Visualizzazione post con etichetta favole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta favole. Mostra tutti i post

mercoledì 4 giugno 2014

Il Piccolo Principe e la volpe

In quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo... "
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino... "
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, sono così triste... "
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire "addomesticare"?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
"Che cosa vuol dire "addomesticare"?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "addomesticare?"
"È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami...
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato... "
"È possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra... "
"Oh! non è sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
"Su un altro pianeta?" "Si".
"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?" "No".
"Questo mi interessa. E delle galline?"
"No".
"Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea:
"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano... "
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non ci conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che cosa bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino... "
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi... "
"È vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"È certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse: "Và a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perchè è lei che ho innaffiata. Perchè è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perchè è lei che ho riparata col paravento. Perchè su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perchè è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perchè è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", ...disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
"L'essenziale è invisibile agli occhi", ripetè il piccolo principe, per ricordarselo.
"È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante".
"È il tempo che ho perduto per la mia rosa... " sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa... "
"Io sono responsabile della mia rosa... " ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

Da "Il Piccolo Principe" di Antoine De Saint Exupery

giovedì 21 luglio 2011

L'aquilone


Una specie di scossone lo risvegliò di soprassalto. Stava dormendo quel sonno di cui solo i giocattoli sono dotati.
Tutti i giocattoli infatti, hanno il privilegio di destarsi ogni qual volta le mani di un bimbo li afferrino, portandoli con se o, estraendoli dalle confezioni, appena nuovi, o prelevandoli da scatole colme di altri simili, per farli diventare ispiratori di fantasie e giochi ogni volta diversi.
Quando un giocattolo entra a far parte di un gioco acquista una vitalità che solo gli occhi di coloro che sanno viaggiare sulle ali della fantasia possono percepire.
Questo privilegio di poter vivere solo la parte bella della vita, cadendo in una sorta di letargo quando invece si è messi in disparte, è una caratteristica che gli uomini da sempre invidiano ai giocattoli.
Quest'ultimi sono dotati di una sorta di immortalità fatta di giorni passati al centro dell'attenzione e di notti di durata indefinibile, dove il sonno lenisce ogni dolore determinato dall'indifferenza e dall'essere dimenticati, ritornando uno dei tanti dentro la scatola dei balocchi. .
Per i giochi il tempo scorre secondo ritmi che gli uomini nemmeno sanno immaginare, presi come sono nel rincorrere sogni vuoti di qualsiasi fantasia e immaginazione.

Gli scossoni non erano radi da un po' di tempo a questa parte. Da quando era uscito dal negozio dietro la chiesa, dove dormiva da tempo indefinito, si era risvegliato, pieno di voglia di fare, più di una volta e in qualche occasione gli era successo di sentirsi vivo come da molti suoi simili aveva sentito raccontare.

Infatti era stato estratto, da mani attente, dalla custodia che gli serviva da giaciglio e, dopo qualche minuto, aveva visto le ali tendersi pronte a cogliere anche la più debole brezza.
Anche il timone posteriore, pur non esteso, aveva messo tutta la stoffa di cui era fatto, a disposizione del vento, sostenendo inoltre, le tre lunghe code colorate che avevano il compito di stabilizzare il volo.
Quando, finiti tutti i preparativi, si era sentito pian piano alzare dal vento, volando sempre più in alto, aveva esclamato guardando il mondo allontanarsi :

“ Che bella la vita e che bello il mondo visto da quassù!”

Qualche decina di metri sotto di lui, le mani di un bimbo lo guidavano con l'ansia di chi ha paura di vedere spezzarsi il filo, ma anche con lo stupore e la voglia di volare sempre più in alto come se il filo non dovesse finire mai.
Aquilone e bimbo avevano gli stessi desideri : non dividersi mai, volando sempre più in alto.
Prima di quel giorno i voli erano stati brevi. L'ansia di chi teneva il filo riportava a terra quelle ali da sogno dopo pochi minuti, rimettendo tutto, con cura, nella custodia–giaciglio. Il povero aquilone, desideroso di librarsi ancora nel cielo, era preso dallo sconforto. Dopo poco, però, il torpore e il “Sonno dei giocattoli” lo portava con se fuori dal tempo, dissolvendo ogni tristezza.

Quel giorno invece, di nuovo in riva al mare, stese nuovamente le ali, il vento lo sollevò in un batter di ciglia, il più in alto possibile.
Le mani del bimbo, rassicurate dalle esperienze precedenti, lasciarono che quelle ali salissero come mai prima d'ora, srotolando per intero il gomitolo di filo e, come succede per molte unioni solide e mature, nemmeno gli balenò nella mente la possibilità che il filo potesse spezzarsi.

