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domenica 23 maggio 2010

Gran Canyon

                
Al Gran Canyon ci si arriva dopo aver girato a destra quando mancano circa trenta miglia. La strada s’inoltra attraverso un paesaggio ondulato che via via si avvicina ai monti che fino ad ora avevano fatto da cornice. Ai lati della strada solo cactus di ogni dimensione.
Ora il percorso diventa tortuoso, si incontra saliscendi continui, qualche tornante qua e là. La strada è comunque deserta.  Per qualche momento ho anche il sospetto di aver sbagliato strada quando tempestiva arriva un’indicazione, manco a farlo apposta. “Canyon West a sole venticinque miglia”.
Che cosa vuoi che siano venticinque miglia, quaranta minuti al massimo, poi non c’è traffico, meglio non c’è anima viva.
Avvicinandosi alla montagna improvvisamente dalla sommità di un colle, uno dei molti già incontrati, la strada prosegue ma diventa sterrata. “ Come? Verso il gran canyon su strada sterrata ?, forse si tratta di un breve tratto.”.
Il breve tratto sarà lungo un po’ meno di ventuno miglia, i continui tornanti e saliscendi non permettono di superare i venticinque miglia l’ora. Tutto diventa irrimediabilmente più lungo.
Verso mezzogiorno, cioè dopo circa un’ora di ghiaia e polvere, la strada bianca finisce, per lasciare il posto a una strada asfaltata ma talmente martoriata dalle buche da scoraggiare qualsiasi accelerazione, anzi si rallenta ancora di più di cento metri in cento  metri appena individuata una nuova piccola voragine.
Compaiono alcuni pullman, sbucati, da non so dove. La meta è vicina. Il paesaggio assume i contorni tante volte già visito nei libri e nelle cartoline.
Il gran canyon non è una montagna scavata da un fiume ma un altopiano eroso e scavato dal fiume Colorado che porta al mare le nevi delle vicine Montagne Rocciose.
 Nell’approssimarsi poco si nota, anzi tutto sembra piatto e insignificante.
Al termine di una rampa ecco che compare la macchina da soldi.  L’organizzazione, la struttura al servizio delle visite al gran Canyon.
Tutto è molto “naturale”, che significa parcheggi sterrati, recinzioni approssimative. Solo l’edificio che fa da rivendita di biglietti e souvenir ha un che di moderno. Alcuni indiani, che indossano costumi alquanto pesanti per la stagione, accolgono i visitatori. Li guidano fin dentro all’edificio, li incanalano nelle code in attesa dei pullman per le escursioni.
Le escursioni sono tutte guidate, in pullman, in elicottero e perfino in aereo. Ciascuno può scegliere secondo le proprie possibilità. Gli elicotteri partono intervalli di pochi minuti, virando secco per accelerare i tempi.
Scelgo il pullman, il meno costoso dei tour per soli 43 $, che mi conduce in due posti siti, da dove si può ammirare il Gran Canyon in tutta la sua bellezza. L’accesso allo Skywalk, una terazza trasparente per guardare il precipizio sotto i propri piedi, non lo acquisto : i 29 $ del biglietto mi sembrano eccessivi nonostante l’unicità dello spettacolo.
Nel primo sito, a cui si arriva in meno di 10 minuti,c’è lo Skywalk, non mi pento di poterci accedere. Non ci sono strutture sufficenti per chi volesse mangiare. Qualche bottega di souvenir ma tutto mi sembra un  pò “sottosviluppato”, considerata l’importanza del luogo.
Ci si muove da un sito all’altro sempre usando i pullman che passano a intevalli di pochi minuti l’uno dall’altro. Il paesaggio è maestoso, silenzioso. Il fiume Colorado scorre sotto a continuare la sua opera di erosione.
Il tutto si può vedere in un paio d’ore, riservandosi  il tempo per le foto  che si possono fare sin sull’orlo del precipizio, mancado del tutto le misure di sicurezza quali parapetti e addetti alla sicurezza.
Poi si torna alla stazione pricipale. In poche minuti si riprende la strada del ritorno.
Nel secondo sito si può ammirare un'altra parte del Canyon. Qui gli spazi sembrano ancora più grandi e maestosi. Ogni tanto si nota e si sente il rumore di un elicottero che vola basso all’interno del precipizio, penso sia uno spettacolo volare tra quelle rocce.
Entro in un negozio dove vendono oggetti della cultura indiana.
Ne esco con un “diffusore di medicina”. L’indiano mentre lo acquista mi spiega che il cerchio sta a significare la Terra,  la croce interna i quattro punti cardinali. Al centro c’è la medicina che in questo modo può diffondersi ovunque. Non mi mi ha spiegato la funzione delle penne ma penso che abbiano una funzione solamente estetica, immaginando che l’oggetto andasse portato al petto.
Penso per qualche momento alla solita oggettistica “made in china”, ma poi scopro una sorta di certificato di autenticità che conferma la sua produzione da parte della gente indiana.

