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domenica 29 gennaio 2012

Il ripetente


I particolari , le piccole  cose sono spesso la lente di ingrandimento per capire i grandi sentimenti.
E’ come se per capire la natura della materia si dovesse porre prima di tutto l’attenzione agli atomi che la compongono.
La sensibilità verso le piccole attenzioni, ai gesti impercettibili spesso danno lo spessore di un amore e del legame tra due persone.
La sintonia si misura dai gesti di intesa, dall’intendersi senza parlare e dal parlare fino a capire il perché di ogni incomprensione.
Niente va lasciato intentato e dato per scontato, rimandando a domani quello che deve essere risolto al più presto. Le incomprensioni creano altre incomprensione e aumentano le distanze affievolendo i sentimenti.
L’abitudine tende a renderci insensibili al mondo delle piccole sensazioni e qualche volta nella vita si cerca nel cambiamento di rigenerarsi.
Non sempre la fuga riesce, a volte un amore muore per morte naturale, altre volte, il voler andare lontano senza rinnovarci dentro, cercando nuove esperienze, ci porta a un punto del tutto simile da quello in cui si è partiti. Ci si ritrova a rifare gli errori da cui eravamo fuggiti.
Dov’è la soluzione ? Non credo ci sia. Sapessimo già risolvere i problemi di matematica non andremo a scuola fin da piccoli.
Stessa regola vale per gli incidenti della vita. La vita è la scuola che dobbiamo frequentare ogni giorno. Non è frequente essere rimandati a settembre, il più delle volte le bocciature sono senza appello.
“Ripetere l’anno” con le ritrovate motivazioni è più faticoso di quanto si possa pensare.

mercoledì 25 gennaio 2012

Il dilemma dei porcospini

... In questo periodo occorre negoziare e individuare la vicinanza interpersonale ottimale : ne troppo stretti (vicini) ne troppo aperti (distanti).
Sembra essere valido ciò che Schopenhauer [1831] chiama il "dilemma dei porcospini" : nella stagione invernale, se nella loro tana i porcospini sono troppo vicini, finiscono per pungersi a vicenda e si allontanano; se invece, stanno troppo distanti, sentono freddo e si avvicinano fra loro. In un gioco di "avvicinamento-distanziamento" senza fine.

Brano tratto da "Psicologia Generale" - Anolli - Legrenzi

domenica 23 ottobre 2011

Maratona di emozioni


La maratona di Venezia, giunta alla 26esima edizione è terminata. La vittoria è andata ai soliti atleti africani. Il tempo sotto le 2h e 10’ è ormai garantito in quasi tutte le maratone.
La scuola africana riesce a sfornare talenti di qualità , capaci di vincere a qualsiasi latitudine, sui 42.195 metri dedicati a Filippide.
Oggi il tempo era ideale per correre lungo le strade che attraverso la Riviera del Brenta portano a Venezia.
Ho seguito la maratona alla televisione, con interesse, ma senza il trasporto di un tempo che mi rifaceva rivivere le fatiche e le sensazioni di quando ero tra i concorrenti.
Vivevo la vigilia con la concentrazione che solo i grandi esami della vita sanno rivendicare.
MI avvicinavo alla gare con la stessa meticolosità con cui si preparano le partenza dei viaggi spaziali, curando tutti i particolari e facendo tutte le verifiche allo scopo di scongiurare qualsiasi imprevisto.
Nella mia testa il conto alla rovescia scorreva inesorabile.
Curavo la dieta, stavo attento a ciò che bevevo e non tralasciavo neppure di fare un ultimo allenamento tra le strade amiche, in cerca di conferme sul perfetto funzionamento del motore.
Le sensazioni erano quasi sempre buone e ho sempre pensato con ottimismo alla gara.

