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mercoledì 14 dicembre 2011
L'evoluzione culturale
Quando ho incominciato a lavorare, nel 1979, la
Micromp, questo era il nome della ditta, occupava un area destinata a negozio,
con tanto di vetrine, al piano terra di un palazzo di un paese del veneziano.
Eravamo in otto, di cui 4 erano accaniti fumatori. Uno di questi fumava la pipa, non senza darsi un po’ di arie affermando che, la pipa era meno dannosa delle sigarette.
Il negozio, anzi l’azienda, era perennemente satura di fumo . C’era chi si costruiva direttamente le sigarette, partendo dalle cartine e il tabacco e chi, invece, era capace di fumarsi un pacchetto di Gauloises al giorno.
Noi non fumatori non avevamo voce in capitolo, eravamo nostro malgrado degli accaniti fumatori passivi.
A quei tempi, il mio medico visionando una radiografia al torace, mi chiese quante sigarette al giorno fumassi e faticai a convincerlo affermando di non aver mai toccato una sigaretta in vita mia.
Erano gli inizi degli anni Ottanta e da allora l’atteggiamento verso il fumo e i fumatori è radicalmente cambiato. Ora, quest’ultimi, vivono in una sorta di riserva protetta, come fossero portatori di una malattia infettiva da controllare e per evitarne il contagio.
Oggi nel corso di una riunione che parlava di sicurezza sul lavoro a cui erano presenti i rappresentanti dei lavoratori, dei sindacati e dell’ufficio personale, qualcuno ha evidenziato come spesso qualche lavoratore si rifugiasse in bagno a fumare, trasgredendo le regole aziendali.
Le prove erano inequivocabili.
“Come sono cambiati i tempi!”, ho pensato ricordando i tempi della Micromp.
“Chi non rispetta le regole, va segnalato. Ognuno si renda responsabile del rispetto delle regole !”, tuonò con voce solenne il rappresentante dell’ufficio personale, che quasi con tono di sfida continuò:
“Datemi i nomi che li licenziamo!”.
In un primo momento, considerai la minaccia fuori luogo, troppo severa per un peccato che, nonostante il mio passato di fumatore passivo, consideravo del tutto veniale.
Poi ripensando a come i tempi fossero cambiati ho dato un senso a quella minaccia e sorridendo dentro di me mi son detto :
“E’ vero i tempi sono cambiati, oggi si sente molto di più il bisogno di licenziare !”.
Eravamo in otto, di cui 4 erano accaniti fumatori. Uno di questi fumava la pipa, non senza darsi un po’ di arie affermando che, la pipa era meno dannosa delle sigarette.
Il negozio, anzi l’azienda, era perennemente satura di fumo . C’era chi si costruiva direttamente le sigarette, partendo dalle cartine e il tabacco e chi, invece, era capace di fumarsi un pacchetto di Gauloises al giorno.
Noi non fumatori non avevamo voce in capitolo, eravamo nostro malgrado degli accaniti fumatori passivi.
A quei tempi, il mio medico visionando una radiografia al torace, mi chiese quante sigarette al giorno fumassi e faticai a convincerlo affermando di non aver mai toccato una sigaretta in vita mia.
Erano gli inizi degli anni Ottanta e da allora l’atteggiamento verso il fumo e i fumatori è radicalmente cambiato. Ora, quest’ultimi, vivono in una sorta di riserva protetta, come fossero portatori di una malattia infettiva da controllare e per evitarne il contagio.
Oggi nel corso di una riunione che parlava di sicurezza sul lavoro a cui erano presenti i rappresentanti dei lavoratori, dei sindacati e dell’ufficio personale, qualcuno ha evidenziato come spesso qualche lavoratore si rifugiasse in bagno a fumare, trasgredendo le regole aziendali.
Le prove erano inequivocabili.
“Come sono cambiati i tempi!”, ho pensato ricordando i tempi della Micromp.
“Chi non rispetta le regole, va segnalato. Ognuno si renda responsabile del rispetto delle regole !”, tuonò con voce solenne il rappresentante dell’ufficio personale, che quasi con tono di sfida continuò:
“Datemi i nomi che li licenziamo!”.
In un primo momento, considerai la minaccia fuori luogo, troppo severa per un peccato che, nonostante il mio passato di fumatore passivo, consideravo del tutto veniale.
Poi ripensando a come i tempi fossero cambiati ho dato un senso a quella minaccia e sorridendo dentro di me mi son detto :
“E’ vero i tempi sono cambiati, oggi si sente molto di più il bisogno di licenziare !”.
lunedì 12 dicembre 2011
Il Brodo di Arquà Petrarca
Non sapevo che la patria del Brodo di Giuggiole stesse cosi vicino a casa.