sabato 22 maggio 2010

Ritorno al futuro

Il viaggio di ritorno comincia con l’adunata alle 4.20 alla reception dell’albergo.
Due ore appena di sonno sembrano essere bastate a recuperare il minimo. Si riconsegna la chiave elettronica.
La vita dell’albergo sembra non risentire dell’ora e del tempo. I Tavoli da Gioco hanno ancora avventori. Si nota solo un minor numero di persone che vagano, ma nulla fa pensare alle quattro del mattino.
All’aeroporto c’è il tempo per giocare tre dollari alla slot machine. "Vedi mai che…", ma perdo solamente tre dollari.
La perquisizione d’obbligo passa senza intoppi, oramai mi sono abituato.
Il volo verso New York mi sembra inaspettatamente breve. Partenza verso le sette del mattino, arrivo verso le tre del pomeriggio a New York, comprese le tre ore di fuso in aggiunta. Il ritorno al futuro è iniziato.
La partenza da New York avviene, in ritardo verso le 19.30, si arriverà domani a Milano alle 9.30.
New York scompare all’orizzonte baciato dal sole al tramonto. In breve si piomba nella notte. Per ore il mio cielo ha solo la luce intermittente dell’ala, il resto è buio assoluto.
Riesco a dormire un po’, non so quanto. Ascolto musica, la mia playlist sull’IPOD.
Poi verso non so che ora, di non so quale fuso, la luce ritorna, blu notte, blu, azzurro scuro, azzurro. E’ di nuovo mattina, ma sotto c’è ancora il mare.
Arriva la colazione, “finalmente”, penso. Il vassoio contiene una banana e una pastina. Addento la banana poi la focaccia.  Quest’ultima è un misto di dolce con dentro una frittata, non era quello che mi sarei aspettato. Ingurgito e prendo il caffè.
Compare la terra, ipotizzo sia la costa nord ovest della Francia oppure la Bretagna e Normandia. Poi scorre sotto la terra di Francia con i suoi boschi e città.
Le Alpi sono l’ultimo spettacolo di questo volo, sono bianche di neve e di ghiacciai.  Poi sopra le risaie del Piemonte si prepara l’atterraggio.
A terra tutto bene. I bagagli sono con me. Sono le 9.30 del mattino.
Alle 14.30 del 21 Maggio, dopo l’ultimo tratto in auto, finisce il viaggio. Riapro la porta di casa.
Il ritorno al futuro è concluso. Ho riacciuffato l’orologio di casa che per qualche giorno era scappato avanti di nove ore.
Posso ritornare alla mia vita.
Ogni volta che torno da un viaggio, mi viene la voglia di ricominciarne un altro.
Ogni volta che si sta per un po’ di tempo nello stesso luogo, vale la pena pensare a un viaggio.

venerdì 21 maggio 2010

Dolan Springs

Dolan Springs sta sulla strada che porta al Gran Canyon.
S’incontra nel percorrere la Co Hwy 25, quando le indicazioni dicono che mancano circa cinquanta miglia al Gran Canyon Ovest e allo Skywalk, terrazza con vista sul precipizio e sul fiume Colorado.
Nel percorrere la strada diritta e poco frequentata, si è circondati dal deserto, piatto ma bordato da monti deserti quanto e più della pianura, dove sembra che l’albero sia stato dimenticato da Dio.
Cactus prima bassi, poi sempre più altri fanno cambiare il panorama circostante. Forse la dimensione dei cactus ha una qualche relazione con la presenza di acqua. Questo penso ma mi chiedo anche se ci sia e quanta acqua possa esserci in quel posto.
Assieme ai cactus fiori bianchi e gialli si mescolano ad arbusti bassi, verdi appena a certificare la vita.
La strada è monotona e larga, mi domando a cosa servano i limiti di velocità ogni tanto segnalati e quale sia il motivo della loro variazione. Si passa da un limite di sessantacinque Mph a cinquantacinque poi qualche volta a quarantacinque. Chissà perché ma il loro rispetto da un po’ di vitalità al viaggio.
Pian piano cominciano ad apparire lontano delle macchie bianche, non sono rocce, non sono piante.  Avvicinandosi  individuo in quelle forme delle case. Case nella prateria le definisco io memore di un film che vedevo con piacere quando ero più giovane.

