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giovedì 24 maggio 2018

Dialogo

Oggi con la scuola siamo andati a visitare un museo dell’Hard Rock a Venezia. In realtà è un ristorante.”
Ti avranno parlato dei Led Zeppelin!”
Si”
E dei Pink Floyd ?”
Si, uno schifo”
Ma come uno schifo! E dei Beatles ? Non possono aver tralasciato i Beatles!”
Anche”
"E dei Rolling Stones?"
"Si, ma non mi interessa!"
".... e che tutto è cominciato con Elvis Presley?"
"Si"
E di Bruce Springsteen ?”
No, Non hanno detto niente”
Pensa,... se ti avessero parlato di Bruce Springsteen avresti potuto dire: Io l’ho visto due anni fa, a Roma, quando avevo 11 anni! ... Io c’ero!”
Non mi è piaciuto!”
Lo so, mi hai fatto perdere le ultime tre canzoni del concerto!”

lunedì 17 dicembre 2012

Note di Matematica


Mio figlio lo chiama “cambio”, io lo chiamavo “riporto”.  Si tratta di quella tecnica che permette agli alunni la gestione  delle somme che superano il nove in decine. Cercando in Internet le due parole sono tutt'oggi riconosciute e non c’è stata l’obsolescenza di una a favore dell’altra.
Così  ieri sera, mentre mio figlio era alle prese con 12 addizioni di questo tipo, ho osservato sia il metodo che la rappresentazione di ciò che stava facendo.
Ho apprezzato la simbologia, l’uso dei colori e la tecnica. Alle decine era associato il rosso mentre le unità stavano accoppiate con il blu. L’associazione era chiara e mai disattesa.  
L’associazione del colore con un concetto facilita l’apprendimento.
Come i colori erano rigidi anche i due schemi, il primo fatto di palline infilate su due assi diversi, uno per le unita e l’altro per le decine e il secondo fatto con i numeri. Questi davano due diverse visioni dell’operazione. Il metodo simbolico era funzionale al risultato numerico. 
L’associazione di schemi e simboli a concetti aiuta a memorizzare più velocemente.
All'inizio questo metodo era per il bimbo molto laborioso e dispendioso. Troppi i cambi tra penne e colori e viceversa !
Con il passare del tempo e completando  le operazioni, le proteste si sono fatte sempre più flebili, mentre gli automatismi aumentavano.  Le righe e i quadrati venivano bene anche a mano libera. 
L’esercizio come l’allenamento affina la tecnica e aumenta l’efficienza. Funziona con le addizioni in seconda elementare come per chi si allena per la maratona.
Infine ho valutato l’atteggiamento di quel bambino che avevo svegliato molto presto al mattino e di cui, in parte, comprendevo i mugugni.  “Hai ragione!”, pensavo mentre cercavo affiancarlo nel districarsi tra i “cambi”.
Ma giunti all'ultima operazione, quando i meccanismi erano ormai assimilati, mio figlio mi disse :
“Papà, non dirmi niente, l’ultima voglio farla tutta da solo!”.
Contento per quello scatto finale, quando pensavo che le sue energie fossero finite, restai in silenzio a guardarlo mentre svolgeva correttamente l’operazione.  Concluse gli esercizi con una cornice più bella di quelle fatte fino a quel momento.
Insomma il bimbo ha carattere e voglia di imparare!