Poi in gara correvo contro me stesso, mettendo alla prova la mia forza di volontà e la mia capacità di centrare gli obiettivi.
Correvo anche per ritrovare e salutare la mia famiglia e mio padre, che si nascondeva lungo il percorso, ma che sono sempre riuscito a scovare, nonostante le molte persone che assistevano alla gara dai bordi della strada.
Strano a dirsi, ma correvo anche per questo, per salutare lungo il percorso tre persone, non ci fossero stati, parte dell’impegno sarebbe scemato.

Per anni ho cercato di ritornare quello di allora, senza mai più riuscirci.

Oggi che trovo soddisfazione, alle corse domenicali, nel non farmi raggiungere da chi fa Nordic Walking e, solo per brevi tratti accelero, guardandomi intorno, quasi avessi sempre qualcuno alle calcagna che mi controlla, guardo finalmente quel periodo molto bello, con il giusto distacco, sapendo che non ritornerà mai più, ma non per questo il mio rapporto con lo sport deve considerarsi terminato.

Ho fatto spesso l’errore di voler riavvolge all’indietro il nastro della vita, pensando che tutto potesse ritornare come un tempo. L’ho fatto in modo superficiale, tralasciando tutti coloro che con me hanno condiviso quegli anni.
Ho capito troppo tardi che bastava guardare avanti senza pensare troppo al passato.

Si può imparare anche da una maratona alla tv e dalle mancate emozioni. I tempi della maratona sono terminati, le corse di oggi sono altrettanto belle.

venerdì 21 ottobre 2011

Ci riameremo

Aldo Moro nella sua ultima lettera alla moglie scrisse :

"Mia dolcissima Noretta, credo di essere giunto all'estremo delle mie possibilità e di essere sul punto, salvo un miracolo, di chiudere questa mia esperienza umana.... Ora vorrei abbracciarti  tanto e dirti tutta la dolcezza che provo, pur mescolata a cose amarissime, per ever avuto il dono di una vita con te, così ricca di amore e di intesa profonda.... Tu curati e cerca di essere più tranquilla che puoi. Ci rivedremo.Ci ritroveremo. Ci riameremo.

Brano tratto dal libro di Mario Calabresi "Spingendo la notte più in là".

martedì 11 ottobre 2011

Da ricordare .... per la prossima vita


"Un rapporto fondato sull'amore è quello in cui l'uno permette all'altro di essere ciò che vuole, senza attendersi e pretendere nulla.
Matrimonio è la solidarietà di due persone che a tal punto si amano, che mai e poi mai l'una vorrebbe che l'altra fosse ciò che spontaneamente non sceglierebbe di essere."

Brano tratto da "Le vostre zone erronee" di Wayne W. Dyer

sabato 10 settembre 2011

I primi tre secondi


Il libro

Passando davanti alla libreria di Mirano, il 25 Agosto scorso fui colpito da un libro, con la copertina verde e dal titolo : “Tutto per amore o quasi”. Non ne avevo mai sentito parlare, non sapevo di cosa parlasse ma qualcosa mi spinse a entrare e a comprarlo. Non opposi resistenza al suggerimento che proveniva da non so dove.  Mi sembrò di essere stato scelto più che aver scelto. Oggi leggendo l’ultima pagina ho avuto la stessa sensazione che spesso provo in questi anni, quando ritrovo qualcosa che pensavo perduto o che pensavo di non potermi più permettere. La storia che il libro narra mi ha spesso coinvolto emotivamente. La fine mi ha sorpreso e mi sono piaciuti i dialoghi finali : confessioni tardive, ma non per questo inutili, che hanno aiutato la protagonista a ridare un senso a ciò che pensava aver perduto.

La signora

Da qualche tempo mi capita di incrociare una signora, sempre la stessa. La prime volte pensavo fosse il mio stato d’animo a enfatizzare questi incontri che, pur essendo del tutto casuali, si ripetevano con una certa regolarità. Di certo non mi lasciavano, né mi lasciano indifferente.
“Sono di sicuro io a notarli non certo lei a provocarli “, pensavo, cercando di dare il giusto peso alla situazione
Se per qualche giorno mi capita di non pensarci più, succede che, senza ne pensarci ne cercarla, riappare casualmente sulla mia strada. Non posso fare a meno di fissarla negli occhi.
Forse mi sta aspettando.