L'aquilone, quando capì che nessuno lo avrebbe riportato a terra di li a poco, cominciò a guardare lontano come non aveva fatto mai e capì che, al di là del mare poteva intravvedere le coste di terre lontane.

“Un giorno avrò un filo lungo abbastanza per attraversare il mare ! “ , fantasticò aguzzando la vista.

Se poi alzava gli occhi, vedeva le strisce bianche lasciate dagli aerei che volavano lontano. Mai prima di allora aveva avuto il tempo di notarle.

“Un giorno avrò filo lungo abbastanza per volare con gli aeroplani ! “, si ripromise cercando di capire quanto più in alto fossero.
A terra il bimbo, seguendolo senza perderlo di vista per un momento, fantasticava su ciò che da quella altezza avrebbe potuto vedere.

“Avessi filo a sufficienza lo farei sfrecciare in gara con gli aerei !”, pensava guardano le stesse strisce bianche che avevano incuriosito l'aquilone.

Poi sentendo rinforzare il vento, sognava di volare appeso a quelle ali così resistenti, verso le terre lontane che sicuramente si trovavano al di la del mare

Il sogno e la fantasia correvano lungo quel filo che univa i sogni del bimbo con il mondo fantastico dell'aquilone e, strano a dirsi, erano del tutto simili.

Intanto il tempo passava, il vento soffiava forte senza pausa. L'aquilone sembrava immobile, quasi incollato al cielo.
Quando gli succedeva di perdere quota, era preso dalla paura di precipitare inesorabilmente a terra. Ma con un po' di esperienza aveva imparato ad osservare le onde del mare. Se le notava più bianche e schiumose sapeva che, di li a poco, la stessa brezza, che in quel momento le spingeva con forza verso l'arenile, sarebbe salita fin lassù a spingere le sue ali, riportandolo in alto.

Passò gran parte del pomeriggio, sogni e orizzonti cambiarono sia per chi stava volando sia per chi volare avrebbe voluto. A un certo punto il bimbo, appagato da quel viaggio fantastico, cominciò a recuperare pian piano il filo. In alto i piccoli strappi furono percepiti senza patemi e così, gli oggetti di sotto cominciarono a diventare sempre più grandi.
Per l'aquilone il giorno era stato lungo abbastanza e, come succede a ogni bimbo, a un certo punto non c'è sogno o gioco che sconfigga il sonno e il riposo.
L'aquilone, pur cercando di volare fino all'ultimo metro, come un cagnolino che non accetta il richiamo del guinzaglio, quando si ritrovò dentro alla custodia non ebbe modo di farsi prendere dalla tristezza.
Il “Sonno dei giocattoli” lo prese con se, portandolo al di là del tempo.

lunedì 20 dicembre 2010

L'omino di Neve


Il freddo di quell'inverno aveva portato con se molta neve. Oramai la neve era un appuntamento fisso per quei luoghi che un giorno sembravano destinati a essere avvolti perennemente dalla nebbia.
Che strano, la nebbia era diventata un ospite occasionale mentre la neve che in passato sembrava un lusso oggi, immancabile, cadeva copiosa tre o quattro volte nel corso dell'inverno,
Mutamenti climatici, che certuni consideravano nella norma mentre per altri, erano l'inizio dell'apocalisse.
Ma per un bimbo di appena sei anni la neve era una cosa che portava con se la sensazione di sorpresa che, solo un regalo inatteso sà dare. La capacità che ha di cambiare il mondo che ci circonda, le dà un un non so che di magico che si accorda con il fantastico e il magico che alimenta la realtà di un bimbo.

Fu così che ben presto, quel manto bianco e immacolato fu attraversato da mani e attrezzi che raccolsero tutta la neve in un unico punto. Il bimbo, in accordo con il padre, scelse un posto all'ombra, al riparo dai raggi del sole.
Quel mucchio di neve pian piano cambio forma, divenne più largo e più alto. Mani anche se poco avvezze alla scultura, pian piano le diedero una forma umana. La testa fu adornata da un cappello di paglia, il naso vistoso fu realizzato grazie a una carota mentre due noci permisero di disegnare gli occhi.
Quel viso fu completato da un ampio sorriso.

Il resto del corpo prese ben preso una fisionomia chiara.
Quel pupazzo era seduto e teneva le braccia piegate sulle ginocchia, sembrava riposare guardando lontano.
La gioia del bimbo fu incontenibile tanto che chiamò a raccolta tutti i parenti e vicini perchè potessero ammirare il suo capolavoro.
Ancora qualche rifinitura e poi finalmente l'opera fu completata.

