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venerdì 3 maggio 2013

Il sorpasso


Appena mi vidi superare lungo la rampa del garage da un tagliaerba fuori controllo, mi voltai e l’espressione di mio figlio non era, di certo, quella di uno a cui era sfuggito di mano il manubrio.
La faccia somigliava a quella curiosa di chi da molto tempo serbava dentro il desiderio di provare un gioco nuovo.
Ritornai quindi, a seguire con lo sguardo il tagliaerba rimanendo stupito dalla velocità con cui scendeva e dalla linea retta che tracciava.  Il portone di lamiera era in fondo allo scivolo, appena dopo il termine della discesa.
Non c’era spazio alcuno per una frenata, lo schianto era l’unico epilogo possibile.
Il tonfo fu fragoroso. Il portone si divelse, rimanendo da un lato semi aperto.
“Però!” Esclamai sorpreso, non immaginando cotanto rumore.
Il portone era uscito dalle guide. Accolsi l’incidente con uno scatto d’ira. Il bimbo, intuito il malanno, scappò e mi tenne d’occhio, controllando ogni mio movimento. 
Nel frattempo io tentavo, inutilmente, di riportare il portone al suo posto e ripensavo a quante situazioni simili avevo vissuto da piccolo, dopo aver combinato un malanno. Anch'io se potevo me ne stavo a debita distanza da mia madre, senza perderla di vista, per evitare sorprese.
Ero, invece, dall'altra parte” della barricata” e comprendevo i timori di mio figlio, però ero certo che avesse capito la lezione.
Non servivano punizioni aggiuntive. 

mercoledì 5 dicembre 2012

Pensiero


Entravo a casa di mio padre contro voglia, spesso ancora con il pigiama addosso.
Quando mi veniva a prendere nei fine settimana che dovevo passare con lui, facevo spesso storie. Avrei preferito stare a casa mia, con i miei giocattoli, con i miei cani e con quelle strane costruzioni che amavo fare con sedie, cuscini e coperte. Quest’ultime erano la mia passione. Di solito erano fatte con due sedie su cui stendevo una coperta. Sembravano delle capanne, dentro alle quali trovavano riparo i miei pupazzi di peluche.
Mio padre non aveva tutto ciò. Solo con il tempo, con l’arrivo di una coperta e un telo copri divano, cominciai pure da lui a costruire quelle improbabili casupole.
Anche i giocattoli mancavano.  A dir la verità, i giocattoli che lui mi comprava, facendomi promettere che li avrei lasciati da lui, me li sono quasi sempre portati a casa, quando tornavo la sera. Casa sua non era casa mia. Non ci stavo volentieri a mangiare e tanto meno a dormire. Mi raccontava che quelle poche volte che avevo dormito là, lo avevo fatto controvoglia, cedendo al sonno a tarda ora, mentre aspettavo mia madre. Con il tempo ho cominciato a sentirmi a mio agio, in quell'appartamento al piano terra, soprattutto da quando iniziai le scuole elementari e passavo là due  pomeriggi alla settimana. Ero affidato a una ragazza che mi veniva a prendere a scuola aiutandomi a fare i compiti.
Anche con lei, passati i primi tempi di affiatamento cominciai a fare qualche capriccio.
Stava con me fino alle sette, quando o tornava mio padre e passava mia madre  a prendermi.
Volevo fare di testa mia e, sin da piccolo, ero caparbio e poco propenso ad ascoltare gli altri. Ero indispettito per come gli adulti potevano decidere su quello che dovevo fare, senza la minima considerazione per le mie idee e dei miei desideri.
La regola dei genitori alterni, durante i fine settimana, fu difficile da digerire per i motivi appena detti. Non ricordo mio padre quando viveva ancora a casa, tanto che per farmene una ragione, gli ho chiesto spesso di raccontarmi com'era la vita in quegli anni.
I miei, mio padre e mia madre, dopo la separazione, cercarono con fatica  di tornare a fare i genitori, ma forse in questo modo hanno impedito a me di essere un figlio vero.
Con mio padre passavo i fine settimana in modo tranquillo. I primi tempi facevamo gite nei dintorni. Qualche volta si stava via anche per due giorni. Si partiva al sabato per tornare la domenica pomeriggio. All'inizio di ogni viaggio protestavo, quasi impaurito nel lasciare luoghi noti, ma al ritorno, ero contento e, pian piano, viaggiare è diventato un piacere che ancor oggi non ho abbandonato. 
Non mi ha ma lasciato in quegli anni la paura, l’ansia, di rivivere tensioni e litigi. Ricordo il pianto e il terrore che provavo quando vedevo i miei litigare. Spesso, quando si incontravano, cercavo di attirare l’attenzione su di me, perché non litigassero, come se fossi un parafulmine.
Con il tempo io mi sono abituato alla regola dei genitori alternati . Mio padre e mia madre si sono sempre più allontanati. Entrambi hanno avuto la possibilità di ricostruirsi una vita con altre persone. Non mi è stato difficile accettare le nuove situazioni e i nuovi compagni, anche se per anni mi sono chiesto come sarebbe stata a mia famiglia e fosse rimasta unita.
Non ho avuto mai una famiglia unita e, quando oggi esco con mia moglie e i due miei figli, penso alle poche volte in cui sono uscito con mia madre e ,mio padre. Io stavo appiccicato a mia madre, come se la volessi proteggere da quell'uomo con cui spesso litigava. E’ andata così, io sono cresciuto con la speranza di vedere i miei genitori tornare assieme. Ma la speranza di quand'ero piccolo si è andata sempre più affievolendosi come una candela che con il tempo si consuma. Ora, quando li vedo, mi chiedo cosa pensino e quale verità abbiano portato con se durante questi anni. Mi piacerebbe sapere quanto siano stati felici dopo la separazione e se ci siano delle cose di cui desiderino parlarmi. 
“Hai qualcosa da dirmi ?”, vorrei chiedere ad entrambi ma, quando sto per aprire bocca, mi blocca ancora quel senso di paura che provavo quando litigavano, come se ricordare riaprisse ferite mai guarite e che mai guariranno.