Case sì, ma nel deserto che si estendono su un’area grande distanti una dall’altra, lontane dalla strada principale raggiungibili attraverso strade bianche che si infilano tra i cactus.  Niente di tutto ciò ha la parvenza di un paese, ma di un vivere solitario, per scelta facendo chissà che cosa.
Sul bordo delle strade s’incontrano grappoli di cassette della posta appartenenti a chi abita all’interno, case difficili da raggiungere da qualsiasi postino.  E’ curioso vederle, cosi lontane dai proprietari, incustodite sul bordo di una strada. Penso al mio blackberry che porto sempre con me, più di cose più care e importanti. Penso al mio continuo consultarlo in attesa di chissà che messaggio.
Ma lo scorrere della strada evidenzia via via un numero di case sempre maggiore. Nell’osservare le più vicine alla strada si nota che per la maggior parte sono prefabbricate, basse, a volte mal tenute.
Altre volte invece sono delle roulotte e qualcosa di simile a container lunghi e stretti. La sensazione che trasmettono è di povertà, valutate secondo i nostri metri, ma voglio credere che invece sia indifferenza al superfluo da parte di quelle persone che in qualche modo hanno scelto un ambiente così ostile ove vivere.
Non c’è anima viva all’esterno, ma le macchine parcheggiate in prossimità delle case danno la conferma che là in quelle case qualcuno ci sia. Le macchine spesso sono meno disadorne delle case, pulite, spesso grandi Suv o Pick up. Insomma nelle macchine c’è quella ricchezza che nelle case manca.
A guardarlo tutto questo con la mia cultura sarei indotto a dire di essere di fronte a un popolo  nomade, perché dalle mie parti queste sono situazioni che ritrovo in quelle popolazioni.
Mi chiedo, considerando i luoghi, considerando le distanze, come facciano a vivere e cosa possano fare per guadagnarsi da vivere gli abitanti di quei luoghi. Confesso che non trovo una risposta. Penso a militari in missione in giro per il mondo o ad altre attività che richiedano lunghi periodi di permanenza lontano.  Qualche attività a supporto della vita locale s’intuisce ma non così marcata da giustificare una grande occupazione.
Sicuramente qui per vivere ci vuole poco anche perché c’è poco. Las Vegas però è a circa 100 Miglia.
Poi compare il nome del paese, dai bordi della strada spariscono i cactus e appaiono spiazzi appartenenti a case o  attività lavorative.
Nel breve volgere di un paio di miglia si manifestano tre chiese, appartenenti a religioni diverse.  A una di queste, riesco a identificare il centro del paese, anche perché circondata da una sorta di quartiere e da qualche negozio.
Le chiese sono invece ben finite, fresche di colore, con un po’ di giardino attorno.  Dietro a una di queste si nota un piccolo parco giochi per i bimbi, del tutto simile ai nostri con scivoli e altalene.
Più in là ecco apparire l’insegna di un B&B e di fronte l’insegna di un ristorante. In entrambi i casi, gli edifici sono del tutto disadorni, dove le insegne sono state fatte a mano con pennello e colore. Non c’è ombra di design, marketing o altre strategie commerciali. Condivisibile, trattasi di mercato chiuso, la c’è solo quello, chi vuole fermarsi quello trova e l'insegna serve solo a essere individuati non a vincere la concorrenza.
Ci si ferma al ristorante, da fuori sembra una baracca, forse lo è. Si entra e veniamo accolti da una signora sui quaranta,  bionda , minuta. Il locale è vuoto.  A guardarlo sembra una normale casa con cucina sul retro, solo cinque piccoli tavoli in una stanza e la pubblicità di una bevanda sul muro sono tipici di un luogo pubblico.
Sul muro ci sono un paio di vecchie foto in bianco e nero, forse si tratta di antenati, sono molto belle
Si ordina da un menu sufficientemente ricco. Io ordino un’insalata con uova e formaggio. La signora prende le ordinazioni, ci porta da bere, poi lavora per un  po’ in cucina. La vedo passare con un uovo sodo in mano.
Intanto mi guardo un po’ in giro. Sono incuriosito da quel luogo. Una bacheca riporta alcuni avvisi. Uno di questi reclamizza una casa in vendita. Il messaggio suona circa in questo modo: “ Vivendo nel deserto, casa in vendita ai piedi del monte Tipton”, le foto della casa sull’avviso mostrano un edificio nuovo, carino.  Qualcuno ha poi scritto il prezzo sul  quella carta : 130.000 $. “Caspita” , penso ,  “alla faccia dell’essenzialità. “
I piatti arrivano in poco tempo. Sono ben preparati e appetitosi. Mangio con gusto sorseggiando la birra.
Nel mentre entra nel locale una signora con due figli, di cui uno in culla. Arriva con un SUV enorme, da come si muove sembra essere comproprietaria o conoscere molto bene il locale . Dal retro arrivano voci e risate
La signora non perde tempo e ci porta il conto: 17 dollari. Ordiniamo il caffè e al momento di pagare non lo aggiunge al conto.
Gentilezza pura, lei sa che non ci rivedrà mai più e questo  mi fa apprezzare ancora di più il gesto.
Si riprende la strada, solita solfa, case sempre più rade, che lasciano il passo a cactus sempre più fitti.
Pian piano il deserto ritorna deserto e anche la vegetazione diventa sempre più povera. Dolan Springs s’intravvede da lontano. Adesso che lo conosco, intravvedo da lontano la macchia delle case che ho appena attraversato.
L a strada girà poi a destra, indicazione Las Vegas. A meno di cento miglia altre sono le dimensioni, altre sono le realtà, dove il superfluo diventa essenza di vita.

