che rappresenta buona parte della mia vita.
Dietro c’è un cuore che batte,  che rende possibile tutto ciò. Non è tra le parole, perché ormai, da un po’ di tempo ha deciso di ritornare ai ritmi di un tempo, come se non avvertisse più la necessità di strattonarmi.
Tra tutte però spicca una parola che pensavo mi avesse abbandonato : Felicità.
A volte vivo momenti di felicità accompagnati da una grande voglia di vivere. Emozioni  che mi caricano e mi  spingono a superare le difficoltà  di ogni giorno : dall’aiutarmi  a sorridere alle persone che incontro fino a zittirmi per ascoltare qualcuno che mi sta parlando.

Dietro ad ogni parola c’è una storia.

Scuola. Ho cercato di comprendere la scuola di mio figlio e dei bimbi della sua età.  Un modo per ridurre la distanza che c’è tra me e lui.

Università. Oltre che un obiettivo  è  un modo per conoscere e comprendere cose che un tempo detestavo e che ora invece mi appassionano.

L’invalidità è una presa di coscienza,  un misurarmi con la società e le sue classificazioni. Comunque sia non ne uscirò ferito.

Il lavoro, punto dolente, oggi c’è, domani chissà. Non temo solo la crisi, mi spaventa di più l’ignoranza e la mancanza di etica.

Il CV (Curriculum Vitae) l’ho aggiornato e inviato  a qualcuno interessato alla mia esperienza.  Mi è sembrato di chiuderlo in una bottiglia e affidarlo al mare.  In questo caso la destinazione è conosciuta. Chissà …..

Amicizia. Profonda o superficiale che sia significa accettazione e comprensione.

Scrittura : Un modo per rallentare il pensiero. Un modo per combattere i sensi di colpa. Un modo per raccontarsi. Lo scrivere è fine a se stesso come una passeggiata in un bosco nel più sacro silenzio.

La lettura. Un’amica ritrovata.

Delusione. A volte si aspetta una lettera, un gesto , una parola che non arrivano mai. L’attesa spesso parte da un momento di felicità ma termina, quasi sempre, con una lacrima di delusione. E’ la vita.

Felicità. E’ come quelle piante che non comprendi come possano crescere in ambienti molto ostili.
Succede invece che,  quando si è convinti di essere circondati da un panorama brullo, compare come un’oasi  fresca che per un po’ ti ristora …. solo per un po’ …. però.

Voglia di cambiamento.  Molto di quanto scritto sopra nasce dalla voglia di cambiamento, per altre cose invece, spero nel cambiamento che verrà.

domenica 3 giugno 2012

Note


Qualche mese fa quando uscivo  a controllare il termometro della carrozzeria, il buio regnava sovrano. Le notti invernali iniziavano nel tardo pomeriggio. Il termometro a quell’ora sembrava fisso su -4, puntuale come un treno che passa alla stessa ora. In questi giorni di inizio Giugno, invece, la luce diurna sta raggiungendo il suo culmine, tra meno di venti giorni comincerà la discesa verso il Solstizio d’Inverno.
Poco fa uscendo di casa, come spesso faccio,  il sole sembra ancora non voler tramontare. Il termometro segna 23 gradi. Condizioni ideali come spesso in questa stagione.
Il fine settimana è servito a ricaricare al molla. Passato un appuntamento preparato a capo chino, si rialza la testa verso il prossimo, che non è più così lontano come sembrava qualche giorno fa.  Bene, una cosa alla volta e, recuperata la fiducia, in alcuni momenti, propensa alla fuga, da domani ricomincio a far sul serio.
Fiducia, empatia, capacità di ascolto, rispetto del proprio e dell’altrui ruolo, diritto di vivere le proprie emozioni senza pensare di nasconderle fanno parte di riflessioni, atteggiamenti dovuti e rivendicati di questi ultimi giorni.
Ho ascoltato, casualmente alla radio la domanda : “ Con chi vorresti passare un giorno ?”
“Con mio padre..”, ha risposto qualcuno a cui mi associo.
Avrei molte cose da raccontare e da dire, a mio padre, come fosse un confessore. Ma vorrei avere la possibilità di ascoltarlo in silenzio come se fossi seduto su un banco di scuola.
La lista delle persone con cui trascorrere una giornata non è lunga, ma l’esperienza non mi dispiacerebbe,  anche se ritrovare l’equilibrio con alcune mi sembra un’impresa più difficile che incontrare mio padre.
Qualche volta mi viene la voglia di andare lontano………..

venerdì 18 maggio 2012

Grecia e dintorni


Dalle mie parti c’è una gara che si svolge durante “La festa dello sport” di Scorzè che si chiama : Highlander "L'immortale".
E’ una gara di corsa molto avvincente che si svolge all’interno del piazzale della festa, dove viene tracciata una pista di atletica di circa 250 metri.
Un gruppo di atleti si sfida su gare ripetute fatte di due giri di pista. Dopo ogni gara viene eliminato l’ultimo classificato. Il gruppo, di batteria in batteria, si assottiglia sempre di più fino a quando la gara finale diventa  un duello tra i due atleti più forti o,  quelli che più, nel corso delle prove, hanno saputo dosare le energie.
Alla fine, il vincitore della sfida finale, viene incoronato “L’immortale”.
Questa sfida, e il suo particolare meccanismo di eliminazione, mi è tornata in mente in questi giorni in cui si parla continuamente della possibile uscita della Grecia dall’Unione Europea.
Questo eventualità spaventa molti paesi.  Non sappiamo quali potrebbero essere le conseguenze, anzi, penso che qualcuno conosca bene le possibili conseguenze, ma le informazioni sono centellinate e controllate per non creare situazioni di “panico di massa”.
Dopo la Grecia, quale potrebbe essere il paese, destinato alla successiva “eliminazione” ?
La gara ad eliminazione potrebbe continuare ed essere lunga, coinvolgendo anche paesi che oggi pensano di essere al sicuro da ogni speculazione.
Alla fine il vincitore potrebbe non essere scontato. In altre parole non è detto che a vincere sia la Germania.