Tanto meno immaginavo che il paese in questione fosse Arquà Petrarca, un paese situato nei Colli Euganei, che deve il suo nome e la maggior parte della sua fama per essere stato dimora, non so per quanto, del poeta Francesco Petrarca.
Il paese ha, in alcuni tratti architetturali, una parvenza medioevale: mura costruite con sasso o con pietre a faccia vista. Qualche viuzza stretta si inerpica su per i colli.
Non mancano i riferimenti al poeta che vanno dall’ agriturismo Franciscus fino ad arrivare al bar centrale intitolato a Laura.
La casa del Petrarca, che vista da fuori non doveva essere sicuramente una casupola, è oggi un museo e sta a qualche centinaio di metri dal centro.
L’altro personaggio di rispetto del paese sono le Giuggiole. Gli alberi di Giuggiole superano di gran lunga qualsiasi altro tipo di vegetazione. Dalle Giuggiole si produce l’omonimo “Brodo”, liquore venduto praticamente a ogni angolo.
Passeggiando per le strade del paese e spingendosi anche un po’ fuori, si ha la sensazione che le giuggiole non siano così tanto amate, notando quante siano quelle lasciate appassire sui rami degli alberi. Infatti molte sono quelle non raccolte, tanto da farmi sorgere il sospetto che nell’ apparente noncuranza si celasse il segreto dell’infuso: prodotto da frutta lasciata “macerare” al freddo dell’inverno.
Quando, finita la passeggiata ho cercato di chiarire il perché di tanto spreco, un signore del posto ha liquidato la questione spiegandomi che, per le giuggiole il tempo di raccolta è molto breve, passato il quale appassiscono e non sono più buone.
“Niente di più semplice “, ho pensato, mentre fino a quel momento avevo immaginato strane pratiche di preparazione.
L’infuso, una volta assaggiato, sminuisce un po’ il senso che di solito si associa al detto “andare in brodo di giuggiole”. La realtà quasi sempre sminuisce il sogno.
Tanto meno immaginavo che il paese in questione fosse Arquà Petrarca, un paese situato nei Colli Euganei, che deve il suo nome e la maggior parte della sua fama per essere stato dimora, non so per quanto, del poeta Francesco Petrarca.
Il paese ha, in alcuni tratti architetturali, una parvenza medioevale: mura costruite con sasso o con pietre a faccia vista. Qualche viuzza stretta si inerpica su per i colli.
Non mancano i riferimenti al poeta che vanno dall’ agriturismo Franciscus fino ad arrivare al bar centrale intitolato a Laura.
La casa del Petrarca, che vista da fuori non doveva essere sicuramente una casupola, è oggi un museo e sta a qualche centinaio di metri dal centro.
L’altro personaggio di rispetto del paese sono le Giuggiole. Gli alberi di Giuggiole superano di gran lunga qualsiasi altro tipo di vegetazione. Dalle Giuggiole si produce l’omonimo “Brodo”, liquore venduto praticamente a ogni angolo.
Passeggiando per le strade del paese e spingendosi anche un po’ fuori, si ha la sensazione che le giuggiole non siano così tanto amate, notando quante siano quelle lasciate appassire sui rami degli alberi. Infatti molte sono quelle non raccolte, tanto da farmi sorgere il sospetto che nell’ apparente noncuranza si celasse il segreto dell’infuso: prodotto da frutta lasciata “macerare” al freddo dell’inverno.
Quando, finita la passeggiata ho cercato di chiarire il perché di tanto spreco, un signore del posto ha liquidato la questione spiegandomi che, per le giuggiole il tempo di raccolta è molto breve, passato il quale appassiscono e non sono più buone.
“Niente di più semplice “, ho pensato, mentre fino a quel momento avevo immaginato strane pratiche di preparazione.
L’infuso, una volta assaggiato, sminuisce un po’ il senso che di solito si associa al detto “andare in brodo di giuggiole”. La realtà quasi sempre sminuisce il sogno.
sabato 10 dicembre 2011
Più Quattro
Il termometro della carrozzeria
segna +4. Sono le 21.37.
“Non sembra così freddo”, penso,
notando il valore della temperatura.
“Magari non sì è ancora dissolto
il tepore che mi porto appresso da casa “, rimugino soffermandomi un attimo
davanti al capitello della Madonna che sta nell’ampio parcheggio. La
provinciale è vuota, solo un paio di macchine sono passate, negli ultimi cinque
minuti, l’andatura era di chi non ha una meta precisa e per questo indugia
sperando che il caso schiarisca il destino.