giovedì 20 maggio 2010

Sfortunato in amore .....

Scendo al Casinò con un piano ben preciso.
Investimento 70 dollari, in massima parte dei miei amici, le cui quote sono in euro 15,5,20,10.
Fatte le debite conversioni, dollaro euro, non so quanto rimanga a me in caso di vincita, ma non importa.

Scelgo il gioco : la roulette.  Al tavolo mi faccio convertire il denaro. Pezzi da 1 dollaro. Si parte piano.
Prima puntata 1 dollaro non mi ricordo dove, ma subito il croupier mi spiega gentilmente che la puntata minima è 10 dollari. Mi agito un pò e punto 10 dollari sul rosso. Vinco e raddoppio le 10.
Cambio strategia . Puntate da un dollaro distribuite variamente sul tavolo con una puntata fissa, su consiglio del mio collega : 8 e 11.
Comincia così una serie di vincite piccole e grandi che pian piano porta il capitale a 150 $.
Continuo fiducioso ma due perdite consecutive mi fanno lasciare con 129 $.
Bel colpo, ho quasi raddoppiato.

Fiduciosi si cambia gioco, passando alla slot machine. Qui la scelta è alquanto difficile ma alla fine se ne sceglie una a caso e si puntano i rotti, cioè 4 $.

Persi in poche battute. il capitale ora è di 125 $.
Galvanizzato propongo di ritornare alla roulette e giocare 20 $.

Convertiti i 20 $ ricomincio a giocare. Due o tre buone giocate mi fanno arrivare a più di 50 $, vado bene ma dopo un paio di battute a vuoto lascio con un capitale di 35 $.

Alla fine il capitale di 70 $ è raddoppiato.
Prima di lasciare ci si gioca 5 $ in un'altra slot machine. Dopo alterne vicende si perde tutto.
Restano 135 $.

Naturalmente un po di se ci sono sempre.
Se avessi investito di più ......  chissà cosa sarebbe successo.

"Almanco no' me so' magnà tuti i schei".
Ora vanno convertiti e divisi in euro, forse a me resterà la soddisfazione.

Ultima notte a Las Vegas

Ultima sera tra le luci di Las Vegas.
Di ritorno dal Gran Canyon, programma della serata :

Preparazione della valigia. Riportare tutto a casa, senza dimenticare niente, cercando di fare stare anche tutti gli acquisti fatti.

Cena in uno dei ristoranti all'interno dell'albergo, visto che qua dentro si può fare tutto come all'interno di un'astronave in viaggio verso stelle lontane.

Puntata al tavolo da gioco o alle slot machine, dove cercare di non fare avverare la profezia di mio figlio. Giocherò soldi miei ma anche soldi di alcuni amici che confidano della mia fortuna. Sfortunato in amore , ...........

Poi attesa della partenza prevista molto presto. Adunata nella hall dell'albergo alle 4.20. Poi via verso l'aeroporto dove comincerà il lungo volo di ritorno che si concluderà venerdi alle 9 del mattino, passando per New York.

Si torna a "casa".
Arrivederci Las Vegas

mercoledì 19 maggio 2010

The Venetian Las Vegas Resort-Hotel

Alla fine della giornata mi sono reso conto che da due giorni non uscivo dall'albergo. Avevo partecipato alla Convention, passeggiato per KM, fatto colazione, mangiato al ristorante, senza mai mettere piede al di fuori dell'albergo.
La giornata dal punto di vista lavorativo era stata meno interessante della prima, ma utile e con alcuni spunti interessanti.