Dedicato a …..

“
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
“
Queste parole della canzone di Jovanotti sono uscite dall’autoradio, qualche giorno fa, appena terminata una telefonata.
In un attimo mi sono tornate alla mente emozioni e ricordi.
Le parole hanno, a volte, un potere immenso.



giovedì 8 settembre 2011

Certi giorni


Certe mattine è un piacere notare quanto sia terso il cielo. E’ raro vedere il cielo carico di quell’azzurro monocromatico, che solo i bimbi sanno dare colorando i cieli dei loro disegni,  sgombri di nubi e illuminati da un sole giallo.
Guardando a Nord, le montagne sembrano a portata di mano e tanti sono i particolari che, pur  da lontano, si riescono a notare, che perdere uno spettacolo simile per rinchiudersi in ufficio, sembra un’eresia. Tante sono state le volte che, ammirando quel panorama, è scaturita la tentazione di raggiungerlo, come si fantastica davanti a un imponente arcobaleno e si è presi dal desiderio di arrivare in quel luogo dove sembra essersi appoggiato. Mai ho ceduto alla tentazione, preferendo la pallida certezza di un ufficio senza luce, al vagare pur da solo, là dove finisce il verde del bosco e comincia l’azzurro del cielo.
La bellezza genera altra bellezza e ciò che rallegra gli occhi, rallegra spesso anche lo spirito, oltre che il cuore e, quell’euforica sensazione di benessere ispira buoni propositi e idee cariche di energia.

Mentre tutto sembra rimanere immutato, come il dipinto fissato su una tela, tutto impercettibilmente, come lo spostarsi della lancetta delle ore di un orologio, cambia di attimo in attimo.
I particolari lontani, offuscati dall’aria resa instabile dal calore del sole, assumono contorni sempre più incerti e qualche piccola nuvola, tanto sparuta da sembrare spaventata, di tanto in tanto solca l'orizzonte.
Con il passare delle ore sempre più nubi bianche e soffici, passano sulle nostre teste, senza fretta apparente. Viviamo la stessa sensazione che si prova quando, imbattendoci in un gregge, ci si trova circondati da decine di pecore, che tranquille, ci passano accanto, senza recare alcun fastidio.

Quando la sera sembra ancora lontana, ecco che il tempo sembra accelerare. Improvvisamente, l’azzurro pastello del cielo, diventa un blu sempre più cupo e le nubi bianche, di qualche minuto prima, si incupiscono di un  grigio sempre più nero.

Il vento, destatosi d’un tratto, trasmette brividi di freddo fuori stagione. Ci si chiude in casa a ritrovare un po’ del calore del mattino.
Poi, da non so che direzione, si ode uno strano ticchettio. All’inizio sembra simile al canto delle raganelle che rallegrano le sere di maggio, ma più diventa forte, più assomiglia a un suono battente e ossessivo : è il preludio della grandine che si avvicina.
Isolati pezzi di ghiaccio cadono provocando lo stesso rumore di sassi lanciati che rimbalzano sul terreno seguiti da altri, sempre più ravvicinati.  Poi lo scroscio diventa continuo, il rumore assordante, angosciante, fino a che qualche goccia di pioggia comincia a mescolarsi a quel ghiaccio cadente.
Via via la pioggia prende il sopravvento, la grandine rapidamente diventa inoffensiva, sopraffatta dall’acquazzone
Poi smessa la pioggia, passato il temporale, rimane il ghiaccio sul terreno ferito. Foglie e rami spezzati si notando ovunque si guardi.
Ci vorrà un po’ di tempo per dimenticare e rivedere tutto come prima o quasi.
Intanto, le nubi svuotate dalla tempesta si sono dileguate e da ovest arrivano i raggi di un sole sulla via del tramonto. Domani, si spera che il cielo sia ancora più terso.
Certe giornate cominciano, nelle nostre relazioni personali, con lo stesso azzurro di un mattino senza nubi. Tutto sembra avere la nitidezza del mattino frizzante e, la convinzione che da quel momento le cose non possano che migliorare, ci riempie di voglia di vivere.