mercoledì 22 agosto 2012

Dialogo



“Papà, dov’è la macchinetta per il cuore ?”
Eravamo in  silenzio da qualche minuto, finito il pranzo c’era ogni giorno una sorta di tacita tregua: ciascuno si faceva i fatti propri.
Ma quella domanda uscita dai pensieri di mio figlio riannodò il silenzio. Alzai la testa e fissandolo, pensai a quale poteva essere la risposta più appropriata. Presi tempo, ma decisi per la via più diretta.
“E’ qui, vicino alla spalla”, risposi, indicando con il dito sotto la clavicola sinistra.
“Se appoggi la mano la puoi sentire“.
Il piccolo si avvicinò, appoggiò la mano senza premere.
“Non c’è niente!”, esclamò.
“Si che c’è”, spiegai, chiedendomi come mai non avesse percepito qualcosa che per me era, invece, molto ingombrante.
“Puoi sentire anche i fili che vanno diretti al cuore”, continuai completando la descrizione.
Mio figlio appoggiò la mano con più convinzione, e solo allora individuò la macchinetta e fili che gli avevo appena descritto.
“A cosa servono i fili ?”, chiese con aumentata curiosità.
 “ A far ripartire il cuore nel caso si fermasse!”.
Pensavo l’argomento concluso, ma, qualche istante dopo :
“E come fanno a farlo ripartire”, riprese mio figlio.
“La macchinetta manda, attraverso i fili, una scossa al cuore”, risposi.
“E la scossa si sente ?”, domandò quasi preoccupato.
“Chi l’ha provato dice che si sente”, raccontai riportando quando avevo sentito.
Nuovamente pensai conclusa la discussione, ero convinto di  avere dato la migliore delle spiegazioni.
Mio figlio sembrava pensare ad altro. Aveva abbassato lo sguardo quasi fosse stato attratto da qualcos’altro. Armeggiava con le mani sulla sabbia.
Ma alzati gli occhi disse convinto :
“Ma allora tu non muori mai !”
Avevo capito il suo silenzio e i suoi pensieri. Lasciai passare un secondo e più,  poi conclusi.
“Un giorno, nessuno sa quando,  il mio cuore si fermerà e la macchinetta non sarà capace di farlo ripartire.”

mercoledì 16 maggio 2012

Leggendo ....

"Un formatore non deve mai confondere le azioni di una persona con la persona stessa. Il suo fare non è il suo essere.
In nostri figli, nei momenti più difficili e anche quando commettono errori, devono avere la sensazione che c'è sempre un adulto autorevole e rigoroso che, facendo il tifo per loro, li sa aspettare. Pronto ad aiutarli per metterli nella condizione di modificare i propri comportamenti e di ripartire. Insieme."

Tratto da "Cercasi scuola disperatamente" di Francesco Dell'Oro.

domenica 11 marzo 2012

Viaggi Interplanetari - Un anno dopo


Sono ritornato con mio figlio alla Mostra di Astronomia a Villa Farsetti di Santa Maria di Sala .
Ogni anno c’è qualcosa di nuovo e ritornarci è un piacere.
Uno dei piatti forti della mostra è la ricostruzione del Sistema Solare nel prato antistante alla villa
Mi figlio ha un anno un più. L’anno scorso io fungevo da accompagnatore – narratore nel guidarlo attraverso i pianeti proporzionatamente distribuiti nel prato della Villa.

Ad ogni pianeta, ricordo, gli leggevo il nome e lui paragonava dimensioni e distanze osservando quanto lontano fosse il Sole.
Stamattina in autonomia si fermava davanti al cartello che identifica il pianeta e ne leggeva ad alta voce il nome, ripartendo veloce verso il successivo.
La lettura, l’auto apprendere gli ha aperto un  mondo di conoscenze infinito, uno delle conquiste più determinanti della vita di ciascuno.

Per me è importante vederlo un po’ più autonomo, conquistare il mondo a suo modo e con le sue forze. Io risparmio un po’ di energie da riversare in quel “Viaggio Interplanetario” che è la sua crescita dove vorrei accompagnarlo per molto ancora.