lunedì 23 aprile 2012

L'esempio


Non molto tempo fa, ritornando con mio figlio piccolo, nei luoghi dove ho trascorso al mia infanzia e dove abita ancora mia madre,  avevo indicato, con un po’ di orgoglio e nostalgia, il campetto dove da piccolo ero solito giocare a calcio.
Lo spiazzo, un quadrato che forse non supera i 400 metri quadrati di superficie, è il piazzale di una piccola chiesetta di campagna, che sorge ai lati della strada che porta al paese, poco lontano da quella che era allora la mia casa. L’area non era recintata ed era abbastanza normale che il pallone e, spesso qualche azione, sconfinassero nella strada, dove i passaggi delle macchine erano abbastanza radi e controllabili.
Uno dei lati del campo invece, era delimitato dal muro laterale della chiesetta che svolgeva funzioni di giocatore aggiunto, contro il quale far rimbalzare il pallone.  Non sempre questo modo di giocare andava a buon fine.  In certi casi, quando il pallone volava alto, poteva capitare che andasse a incocciare con i vetri colorati della finestra della chiesa. I vetri rotti furono molti, come pure le riparazioni a cui dovemmo provvedere con i nostri risparmi.
In quel campetto, così angusto, si sono consumati o autentici duelli , uno contro uno con il terzo in porta o, partite talmente numerose che il pallone sembrava impazzito tra le gambe di una miriade di ragazzini che arrivavano fin dal paese o, passando di fronte, si fermavano a dare due calci al pallone.
Quel giorno avevo lasciato cadere il discorso, ma la descrizione deve aver colpito il bimbo con lo stesso stupore che prova  un leone,  cresciuto allo zoo, quando scopre che esiste la savana.
Ieri, tornando con lui a far visita alla nonna, arrivati in prossimità del campetto, mio figlio, forse sognando il campetto pieno di bambini, ha ripreso il discorso interrotto tempo addietro, chiedendo :
“Papà, la tua mamma ti lasciava venire a giocare a calcio qua ?”.
“No, non voleva, ma io dopo mangiato, scappavo di casa, saltando al rete”, risposi con una punta di orgoglio, senza troppo pensare a cosa stavo trasmettendo a mio figlio.
“E’ poi cosa faceva la nonna ?”, incalzò sempre più incuriosito il bambino. 
“Qualche volte mi chiamava a casa, altre volte mi aspettava a casa con un frustino in mano “, continuai il racconto.
“E ti dava le botte ?”, rilanciò lui. Doveva apparigli molto strana quella mia libertà conquistata con la fuga incurante delle raccomandazioni , senza la concessione di nessun permesso, tra l’altro, nemmeno mai chiesto.  I bambini di oggi, nemmeno si sognano di scappare di casa per giocare, anzi si trovano ad avere la giornata talmente programmata da mille impegni da uscirne, alla sera, sfiniti.
“Non sempre le prendevo”, conclusi, “ Io correvo più forte della nonna e riuscivo quasi sempre a rifugiarmi sotto il letto, dove lei non riusciva ad arrivare. Rimanevo li fino a quando le passava l’arrabbiatura e buttava il frustino”.
Solo in quel momento mi resi conto che quanto detto era del tutto in contrasto con l’educazione, tutta obbedienza e controllo che cerco di impartire a mio figlio.
Forse dovevo pensarci un po’. 
Di certo non mancheranno altre chiarimenti …. Prima della prima fuga da casa … 