Succede che, senza motivo apparente, ci si ritrovi nel bel mezzo di una tempesta, travolti da incomprensioni, che nonostante la sincerità d’animo non riusciamo a mitigare. Il non dire e il dire troppo porta purtroppo spesso agli stessi disastri. Alla fine ne usciamo con il freddo dentro, come fossimo stati sotto l’acqua e la grandine. Ad asciugarci non basta mai il sole della sera.
A rompere ci vuole un attimo a riaggiustare a volte non basta il futuro.

sabato 11 giugno 2011

Dedicato a ......


All'inizio si pensa che tutto sia curabile, che le apparenze siano più veritiere della sostanza e dei fatti.
Le malattie incurabili si manifestano come tutte le altre, ingannando nei primi tempi un po' tutti, malati e non malati.
Poi inizia il periodo delle illusioni e delle speranze, il periodo delle mille bugie raccontate e ascoltate, quasi a ricreare una realta diversa ma incredibile a chiunque la veda con occhi appena un po' più estranei.
Ma la malattia, insensibile all'animo e alla volontà di tutti, prosegue il suo cammino, senza rallentamenti.

Quando tutti, pur coscienti della ineluttabilità del destino, si rifiutano ancora di guardare alla cruda realtà, ecco che il male si fa sentire con ancora più vigore.

Si spengono anche le ultime speranze.
Impercettibili miglioramenti, possono a volte, illudere per pochi momenti. 

La notizia della fine, purtroppo ti raggiunge, nei momenti in cui si è più soli e indifesi.
Maledetti cellulari che ci rendono raggiugibili ovunque.

Ora lasciamo che il tempo e il silenzio allenti il dolore di tutti.

Nel caso, in futuro, chiamo io.

martedì 15 febbraio 2011

San Valentino..., il giorno dopo


Si passano ore a cercare di spiegare le ragioni di certe scelte, dei cambiamenti, i motivi di certi ripensamenti e dubbi.
Si tessono parole, ordinate come in un puzzle, che nelle nostre speranze dovrebbero formare un paesaggio chiarissimo.

E ancora ci si perde a girovagare tra i significati nascosti o presunti di parole, dette e non dette o, scrutando il volgere di un semplice sguardo.

Inutili sforzi, mai compresi o nemmeno ascoltati.

Tutto quasi sempre è molto semplice, l'importante è volerlo comprendere e accettare, all'inizio degli amori come nel loro epilogo.

Basta un semplice bacio o il coraggio di prendersi per mano, per cancellare i dubbi e le inutili estenuanti congetture per un amore che inizia, mentre allo stesso modo un semplice “non ti voglio più bene” chiude la porta a qualsiasi ritorno.

Gesti e parole semplici ma che sgombrano il cuore nel bene e nel male in pochi istanti, come quando il vento, alzatosi d'improvviso riapre l'orizzonte spazzando via la nebbia.

lunedì 14 febbraio 2011

Il mio San Valentino

 Ho trascorso negli ultimi dieci il giorno di San Valentino, convinto che questa festa fosse un affare per i fioristi e per i commercianti in genere.
Snobbarlo significava per me una sorta di liberazione dal consumismo e, rivendicavo il fatto di poter decidere quando e come festeggiare con la persona amata. Ma non era stato sempre così. Durante i primi anni di matrimonio non dimenticavo di festeggiare la ricorrenza con dei fiori o con un regalo.
Poi ha preso il sopravvento lo snobismo, ma soprattutto la superficialità e la poca attenzione che hanno contribuito al deterioramento del rapporto di coppia.