domenica 26 febbraio 2012

Ricordi


Per anni mio figlio mi ha accompagnato durante gli allenamenti. Cominciò a sette anni nell’estate del 1991, seguendomi con una bicicletta piccola, Un paio di anni dopo, realizzai che era cresciuto e che aveva bisogno di una bicicletta più grande. Acquistammo così, una bicicletta con "gli scambi" e soprattutto dotata di  contachilometri. Con la nuova bicicletta mi aiutò ad affinare ritmo e resistenza alla velocità,  in quanto il tachimetro permetteva di impostare e mantenere costante l'andatura.
Tra me e lui, durante gli allenamenti, si instaurò una sorta di comunicazione in codice.
A certi ritmi parlare era per me, alquanto difficile e così le frasi dovevano essere caratterizzate dall’essenzialità.
“Vai  a quattordici basso”, significava impostare la velocità intorno ai 14 km all'ora,
“Vai a quattordici alto”, significava sfiorare i 15 Km all'ora.
Lui si impegnava a mantenere la velocità che gli chiedevo, controllando i decimali della velocità visualizzata sul tachimetro.
Quando stavo particolarmente bene, bastava che lo affiancassi perché si adeguasse alla velocità,
“Recuperò”, era la parola che metteva fine alle tirate, rallentavamo, così avevo modo di ritirare il fiato.
Mi fece da personal trainer durante molti allenamenti e, anche grazie a lui riuscii a ottenere buoni risultati, sia in maratona che in mezza maratona.
Oggi pomeriggio invece i ruoli si sono invertiti.  Io in bicicletta, portando sul sellino posteriore il figlio più piccolo, l’ho accompagnato mentre correva lungo le strade vicino a casa.  La corsa è durata poco meno di un’ora, compresa una sosta per far ammirare un gregge al fratello.
Rientrando a casa, il figlio grande, accarezzando i capelli al fratello più piccolo,  che ha quasi sette anni, mi ha detto :
“Avevo sette anni quando ti ho accompagnato a correre per la prima volta”,
“Si, era il 4 Agosto del 1991, era una domenica, faceva molto caldo”, gli ho risposto, come se fosse accaduto poco tempo fa.
“E’ vero”, continuò lui, “andammo a correre lungo il Taglio”, riferendosi all’argine di un canale che va dritto verso la Riviera del Brenta.
Il suo ricordo di quando era bambino coincideva con il mio, nonostante siamo passati più di venti anni.

venerdì 17 febbraio 2012

Signora Maestra


La pagella di mio figlio era di un giallo tenue, grande, con i voti scritti a penna, in stampatello, con cura dalle insegnanti. Il giudizio, diligentemente scritto in corsivo e in bella calligrafia era riportato sul retro della pagella.
La mia pagella delle elementari era invece di un azzurro scuro, di sicuro più piccola e i voti erano scritti in corsivo, con la penna stilografica, con calligrafia minuta, per rimanere dentro le caselle.

Gli otto erano radi e mi ricordo che era più facile trovarli nelle pagelle delle bambine, più diligenti e meno irrequiete.
La media  stava  tra il sei e il sette, ma le maestre di un tempo, non disdegnavano il cinque.
La pagelle di mio figlio e dei suoi compagni riportano voti che non scendono sotto il sette. L’insufficienza sembra una giudizio estinto.

“I bambini di oggi sono più svegli di quelli di una volta”, sento ripetere spesso da insegnanti e genitori.

Questo fa inorgoglire e noi genitori gongoliamo nel sentire che i nostri figli stanno crescendo bene, più svegli di quelli di qualche anno fa.
“Quelli di qualche anno fa.....”, appunto…..
Quelli di qualche anno fa eravamo noi,  diventati genitori vivendo e invecchiando, ma soprattutto amando.
Se poi riguardo indietro, ripensando e quello che ero e ai bambini della mia generazione, non mi rivedo goffo, ingenuo o meno reattivo. Vivevamo in un mondo diverso che è cambiano assieme a noi.
Vivevamo in grandi spazi, giocavamo liberamente senza nessun allenatore, tutore, controllore e gli orari erano dettati dal sole. Quando calava era ora di cena e ognuno tornava a casa propria.
C'era la Tv dei ragazzi e poi si andava a letto.

I grandi di allora dicevano :
“Oggi i bambini imparano le cose molto prima di noi, quando eravamo piccoli”, cha vale l’odierno : “I bambini di oggi sono più svegli di quelli di una volta”.

I tempi passano e i bambini sono sempre più svegli, anzi, sono sempre diversi.

Diversi sono anche gli insegnanti, oggi relegati in un ruolo meno centrale, oserei dire dimesso rispetto a quelli di qualche decennio fa.
Io temevo la mia maestra e le riconoscevo un’autorità indiscussa.
Mi rivolgevo a lei dicendo :
“Signora Maestra......”, 

venerdì 3 febbraio 2012

Il rispetto delle regole

Per domani scrivere 50 volte :

A SCUOLA DEVO RISPETTARE LE REGOLE

Questa era la "punizione di classe" inflitta ieri a mio figlio.
La trascrizione si è trasformata in una sorta di maratona, in cui l'obiettivo era quello di arrivare al traguardo, al fatidico numero 50.
Chissà se l'esperienza è servita e se oggi a scuola, quei ragazzini rimarranno più tranquilli temendo altre punizioni. Ho la sensazione che non sarà l'ultima.
Il tempo deve fare il suo corso, come genitori e insegnanti dovranno fare il loro dovere, forse applicandosi un po' di più.