mercoledì 14 marzo 2012

Buon Compleanno !


L’infermiera mi chiamò indicandomi un ambulatorio lì vicino alla sala dove stavo attendendo.
Entrai, ero molto emozionato. La donna aveva in braccio un fagottino bianco da cui erano visibili dei capelli neri.
Quando le fui vicino vidi il viso di mio figlio. Aveva una carnagione scura, quasi  a voler essere in sintonia con il colore dei capelli.
Era arrivato dopo un viaggio lungo 21 anni quel bambino tanto atteso. Ci aveva raggiunto quando ormai noi non lo aspettavamo più.
L’infermiera mi disse : “Lo può tenere in braccio un minuto, per favore”.
Facendo attenzione a non stringerlo troppo, lo guardai da vicino giusto il tempo che la signora preparasse tutto ciò che serviva per pulirlo e vestirlo.
Non dissi una parola mentre la osservavo prendersene cura.
Era il 14 Marzo 2005.
In questi anni, ho spesso sentito la mancanza di quel bimbo quando alla sera tornavo a casa dal lavoro.
Spesso quando mi soffermavo a osservare una famiglia con un bimbo piccolo, la mancanza mi appariva ancora più insopportabile.
Ora tutto è un po’ più normale, per me, ma spero soprattutto per lui.
Buon Compleanno Giovanni !

domenica 14 agosto 2011

L'invenzione del fuoco


Ero convinto che bastasse una lente di ingrandimento, delle foglie secche e soprattutto il sole cocente di un pomeriggio di Agosto, per poter dimostrare a mio figlio quanto fosse facile accendere un fuoco.
La convinzione che tutto fosse semplice derivava solo dalla teoria e dal ricordo di qualche documentario scientifico visto qualche decennio fa. Non avevo mai provato personalmente, nemmeno da ragazzo, nè avevo pensato di studiare un po’, prima di fare l’esperimento.
Non è stato facile procurarsi una lente di ingrandimento, ma alla fine nei grandi magazzini non manca niente, nonostante sia difficile trovare il reparto “lenti di ingrandimento".

Ma a dispetto del sole a picco, della lente di buona qualità e delle poche foglie secche raccolte fuori stagione, di fuoco nemmeno l’ombra. Solo un sottile filo di  fumo, segno di una combustione, testimoniavano il progressivo consumarsi del fogliame. Ma non una fiamma si era  generata dal quel lento bruciare.

Successo parziale, molto parziale.
Ora prima di proseguire con la dimostrazione a mio figlio di come si possa accendere il fuoco con lo sfregamento della legna oppure usando addirittura le pietre focaie, urge una pausa di studio, condita di qualche prova per affinare il procedimento, per evitare figuracce.

Pensavo a tutto quello che d’estate si sente relativamente a come nascono gli incendi e addirittura alla autocombustione. Tutto riesce facile altrove e ad altri, mentre a me non resta che affidarmi all'accendino. 

martedì 10 maggio 2011

Bravo Giovanni !

 L'inizio non è stato dei più promettenti : un errore di percorso che ha allungato un po' la strada.
Una volta sulla ciclabile, alla fine di una breve salita è cominciata l'avventura e al tempo stesso una scoperta.

Il bimbo che in altre occasioni avrebbe detto, dopo poche centinaia di metri, “Io sono stanco”, ha sorpreso me , padre un po' imprudente, non mollando mai, fiducioso di arrivare finalmente alla meta : il treno per il ritorno.
Alla fine, ai sui ritmi, abbiamo percorso assieme, quasi e più di cinquanta chilometri, lungo la continua e leggera discesa che ci ha condotto a Lienz.