Poi si riparte da zero e tutti i simboli, le ricorrenze, anche quelle che potevano sembrare insignificanti, diventano pietre miliari, momenti di pausa, quasi a interrompere lo scorrere del tempo.
Tutto assume un significato nuovo, mai assaporato nemmeno un tempo quando si era più giovani.
Se lo raccontassi, oggi, molti stenterebbero a credermi.
Forse qualcuno potrebbe pensare di non avere più l'età per certe cose e, che tutte queste ricorrenze altro non siano che destinate ai giovani.
Invece no, più genericamente sono a uso e consumo di chi si ama, di qualunque l'età.
Quanta nostalgia questa sera, a passeggiare tra i viali bui, assaporando il piacere di poter ricevere o fare un regalo, dedicare un “con amore” scritto su un biglietto a cuoricini come fossi un quindicenne.
Grande il desiderio di poter uscire anche per pochi minuti, per sorseggiare un bicchiere di vino in mezzo a poche chiacchiere.
Poi, la realtà è diversa, ci si deve accontentare di una telefonata o al massimo di un breve incontro; qualche minuto, quasi rubato.

La sola cosa che conta è amare.

venerdì 15 ottobre 2010

Il solito ignoto

Nell'incontrare nuove persone mi viene istintivo notare la presenza o meno della fede nuziale.

Spesso il pianto di un bambino mi fa venire il groppo alla gola. Ricordo mio figlio e a volte il suo pianto, l'impossibilità da parte mia di consolarlo o il senso di colpa nell'essere la causa della sua tristezza.

Durante il mio girovagare, osservo le famiglie, genitori e figli insieme a far festa.

Leggo con piacere i graffiti sui muri che raccontano di amori, spontanei nel loro nascere come nel loro naturale finire.

Mi fanno tenerezza i fidanzati di ogni età, ma soprattutto i ragazzi seduti sulle panchine, felici del loro semplice stare vicini.

giovedì 19 agosto 2010

Parlando d'amore

Radio Due -  Effetto Notte 16 Agosto 2010, intorno alle 23.30

Dialogo tra Sarah Maestri e lo psichiatra Alessandro Meluzzi .

Sarah : Tu hai scritto un libro edito da Liberti Editore "Uomini e donne naufraghi del millennio", un libro che parla d'amore dove pare che sia gli uomini che le donne ci capiscano ben poco ?

Alessandro : Diciamo che i linguaggi dell'amore, i linguaggi della comunicazione amorosa, gli elementi simbolici di quel dialogo sottile, eterno, senza tempo che è l'amore, certamente nel nostro tempo presente segnano il passo.
E' come se, un pò i codici della comunicazione, che sono perenni e di sempre, si fossero un pò dispersi e "quadra" quella lettura un pò pessimistica dei naufraghi : " il naufragar  mi è dolce in questo madre" come il poeta divino ha detto, ma in cui però il naufragio può essere terribilmente doloroso se a un certo punto non ci sono approdi, non ci sono isole felici e neanche piccole zattere a cui aggrapparsi per non soffrire di quel disorientamento di chi non riesce a trovare il modo di far capire che ama e per chi amando, non riesce a essere riamato, sapendo che nell'amore c'è sempre una componente fisiologica, naturale di irrisolutezza.
Se l'amore fosse risolto, se l'amore fosse ragionevole, se l'amore fosse razionale, se l'amore fosse calcolabile e programmabile e progettabile non sarebbe amore.

S: senti Alessandro questa sera abbiamo proiettato "La verità è che non gli piaci abbastanza", quindi se un uomo non ti chiama non ci sono scuse, cioè se lui non ti cerca è perchè non gli piaci abbastanza ? E' sempre vero ?