Quando l'interesse e l'entusiasmo del bimbo si smorzarono, quel mucchio di neve ghiacciata comincio a essere pervasa da strane vibrazioni. Gli occhi, immobili fino a quel momento, si animarono di una luce strana.
Quel pupazzo gelato, come per incanto, prese coscienza di se, cominciò a percepire il mondo che lo circondava e ancorché immobile, l'orizzonte che poteva esplorare con lo sguardo era grande a giustificare la vita.

“Bellissima la vita ! Da qui posso vedere le macchine che passano nella strada. Chissà da dove vengono e chissà dove sono dirette”, si ripeteva in continuazione.

“Posso sentire le voci degli abitanti delle case vicine”, chissà quante cose potrò imparare.

Si era accorto che il bimbo che lo aveva creato, si affacciava spesso alla finestra per sincerarsi del suo stato di salute, a verificare se tutto fosse al suo posto e se non ci fossero stati cedimenti.

Lui stava benissimo. I giorni successivi alla nevicata furono gelidi e la bassa temperatura contribuì a rendere la neve ancora più compatta.

“Sono talmente ghiacciato che i raggi del sole non riusciranno a sciogliermi”, pensava ed era talmente euforico che riteneva di poter resistere al sole e alla buona stagione.
Il bimbo lo visitava regolarmente. A volte riassestava qualche pezzo di neve che qualche uccellino nell'appoggiarsi aveva spettinato, rimettendo tutto come prima.

Ben presto invece il tempo cambiò, la temperatura si alzò quel tanto da infastidire la neve e il ghiaccio di quell'omino.
L'ottimismo comunque sembrava non abbandonarlo.
“L'inverno è ancora lungo, e il freddo non tarderà a ritornare”, usava ripetersi per rassicurasi.
Ma il freddo, indugiò per qualche giorno in più e qualche pezzo di neve cominciò a sciogliersi, staccandosi e cadendo fragorosamente. Niente di irreparabile, nel complesso tutto sembrava come prima e soprattutto lui stesso, non volle preoccuparsi oltremodo.

“Non sarà un piccolo pezzo di neve caduto a pregiudicare la mia compattezza. Sono stato costruito su una base solida e compatta. In ogni caso il bimbo arriverà e rimetterà tutto a posto”.
Il bimbo preso da altri interessi, dimenticò di ritornare dal suo capolavoro di neve che, purtroppo, continuò a subire le angherie dei raggi del sole.

“Non fa niente”, diceva un po' provato il pupazzo, “posso ancora vedere e udire distintamente tutto come all'inizio, vale la pena vivere anche in queste condizioni”.

Nel frattempo vedeva il bimbo giocare lì vicino, con la poca neve rimasta e, soffriva nel notare come, quel ragazzino che lo aveva tanto desiderato, non si curasse più di lui. Non si spiegava inoltre, il perché non si avvicinasse nemmeno per un momento a riassestare qualche zolla di neve in procinto di staccarsi.

Con i giorni successivi, la situazione divenne sempre più critica. Il gelo tanto atteso non era arrivato e men che meno la neve. Il sole aveva continuato inesorabile la sua opera di scioglimento. Il blocco di neve si era via via sempre più inclinato.
Il pupazzo divenne sempre più debole, non vedeva e udiva come prima. L'orizzonte appariva popolato da ombre irriconoscibili mentre i suoni sembravano più che altro dei rumori, quasi dei disturbi.
E così arrivò il momento che tanta fu l'inclinazione, che il tutto crollò. La carota del naso scivolò sul terreno e le noci, che da un po' non vedevano più, rotolarono lontano.
L'omino di neve, incosciente era pervaso da un torpore che lo rendeva insensibile a quello che stava succedendo e i suoi pensieri si dispersero, a volte incompiuti, altre volte indecifrabili, in rivoli d'acqua che lentamente presero la via dei ruscelli che irrigavano la campagna lì intorno.

Quella stessa acqua che poche centinaia di metri più a valle veniva assorbita dalle radici degli alberi e delle piante che si preparavano al risveglio che, con la buona stagione, sarebbe arrivato.

Quel pupazzo di neve e ghiaccio che tanto caparbiamente aveva resistito al sole e al caldo, aveva, a sua insaputa, custodito un po' acqua per le piante e i fiori di primavera per distribuirla gradualmente durante il suo lento disgelo.