La crisi, di cui si parla tanto, sembra qualcosa che non ci riguarda. Molti ancora non ci credono. E' come se fossimo divisi in due squadre, una che può permettersi di giocare con le nuove maglie, l'altra che deve entrare in campo con le scarpe rotte.
Quello che far star male è il fatto che non fa scalpore una simile disuguaglianza. I ricchi e i poveri sono diventati, nella nostra cultura, due istituzioni sanciti "dalla legge".
Il malessere, nella nostra società, ha fatto molta breccia, tanto da minarne la cultura. Ripensare a qualcosa di diverso e più equo sarà difficile senza forti contrapposizioni.
La crisi, di cui si parla tanto, sembra qualcosa che non ci riguarda. Molti ancora non ci credono. E' come se fossimo divisi in due squadre, una che può permettersi di giocare con le nuove maglie, l'altra che deve entrare in campo con le scarpe rotte.
Quello che far star male è il fatto che non fa scalpore una simile disuguaglianza. I ricchi e i poveri sono diventati, nella nostra cultura, due istituzioni sanciti "dalla legge".
Il malessere, nella nostra società, ha fatto molta breccia, tanto da minarne la cultura. Ripensare a qualcosa di diverso e più equo sarà difficile senza forti contrapposizioni.
Il pomeriggio è passato un po’ stando
sui libri, un po’ senza curarmi dì niente. Più di una volta avrei potuto ,
dovuto uscire, ma senza necessità impellenti, ho preferito fare “poche cose”,
come ieri mi ripeteva mio figlio.
“Chissà se è una forma di pigrizia
di un bimbo o un karma da appendere alla mente?”, mi sono chiesto.
Visto cosi può fare il paio con
il detto :”Fare poche cose ma bene”, oppure potrebbe sembrare la
raccomandazione a mettere in fila le cose della vita considerando quelle
veramente importanti che, a contarle, stanno sulle dita di una mano.
Se non avessi ascoltato mio
figlio ieri avrei vagato un po’ alla rifusa per negozi a prendere cose di cui ancora
adesso non sono convinto, stancandoci entrambi.
Alla fine ascoltando le sue
necessita ho potuto riconsiderare anche la mia giornata traendone giovamento.
I piccoli
I figli da piccoli amano essere
presi per mano. E’ un modo per essere guidati, rassicurati, accarezzati.
Noi adulti, genitori spesso poco
attenti a queste necessità dei piccoli, tendiamo a volerli farli viaggiare alla
nostra velocità, senza essere consapevoli di quanto poco automatizzate siano le
percezioni e le azioni di chi sta apprendendo l’ambiente che lo circonda.
Capita anche il contrario, ve lo
assicuro. Succede di prendere per mano un figlio, per essere “presi per mano”,
cercando il conforto di chi teme di entrare da solo in una stanza buia.
Esistono anche negli adulti percezioni e sensazioni
che nemmeno secoli di vita renderebbero automatiche.
martedì 6 dicembre 2011
Note
Equità
Le parole sono segni arbitrari
che servono a descrivere la realtà che ci circonda. Le parole sono parte della
cultura e permettono quella comunicazione capace di trasmettere la cultura tra
i vari componenti di una società o una comunità.
Ma non sempre il significato
delle parole riamane inalterato tra chi condivide la stessa cultura. Spesso
l’interpretazione ha bisogno di un contesto di riferimento. La stessa parola
assume sensi diversi al variare del contesto.
Però ci sono parole che
consideriamo segni inconfutabili di certi valori universali. Parole che pensiamo
inattaccabili da qualsiasi contesto.
Equità è una di queste. Forse la
parola che più di ogni altra è passata di bocca in bocca di questi tempi.
E’ diventata per molti simbolo di
speranza e di rinascita mentre per altri
si è trasformata nello spettro di un ridimensionamento.
Alla fine, fatti alla mano, non è
diventata ne speranza, ne rinascita ma nemmeno il tanto temuto ridimensionamento.
Ha così mantenuto il significato
ambiguo di sempre in un contesto dove l’iniquità è omologata dalla cultura malata
di una società che non sa più guardarsi dentro.
Crisi
Le crisi di qualunque tipo siano vanno affrontate quando compaiono i primi sintomi.
Le crisi sentimentali senza un
continuo dialogo rischiano di esplodere senza possibilità di recupero se per
troppo tempo non si risolvono o chiariscono le incomprensioni.
Non resta a volte che accettare
il destino più difficile : il distacco per gli amanti in crisi, il fallimento per tutte quelle imprese che senza alcuna lungimiranza cercano soluzioni "tattiche" evitando volutamente di rivedere le strategie a lungo termine.