A : Non necessariamente. A volte può esserci una certa sofferenza, una certa incapacità di far sentire la propria voglia di amare e di essere amati, soprattutto in un tempo in cui l'amore si è deritualizzato, nel senso che non ci sono, come dicevo, luoghi, le forme, i linguaggi, i riti con cui gli uomini e le donne, da sempre, si sono parlati.
Pensa che cosa rappresentava per intere generazioni il rito della danza, del ballo, il momento della passeggiata sul corso del paese, il guardarsi lontano e discreto, gli sguardi che si davano e si negavano e poi anche un orizzonte di senso dell'amore che difficilmente può essere privato di quella dimensione in qualche modo sacrale che gli è connaturale. Dico sacrale perchè l'amore quando è amore, anche nelle sue forme, diciamo così, più embrionali ha in se una scintilla di infinito e totalità. Quando un amore nasce, fosse anche il primo rapporto tra due adolescenti non ha forse in se una aspettativa, un desiderio, un sogno, che sia per sempre ?
Quando un uomo, una donna , un ragazzo, una ragazza, amano forse accettano di essere amati soltanto da una parte, da un pezzo dell'altro ? O l'amore quando c'è chiede la totalità, cioè chiede l'infinito ? E l'eternità e l'infinito non sono forse attributi del divino ? Quindi l'amore non ha forse in se sempre, inevitabilmente qualcosa di misterioso e di divino ?
......
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S: Senti Alessandro, prima appunto parlavamo di questi uomini e donne ormai molto lontani. Le donne, pare, sembrano sempre credere nella favola, no..., nella favola del principe azzurro, invece gli uomini che, insomma,.....  tremila scusanti, loro magari più lontani e indifferenti.
Sono così differenti questi "uomo" e "donna"?

A: Io direi che le due sensibilità di genere, quella maschile e quella femminile, si sono molto avvicinate negli ultimi tempi. Non è più così vero che gli uomini obbediscono allo stereotipo del cacciatore, che morde, che fugge, che abbandona, che tradisce. Così come non è vero che la donna attende in un'atmosfera di paura di essere sedotta e che teme l'abbandono perennemente, anzi, direi, che da questo punto di vista c'è stata una certa intercambiabilità di ruoli nell'assumere la dimensione abbandonica.
Ma credo che il vero problema non sia questo.
La vera chiave dell'amore è la dimensione del dono. Questa è quella che fa veramente la differenza. Bisogna pensare che ciò che accade in un rapporto d'amore non è uno scambio, non è un "io do una cosa a te tu dai una cosa a me", " dobbiamo chiudere a pareggio il nostro libro mastro delle emozioni e delle sensazioni alla fine della giornata", ma è una scelta, direi originariamente e in qualche modo mistica di donarsi totalmente ad un altro. Ed è questa capacità di donare, che tutti noi sappiamo fin da bambini, è molto più bella che ricevere un dono. Dare è molto meglio che ricevere, questo lo abbiamo sperimentato tutti.
Quando uno sceglie di donarsi e di farlo con totalità si realizza qualcosa di ineffabile, di poetico, di artistico, di straordinario nella sua  vita. Quando questo è bilaterale è il paradiso in terra. Però bisogna che qualcuno abbia la capacità e scelga di mettersi in gioco per primo. E allora questo amore come dono, che poi nelle vecchie coppie vuol dire anche perdono, cioè il più grande dei doni. Quindi la capacità di riuscire a passare sopra a tanti piccoli torti, persino ai tradimenti, alle separazioni..
Perchè vedi, quella persona che si è scelto come compagna della vita, se davvero è tale, è la grande occasione che ci è data per scalare il cielo. Se no ogni volta ripartiamo da zero, scappiamo, fuggiamo, ripartiamo sempre dallo stesso punto. Si innesca quella terribile dimensione che alla fine faceva dire a un grande poeta come Prevert.... Diceva delle donne, ma oggi  lo si potrebbe dire anche degli uomini :

"Vengono tutte ugualmente uguali, tutte ugualmente diverse, tutte ugualmente diverse, tutte ugualmente uguali".