Per contro, quanti di noi, quanti di quelli che ci circondano dovrebbero scrivere almeno 100 volte

A   ___________    DEVO RISPETTARE LE REGOLE.

Ognuno compili per proprio conto e secondo coscienza.
Sono ammesse righe multiple.

mercoledì 5 ottobre 2011

Festa di Compleanno


Di mio padre ricordo i silenzi e l’atteggiamento serio e severo. Temevo i suoi giudizi che spesso mi arrivavano per bocca di mia madre. Poche sono state le occasioni in cui ci siamo parlati direttamente. Abbiamo lavorato assieme, ma non gli ho mai perdonato di non avermi insegnato il mestiere di muratore. Forse era convinto che il mio destino doveva e poteva essere migliore, ma io ho sempre desiderato saper tirare su un angolo di muro perfettamente a piombo.

Abbiamo sempre festeggiato i suoi compleanni in maniera molto semplice. Ci si trovava tutti a casa,  figli e nipoti a mangiare delle paste e una fetta di torta. Così erano le feste di compleanno a casa mia. Tutti i compleanni erano uguali : una serata tutti assieme con qualche dolce e un bicchiere di spumante. Ricordo di aver soffiato sulle candeline solo dopo i trent’anni.

Di quelle feste non c’è una foto negli album di famiglia, come se il passare del tempo non fosse degno di essere ricordato né di avere dei riferimenti precisi.
Guardo le foto della mia infanzia e fatico a collocarle negli anni, fatta eccezione per  quelle della Prima Comunione e della Cresima. Molte delle persone presenti in  quelle immagini non ci sono più.

Solo con l’inizio del nuovo millennio, dopo anni di lontananza, ho avuto modo di passare un po’ più di tempo con mio padre. Ci accompagnava alle gare, quando mio figlio correva in bicicletta. Passò molte delle domeniche dell’estate del 2000 ai bordi delle strade a incitare il nipote che faticava sui pedali.
Si divertiva moltissimo e non aveva fretta di tornare a casa da mia madre, che mai aveva provato a seguirci. Venne il 5 Ottobre del 2000 e in un clima rasserenato e diverso da quello degli anni precedenti, organizzammo la sua festa di compleanno.
Quella volta curammo i particolari come non mai.
Due candele a forma di 72 andarono a ornare la sua torta di compleanno, forse per la prima volta spense le candeline tra gli applausi di tutti. Di quella serata è rimasta pure una foto : tutti in posa dietro alla torta.
Quella sera, anche se non eccezionale, fu diversa dalle quelle degli anni precedenti.
In realtà quella festa fu, tra foto ricordo e candeline sulla torta, una sorta di traguardo, un prendere coscienza per tutti noi che il passato poteva essere migliore e più sereno.
Per mio padre fu l’ultimo compleanno.