I tentativi di recupero come pure le contromisure più di facciata che di sostanza, non fanno che allungare l’agonia, amplificando le sofferenza senza modificare la fine già scritta.
I tentativi di recupero come pure le contromisure più di facciata che di sostanza, non fanno che allungare l’agonia, amplificando le sofferenza senza modificare la fine già scritta.
Riconoscere per tempo il proprio
fallimento può aiutarci a non farci sentire dei falliti.
domenica 4 dicembre 2011
Inter - Udinese 0 : 1
Ormai si perde una partita si e una no. In quella no o si vince per una botta di c. (vedi Siena) oppure si pareggia.Anno, mi vien da dire nerissimo, con un futuro tutto da scoprire.
Il fatto che ci manchi la partita con il Genoa, non può essere motivo di speranza.
A Genova sarà difficile e non sempre la fortuna ci sarà amica.
Emblematico lo scivolone di Pazzini nel momento di calciare il rigore.
"Può succedere", "Non ce ne va dritta una", e potremmo continuare con una lunga lista di lamentele.
In realtà non c'è l'Inter e forse non c'era nemmeno l'anno scorso se non ci fosse stata l'annata eccezionale di Eto'o.
venerdì 2 dicembre 2011
La negligenza
La signora Laura, questo era il nome riportato sul
cartellino, scivolato un po’ in disparte sulla sinistra dello sportello, mi
indicò con precisione, segnando delle minuscole crocette, dove dovevo firmare.
Questo tipo di indicazioni mi rassicurano, quando, preso un po’
dalla fretta, voglio far presto senza prestare molta attenzione a quello che
sto facendo.
In fondo il mio scopo era quello di riavere la Carta di Identità
persa qualche giorno addietro.
Consegnate le tre foto “uguali”, in pochi minuti la carta di
identità si materializzò e, dopo l’ultima
firma “ufficiale” sul documento stesso, arrivò il momento di pagare.
“Purtroppo, ti devo far pagare il doppio, nella denuncia è
dichiarato lo smarrimento e in questo caso si paga la negligenza”.
“Quanto ti devo”, chiesi un po’ contrariato, ma senza
polemica.
“Sono 10 euro e 80 centesimi”, mi rispose e , mentre cercavo
nelle tasche del cappotto i soldi, pensavo a quello che avevo dichiarato al
carabiniere due giorni prima :
“Non posso affermare che il portafoglio mi sia stato rubato,
quindi presumo di averlo perso”.
Riposi i soldi sul tavolo e, mentre attendevo i venti
centesi di resto, pensai di verificare un sospetto :
“Se nella denuncia avessi dichiarato che il portafogli mi
era stato rubato?”
“Avresti pagato la metà, perché non si trattava di
negligenza”.
Ringraziai la signora per la sua gentilezza e uscendo
pensavo che la mia presunta “negligenza” era stata punita dallo Stato con una
tassa che valeva il doppio di quanto avrei dovuto normalmente pagare.
Paragonando la sanzione a quella di molti grandi evasori che,
se scoperti, riescono invece ad evitare l’aggravio, ottenendo altresì grossi sconti, dallo Stato su quanto dovuto, ho
formulato la seguente regola:
"Più è grande la 'negligenza' , minore è, in rapporto, la sanzione applicata”.
Quindi …..
Quindi …..
Sulla Depressione
Il più grande torto che Elifaz e i suoi amici hanno inflitto a Giobbe è stato quello di impedirgli di credere alla propria versione dei fatti.
E' quello che i medici della depressione vogliono da te.
Chiama il tuo dispiacere una malattia. O no.
Prendi le pillole. O no.
Vai da un terapeuta. O no.
Ma qualunque cosa tu faccia, quando la vita ti mette in ginocchio, cosa che di sicuro succederà, cosa che forse deve succedere, non accontentarti di pensare di avere il cervello malato.
Ricorda che è solo una storia.
Puoi raccontare la tua e penso proprio che sarà più bella di quella che hanno prodotto i medici della depressione.
(G. Greenberg - "Storia segreta del male oscuro")
E' quello che i medici della depressione vogliono da te.
Chiama il tuo dispiacere una malattia. O no.
Prendi le pillole. O no.
Vai da un terapeuta. O no.
Ma qualunque cosa tu faccia, quando la vita ti mette in ginocchio, cosa che di sicuro succederà, cosa che forse deve succedere, non accontentarti di pensare di avere il cervello malato.
Ricorda che è solo una storia.
Puoi raccontare la tua e penso proprio che sarà più bella di quella che hanno prodotto i medici della depressione.
(G. Greenberg - "Storia segreta del male oscuro")
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