E' quella tragica dimensione della intercambiabilità delle persone : tutte uguali le une alle altre. Come se gli gli uomini e le donne poi dal punto di vista fisico siano tutte misteriosamente diverse ma tragicamente uguali. E' l'anima che fa la differenza. E quindi l'amore è un incontro tra anime oltre che tra corpi. E allora tutto diventa un 'altra dimensione. E allora c'è quello stato di grazia, quell'alchimia dell'oro nascente che è la vera chiave dell'amore.
E che poi naturalmente è chiamata ad un divenire, non si può pensare che i meccanismi che mettono assieme un uomo e una donna all'inizio della loro storia siano gli stessi che li manterranno insieme una intera vita. Però sperare, provarci e fare questa scommessa perchè quella persona sia la persona per sempre è la ragione vera per cui gli uomini e le donne si mettono insieme.
Perchè poi l'amore è la fonte della vita. La vita ha bisogno di continuità, di stabilità, di tenerezza. Ha bisogno di accudimento, ha bisogno di accoglienza dell'altro. Quindi questo amare per accogliere, per tenere totalmente l'altro fino a poter dire la più magica delle parole che un uomo e una donna possono dire nella loro vita, e lo dice un uomo che ha già i capelli bianchi :

 "Io voglio poter invecchiare con te, quindi io voglio avere insieme a te la forza di perdere la bellezza la salute" e a un certo punto, perfino, fare una scommessa che vada al di là dei confini della vita di questo mondo,
è forse quella dimensione  che i giovani oggi fanno fatica a capire perchè trovano pochi modelli.

Ma io credo che bisogna avere il coraggio, anche controtendenza, anche controcorrente di riproporlo.

mercoledì 21 luglio 2010

I cocci

Le cose pregiate hanno diritto a un posto di primo piano, in primo luogo per essere ammirate, poi per essere curate e per farci compiacere della scelta e del nostro gusto per la bellezza.
Gli oggetti che ci circondano sono lo specchio della nostra sensibilità e forse anche della nostra serenità.
Insomma se si riesce a vedere il bello e scegliere le cose che ci piacciono vuol dire che anche la nostra vita dopo tutto non ci dispiace.
L'aver scelto il vaso per adornare il tavolo della cucina mi era sembrato la conferma che anch'io avevo una concezione del bello e portavo dentro di me una sensibilità che non conoscevo.
Di questo passo avrei imparato a scegliere, senza fare strafalcioni, i vestiti che indossavo al mattino, sempre nel dubbio di abbinarli nel modo sbagliato.

La posizione non fu difficile da trovare, la mia casa ha pochi ripiani e di quei pochi, uno o due sono degni di ospitare in modo permanente un simile gioiello, presentandolo in bella vista a coloro che fossero entrati nella sala da pranzo.

Un paio di volte alla settimana, mi preoccupavo di spolverare il tutto, facendo bene attenzione nel maneggiarlo per non farlo cadere.  Tutto filò liscio e il mio primo soprammobile mi parve per molto tempo il mio primo cent portafortuna, verso una carriera di collezionista d'arte.

La sera che tornai, un pò brillo, dopo una cena nel mio ristorante di pesce preferito, verso le due della notte, decisi che era quello il momento per levare l'odiosa polvere che rendeva opaca la superficie del mio soprammobile. Presi l'occorrente dal vicino sgabuzzino e con la tremante sicurezza dell'alcool, cominciai la pulizia senza la usuale attenzione e circospezione.
Le mano sudate e tremanti persero in un attimo la presa e anche se tese verso un disperato recupero non seppero evitare la caduta e il fragoroso rumore di cocci sparati verso ogni dove.
Il rumore sembrò anche risuonarmi dentro, fondo e sordo, frantumando ciò che fino a poco prima curavo con pignoleria. Era bastato la leggerezza di una serata tra ostriche e prosecco a dimenticare l'attenzione e la tempestività delle mie azioni.
Il fatto era avvenuto. I cocci erano là  per terra, fermi immobile. Li guardai , in fondo non si era ridotto in briciole, pensai, i pochi pezzi potevano essere rimessi assieme, con pazienza e una buona colla. Con un po' di fortuna potevo ricomporre tutto quasi come fosse nuovo.
Fu così che in un paio di serate, quasi a ricomporre un puzzle , rimisi assieme tutto.
A fare i pignoli, ficcando il naso a pochi centimetri si notavano le incollature ma generalmente da una certa distanza tutto sembrava intatto, anche l'antica lucentezza sembrava ripristinata.
Fu così che in poco tempo abituai l'occhio a questa nuova bellezza e il tonfo si perse sempre più nel tempo.
Passarono le settimane e nulla successe che fosse degno di nota. Solita vita, il ripetersi delle situazioni infondeva anche una certa sicurezza che il peggio fosse passato.