domenica 26 giugno 2011

I ghiaccioli e la solidarietà

Non sempre si può fare affidamento sulla presenza capillare dei Bancomat.
Spesso mi trovo a viaggiare con pochi soldi in tasca, confidente sia sulla possibilità di pagare con la moneta elettronica, sia sulla possibilità di fare un prelievo di quel che mi serve, ovunque io vada.
Sono solito prelevare pochi soldi, giusto quelli di cui penso di aver bisogno, per cui l’avere pochi soldi in tasca è per me una conduzione normale.
Con queste premesse, Sabato mi sono recato al mare con mio figlio. Avevo con me 35 euro, ma come il solito ero sicuro di poter rimpinguare i miei averi al bancomat che sapevo esserci vicino allo stabilimento balneare, dove sono solito andare.
Un prelievo di qualche decina di euro mi avrebbe messo al sicuro da inconvenienti.
Quando fui davanti allo sportello, mi resi conto che il dispositivo era fuori uso. Un messaggio sinistro attraversava lo schermo.  Il contrattempo mi colse alla sprovvista e decisi, però, di non muovermi con la macchina alla ricerca di un' altra banca, vista la difficoltà di parcheggio, gestendo con oculatezza i denari che avevo in tasca.
Trentacinque euro non erano poi pochi, ma dovevo pagare l’ombrellone e pensare al pranzo per entrambi. Magari al chiosco dove eravamo soliti pranzare c’era la possibilità di pagare con il bancomat.
Dopo i 13 euro pagati per l’ombrellone, rimanevano 22 euro con cui dovevamo passare la giornata.
Spesi un euro per un caffè.  Mi restavano 21 Euro.
La giornata era splendida, non una nuvola in cielo e c'era una brezza che mitigava il caldo inevitabile.
Durante la mattinata cercai di parlare con mio figlio di sei anni. Era un pezzo che non lo vedevo e ho cercato di prospettargli una gita in montagna per il giorno dopo.
“Che ne dici se domani, tu ed io ci facciamo una passeggiata in montagna ?”
“A me la montagna non piace e poi voglio decidere io dove andare. Domani voglio stare a casa”, mi rispose il piccolo, con piglio deciso.
Tentai una timida replica senza smuoverlo di un millimetro. Lasciai stare senza forzarlo oltremodo.
Quando fu l’ora di pranzo, mi recai, anche su richiesta di mio figlio al solito chiosco. Chiesi se potevo pagare con il bancomat, ma mi risposero che non era possibile.
Dovevo gestire i 21 euro.
Lasciai che mio figlio prendesse ciò che preferiva ed io mi regolai di conseguenza. Non sarei certo morto di fame, anche se dopo aver cenato la sera prima con un gelato e aver saltato la colazione il mattino, un certo appetito lo avevo pure io.
Mi accontentai di un toast e di un po’ d’acqua.
Il conto alla fine fu di 18,70 euro. Pagai con la disinvoltura di chi ha il portafoglio zeppo di banconote e misi via con cura il resto.  Mi erano restati 2.30 Euro. Dovevano bastare fino a sera.
Tornati all’ombrellone, il pomeriggio passò senza intoppi tra inutili tentativi di far volare l’aquilone, qualche gioco in acqua o giocando con la sabbia.
Poi verso le quattro venne l’ora del gelato. Recuperai le monetine dalla tasca e tornando verso il chiosco dissi a mio figlio:
“Abbiamo pochi soldi e dobbiamo comprare due gelati, Uno per te e uno per me.”
Il bimbo non capì e quando ci trovammo davanti al cartellone dei gelati, gli spiegai:
“Con i soldi che abbiamo, possiamo prendere due ghiaccioli”.
“No”, rispose lui, “ voglio essere io a decidere che gelato prendere”, con lo stesso tono con cui mi aveva risposto parlando della montagna.
“Così io resto senza gelato”, dissi cercando di intenerirlo.
Nel frattempo aveva già puntato il gelato. Costava 1,50 euro.
Gli 80 centesimi che mi rimanevano non bastavano per nulla.
Comprato il gelato, tornammo. La serata finì senza altre richieste e naturalmente altre spese.
Ciò che mi ha roso per tutta la sera è stato il non essere riuscito a trasmettere il messaggio di condivisione e solidarietà che l’occasione richiedeva. Un’occasione persa per insegnare qualcosa.

P.S. Stamattina mi restavano gli 80 cent.  Dovendo pagare 2 euro d’iscrizione alla corsa, prima di partire ho setacciato casa in cerca di monetine.  Racimolati i 2 euro, sono andato alla corsa. Al momento non sono ancora passato per il bancomat. 

lunedì 11 aprile 2011

Viaggi Interplanetari

Alla mostra dell'astronomia a Santa Maria di Sala, utilizzando l'ampio prato antistante a  Villa Farsetti, gli organizzatori avevano costruito un "modellino " del sistema solare che si estendeva su tutti i trecento metri di lunghezza del prato.

I pianeti c'erano proprio tutti, da Mercurio, molto vicino al sole e molto piccolo, fino a Plutone che era stato piazzato quasi a ridosso della provinciale che passa proprio li davanti. 
Il cartello che lo descriveva diceva : distanza dal sole 5900 milioni di chilometri.

Nel mezzo stavano tutti gli altri pianeti : da Giove con la sua macchia rossa a Saturno con i caratteristici anelli.
La Terra, ordinatamente al suo posto era rappresentata da una sfera azzurra.