Fin dall'inizio ho cercato di insegnargli i trucchi per non faticare :
“ In discesa non si pedala, si lascia andare la bicicletta, frenando un po' quando prende velocità”

Per affrontare le poche salite gli ho fatto prendere confidenza con il cambio :
“Metti il rapporto facile in salita, quello un po' più duro in discesa, cosi pedali meno”

Lui ha capito tutto al volo e autonomo fin dall'inizio ha padroneggiato bici e percorso.

Il viaggio è stato costellato da molte soste, alcune al solo scopo di grattarsi il naso, infastidito da chissà quali polveri, altre per bere e rifocillarsi in un chiosco o nei parchi giochi lungo il percorso.

La fame non si è fatta attendere e il panino con la salsiccia è stato divorato in pochi minuti.

Il viaggio ha preso gran parte della giornata, ma mi ha fatto assaporare tutto il percorso con la velocità di un bimbo di sei anni, con le sue pause, cosa che non avrei mai fatto con altri adulti, magari presi dalla smania di arrivare al più presto.

Una esperienza che non potrò mai dimenticare e che consiglierei a chiunque.
Alla consegna della bici, ho capito di aver vissuto un'esperienza irripetibile che spero rimanga, anche, tra i ricordi di mio figlio.

Lungo il viaggio di ritorno in treno, tenendomi la mano, guardava il paesaggio fuori del finestrino attento a tutti i particolari.


Il ritorno in macchina è stato per lui, un lungo sonno, per me un piacevole silenzio.

martedì 29 marzo 2011

Il dentino

Mio figlio, ora che ha perso il suo primo dente da latte, aspetta con la stessa ansia di quando ero piccolo, ogni mattina, il soldino lasciato dalla formichina. 
La stesso mondo di sogni e personaggi fantastici che popolava la mia mente ora fa trepidare lui, quasi cinquant’anni dopo.  Io mettevo il dentino da latte in un angolo vicino alla camera dei miei genitori. Cercavo con cura il posto migliore, dove il muro presentava una crepa che nella mia fantasia poteva condurre alla casa della formichina. 
Per qualche mattina il soldino non mancava, non mi ricordo più il valore.

Lo raccoglievo e, normalmente, passava dall’angolo della casa della formica al salvadanaio. Oggi mio figlio fatica un po’ di più a trovare le crepe tra le mura di casa, dove sistemare il dentino, il progresso ha messo in difficoltà anche la formichina che , nonostante fatichi un po’ di più a trovare la strada verso il dentino, deposita puntuale le monete come cinquant’anni fa. 

“Chissa come farà a trascinare una moneta così grande, lei che è così piccola?”, si chiede il bimbo oggi, riformulando la stessa domanda di quando ero piccolo io. 
Poi la formica sparisce, per ritornare come un segugio infallibile, quando un nuovo dentino riappare sull’angolo davanti alla sua casina.

domenica 25 aprile 2010

Padre e Figlio

Mi figlio ha 5 anni. Da tempo ho capito che devo fare i conti con le sue idee.
Le sue prese di posizione sono difficili da smuovere.
Non nego che certe volte per farmi seguire su cose che volevo fare, a volte per mia necessità, altre volte pensando di fare piacere pure a lui, sono arrivato a compromessi o addirittura a mercanteggiare un suo consenso. 

Insomma ho barattato il suo consenso normalmente con giocattoli.

Stamattina, uscendo per una passeggiata, come qualche volta succede, si discuteva su ciò che potevamo acquistare alla vicina festa dei fiori.

Ben presto abbiamo concordato che avremmo comprato una piantina a cui lui avrebbe accudito provvedendo a innaffiarla. 

Alla domanda :

" Prendiamo una pianta da frutta da piantare fuori o una pianta da fiori  ?"

La sua risposta, che ha chiuso la questione è stata .

" Decido io !"

Zittito in questo modo , ho preso atto proponendomi di riprendere il discorso più avanti.
Dopo pochi minuti, forse incoraggiato dalla mia disponibilità a spendere il piccolo ha ripreso dicendo :

"Io vorrei comprarmi i pattini , papà me li compri ?"

Con piglio deciso ho risposto :
"Penso  sia meglio che tu impari a correre senza le rotelline sulla bici, poi penseremo eventualmente ai pattini "

Io pensavo di aver chiuso la questione, visto il breve silenzio seguito alla mia risposta ma di rimando mio figlio ha ribattuto :
"Ci sono troppe persone che mi dicono cosa devo fare !"

Mi son fatto ripetere la frase, pensando di aver capito male.

Sulla pianta non abbiamo più litigato. Alla fine la pianta si è materializzata in un tamburello che, mi hanno detto, non è da inaffiare.