A breve pensavo di arricchire la mia collezione magari ricercando un quadro, qualcosa che in un pò di tempo si sarebbe rivalutato. Pensieri a cui non seguirono azioni, il ripensare più volte alle cose è una mia caratteristica. Non presi mai una decisione e i propositi rimasero solo intenzioni.
Fu invece che, un sabato mattina, riassestando la casa, questa volta sobrio, persi per un attimo la cognizione della mia posizione e in maniera quasi impercettibile andai a toccare  quel vaso appoggiato come sempre sul tavolo di fronte alla tv.
Anche questa volta ogni recupero fu vano. La caduta fu meno fragorosa, forse perchè già la  prima volta aveva creato una forma di abitudine o forse  perchè minore fu il danno che tutto ciò provocò.

La delusione fu grande, probabilmente più per la sbadattaggine e la poca attenzione nel fare le cose. Oramai il mio rapporto con quel prezioso era anche e solo il termometro della mia serenità, del mio saper governarmi la vita. Ogni danno provocato era un mattone della mia sicurezza che lanciavo lontano, tra sterpi e ortiche, irrecuperabile.
Anche questa volta tentai il recupero. Il lato che aveva sbattuto per terra era andato in tanti piccoli pezzi, alcuni recuperabili, altri erano briciole che nemmeno un orologiaio avrebbe ricomposto. Il resto sembrava non aver subito danni.
Raccolsi i cocci più grossi e pian piano li riassestai a riformare il bordo danneggiato.
Il lavoro nei limiti del possibile sembrò un successo. Ma il risultato non era quello voluto.  Alcuni pezzi non recuperati creavano delle irregolarità visibili anche a uno sguardo distratto e lontano.
Il gioiello era distrutto, ma caparbiamente non lo buttai e continuai a mantenerlo sul tavolo, volgendo la parte ancora perfetta e nascondendo verso l'angolo quella irrecuperata.
Tenerlo fu quasi il non ammettere il fallimento, coltivando la speranza che il tempo avrebbe abituato l'occhio alla imperfezione, riconoscendo nelle parti intatte l'antico splendore.

Anche questa volta, il tempo passò, l'occhio parve non voler vedere ciò che non era più bello e prezioso. Il vaso diventò un soprammobile di ripiego, qualcosa parcheggiato in attesa di essere sostituito da qualcosa di nuovamente prezioso. A volte la poca cura, ne evidenziava ancor di più le ferite.
Insomma il destino sembrava segnato. Non destava più l'interesse di un tempo.
Non era più il simbolo di bellezza e non risvegliava più la sensibilità dei tempi migliori.

Fu così che la terza volta che fini per terra, sembrò accentuare la caduta, provocando tanti cocci da perdere ogni sembianza e identità di un tempo. Rimasero solo cocci.
Non pensai a nessun recupero. La caparbietà nel rivolerlo sul tavolo in bella mostra da tempo era perduta. Forse era il momento di buttarlo e l'ultimo incidente non aveva fatto che accelerare la decisione.
Il sogno di bellezza era svanito.
Tutto finì tra i calcinacci dietro casa.

I cocci rimangono cocci e il loro destino non può essere che diventare altri cocci, più piccoli che via via perdono l'identità e le forme originali.
L'entusiasmo e la serenità iniziali difficilmente sopravvivono ai cocci.
Inevitabilmente ne seguono il destino.

lunedì 29 marzo 2010

Ascolta il cuore

Sto ascoltando il mio cuore,
più della mia testa,

l'irrazionale contro il razionale,
pinocchio contro il grillo parlante,

chissà come finirà.