Mio figlio affascinato da questo piccolo universo a portata di mano, ha cominciato a correre da un pianeta a un altro, fino a raggiungere Plutone, il più lontano, alla fine del prato.


Il viaggio di ritorno si è concluso in un paio di minuti, corsi in gara con altri bambini pure loro in viaggio tra gli spazi interplanetari.


domenica 30 gennaio 2011

L'approccio

L'avvicinamento è sempre molto cauto. Per un po' sta a guardare, prima da lontano, poi via via sempre più vicino. Colpisce la pazienza e l'attenzione che dedica a capire prima di fare o prima di cimentarsi in qualcosa.
Ho imparato a rispettare i suoi tempi, permettendogli di acquistare la confidenza di cui ha bisogno.

Stamattina il pendio per gli slittini era molto dolce, non troppo lungo. Lui ha cominciato da metà pendio a scendere per poi, di discesa in discesa, alzare sempre di più il punto di partenza.

Le ultime discese coprivano l'intero pendio con qualche derapata aggiuntiva.

Più tardi su sua richiesta, messi gli sci ai piedi, il comportamento è stato lo stesso. Prima guardingo, timoroso di cadere, poi in tandem con il fratello che gli faceva da maestro.

Mi sembra crescere bene, più propenso ad imparare di qualche mese fa.
Un piatto di pasticcio ha chiuso la mattinata sulla neve.




mercoledì 12 gennaio 2011

Il Calendario

Quando mio figlio espresse il desiderio di cimentarsi nel Camino di Santiago, nell'estate del 2007, l'idea mi trovò subito d'accordo, e non mi preoccupò l'eventualità che avrebbe affrontato l'avventura completamente da solo.
La solitudine pensai, non sarebbe stato un problema. Non andava di certo a percorrere un sentiero sconosciuto, ma il “Sentiero dei Francesi” che da Saint Jean Pied de Port, lo avrebbe portato a Santiago de Compostela, vicino all'Atlantico.
Di certo non si sarebbe trovato solo a camminare, durante quell'estate del 2007, anzi il partire solo gli avrebbe permesso di essere più aperto verso nuove conoscenze.

L'avvio non fu dei più felici a causa di qualche problema sul volo verso destinazione. Alla fine scelse il treno e partì con un paio di giorni di ritardo. Era la fine di giugno 2007 ma l'obiettivo di mio figlio era arrivare a Santiago entro il 25 Luglio, giorno di San Giacomo e giorno del suo 23esimo compleanno.

Cominciò il percorso, non senza qualche errore dovuto all'esuberanza e l'entusiasmo, ma ben presto capì che la fretta e l'ingordigia non l'avrebbero portato lontano.
Calibrò le sue giornate su distanze ragionevoli (25 , 30 chilometri), cercando di concludere entro mezzogiorno partendo molto presto al mattino.
Il resto della giornata lo passava a cercarsi un ricovero per la notte e ad accudire a se stesso e ai suoi indumenti, nonché ai suoi piedi.

A noi arrivavano notizie, un po' via sms e un po' via mail quando riusciva a trovare modo di scriverle nei posti dove arrivava. Pur con qualche contrattempo non ebbe mai momenti di grossa crisi. Capì molto presto come muoversi. A volte mangiava presso i rifugi dove dormiva, altre volte, lasciandosi un po' andare al lusso, si sedeva al tavolo di qualche trattoria per una cena più sostanziosa.

Strada facendo incontrò più persone, con alcune fece dei brevi tratti assieme, con altri solo incontri lunghi il tempo della sosta. Il mattino seguente tutti riprendevano con il loro passo e i loro tempi come era giusto.
Fece quindi amicizia con due italiani, un vicentino e un piemontese con cui da un certo punto in poi proseguì di concerto. Fecero amicizia e arrivarono sino a Santiago senza più dividersi.
Una volta arrivato, il 22 luglio, seguì i festeggiamenti di San Giacomo unendosi ad altri giovani che affollavano la città. Tornò in aereo prima della fine di luglio.
Da quella esperienza ne uscì un libro che il signore piemontese scrisse nei mesi successivi e centinaia di foto che mio figlio scattò lungo il percorso.
Ce le mostrò con un po' di reticenza, ma alla fine passammo alcun ore assieme a guardarle e a sentire le situazione e i luoghi a cui si riferivano.
In questi giorni, recuperando dei vecchi dischi in cui avevo memorizzato foto e video nel corso degli anni scorsi, ho ritrovato quelle foto e in qualche modo le ho “portate in salvo” su altri supporti .
Infine il nome di una cartella “Calendario” mi ha fatto ricordare un fatto sempre legato a quel viaggio.
Verso Natale pensai di regalare a mio figlio un calendario costruito dalle foto del suo Camino di luglio.
Ripresi tutto l'archivio e con pazienza cominciai a selezionarle con l'aiuto di mia moglie che condivideva l'idea. Ci furono più passate e la selezione si restrinse alle 12 necessarie.
Passai per un fotografo che in tempo per Natale concluse l'opera.
Il calendario scandì i giorni del 2008, che iniziò di li a poco, e fu per mio figlio l'anno in cui cominciò a lavorare.
Forse, oggi,  quel calendario è ancora appeso a qualche parete, incurante del tempo passato.
Qui a fianco alcune delle foto prescelte












sabato 11 dicembre 2010

Punti di vista

"Non è il giorno del compleanno che ci fa invecchiare di colpo di un anno", spiegai al piccolo oggi pomeriggio.

"Ogni giorno invecchiamo. Oggi siamo più vecchi di un giorno rispetto a ieri. Anzi ti dirò di più, ora siamo un pò più vecchi di prima, quando stavamo in piscina".

La spiegazione sul passare del tempo e della vita, fatta con gli occhi di un più che cinquantenne non riusci a scalfire la vitalità del bimbo di appena 5 anni, che fino a quì aveva ascoltato con attenzione e come a convincermi di avere capito,  mi disse :

"Papà , tu stai diventando vecchio, io invece sto diventando grande".

"Si è vero, tu stai diventando grande, io invece sto diventando vecchio", dissi come se rileggessi alla rovescia, quanto avevo appena sentito,  felice di aver compreso una grande verità.

sabato 20 novembre 2010

Un senso a questa casa, anche se un senso non ce l'ha...

Quella che in passato avevo definito un covo, perchè abbarbicata tra tetti e nascosta dietro una fitta riva di alberi ora, con l'approssimarsi del Natale sembra essere diventata il luogo ideale per farci un parcheggio per La Slitta trainata dalle Renne.

Come si fa a garantire ospitalità, ma soprattutto accessibilità, la notte del 25 dicembre al Sig. Babbo Natale ?
Casa mia e' un grande sottotetto, su cui stanno due abbaini, o botole, come spesso le chiamo, da cui in certe notti di luna piena, a testa in su, posso osservare la luna direttamente dal divano.

E proprio i due abbaini mi sembravano ideali  per facilitare la discesa a Babbo Natale per consegnare i regali, nel caso decidesse di fermarsi a casa mia.

Così discutendo di regali e letterine propongo al bimbo, che già vive l'ansia delle feste :

"La notte di Natale lascio gli abbaini aperti, cosi Babbo Natale, ferma le renne sul tetto, e poi scende direttamente a posare i regali", dico con l'allegria di chi ha un asso nella manica.
Mio figlio sembra in un primo momento affascinato dalla possibilità, poi fa silenzio e dopo averci pensato un pò, mi dice.
"Babbo Natale è troppo grosso per passare di là "
"Ma li faccio aprire un pò di più, se vuoi mi informo con la padrona di casa", rilancio immediatamente
"No, non ci passa lo stesso", dice il piccolo lucido e padrone della materia.

Così per qualche minuto mi guardo intorno e ritornatami alla mente una foto dell'inverno scorso, rilancio la soluzione del problema :
"Babbo Natale parcheggerà le renne sul tetto che sta di fronte, io quella notte lascerò aperta la finestra della cucina, dalla quale potrà entrare nonostante sia grosso"

"Si quando senti un colpo forte sul tetto, vuol dire che è arrivato, ti alzi e lo fai entrare, magari anche mi chiami", risponde mio figlio rincuorato di poter ricevere la lunga lista di regali che ha elencato nella letterina al grande vecchio.

"Si certo ti chiamo", lo rassicuro.
Come vorrei che tutto ciò non fosse una favola !