Quindi alla fine delle sessioni pomeridiane, la visita alla città alla luce del giorno era d'obbligo.

La città anche nei giorni lavorativi assume una veste di festa, migliaia di visitatori la frequentano  anche  considerato il fatto che l'estate qui è già cominciata.

La cosa più singolare in cui mi sono imbattuto anche su indicazione di altri italiani presenti è stato il " The Venetian Las Vegas Resort-Hotel".

E' paradossale, divertente, ritrovare a Las Vegas  una brutta copia di Venezia.
Las Vegas è ricca di brutte copie di molti monumenti o luoghi ma a Venezia ha riservato un trattamento particolare.
Tutto ciò si trova nei pressi o all'interno dell'albergo Venetian.
Esternamente si può trovare una copia del ponte di Rialto, del campanile di San Marco e un pezzo di fondamenta da dove partono gondole cariche di  turisti

Internamente la finzione raggiunge livelli ineguagliabili. Un pezzo di Venezia è stato ricostruito, del tutto simile a quello che vero, mettendo ponti, riproduzioni di case, canali, gondole. ecc.
Nella ricostruzione non si è dimenticato niente, anche il cielo è stato preparato  con cura.

Piazza San Marco ricostruita in scala senza la Basilica è diventata una grande sala da pranzo con tanto di quartetto che suona musiche italianeggianti.

Famiglie, coppie viaggiano in gondole (a motore) lungo i canali pilotati da gondolieri (uomini e donne) che cantano in playback musiche diffuse da una specie di "autoradio" presente in ogni gondola.


Non manca il fotografo per la foto ricordo.
Non manca il ponte dei sospiri con tanto di scena del canale sottostante che attraversa.
Tutto assurdo ma tutto così pertinente in questa città in cui  molto è assurdo in quanto normale solo quà.

Per certi versi un grande parco divertimenti, per altri un enorme set cinematografico.

Chissà se queste persone, che oggi visitano la Venezia di Las Vegas, apprezzeranno un giorno, vedendola , quella vera o diranno : "L'acqua a Las Vegas era più pulita"

Il pilastro di argilla

Al quarto tentativo ho attraversato l'oceano e sono arrivato in America.
Già altre volte avevo ricevuto l'invito per partecipare a eventi, simili a quello di questi giorni.
Anche le altre tre volte la destinazione era Las Vegas. Las Vegas era nel mio destino.

Pur ricevendo l'approvazione dei miei capi, le volte precedenti, ho sempre trovato una scusa per rinunciare. Il più delle volte portavo come giustificazione il lavoro che sembrava essere così importante da non poterlo lasciare lo spazio di una settimana.

Ma poi il pilastro, che pensavo di essere, che sembrava dover controllare e sostenere tutto si è rivelato di argilla e soprattutto il suo sgretolamento non ha impedito al mondo di andare avanti lo stesso.

Quindi questa volta ho accettato, per interesse professionale e per curiosità. Ho attraversato l'oceano con un pò di paure in meno. A dire la verità  da qui tutto sembra normale o meglio, lontano. Anche i messaggi che la posta elettronica comunque mi recapita non mi impressionano più del giusto.
Ora sto facendo una cosa, al mio ritorno penserò ad altro, in caso di fretta tutti sanno come trovarmi.

In esperienze come questa, vissute e organizzate anche al di fuori del mondo del lavoro, manca solo la vicinanza di coloro a cui si vuole bene. Sono cose che si fanno poche volte nella vita, condividendole tutto avrebbe un sapore  diverso.

martedì 18 maggio 2010

Nubi di Problemi, Squarci di Opportunità

Giornata grigia da queste parti dove fino a ieri sembrava estate.
Giornata passata ad ascoltare presentazioni sulle nubi di computer,
sulla capacita di far diventare i grandi problemi delle grandi opportunità,
sul significato di eleganza,
di innovazione,
sul come gestire i momenti di transizione.

Infine James Cameron, il regista di Titanic, Avatar, ecc..
ha raccontato a tutti la sua storia e il suo approccio con la tecnologia applicata ai suoi film.

Stasera cena in un ristorante interno all'albergo.
Chiamiamola pure vita da reclusi.

lunedì 17 maggio 2010

Shopping Tour

Un pullman dedicato ai soli partecipanti italiani ci ha condotto nei dintorni della città per quello che avevano definito : "shopping tour".
Il tour prevedeva una colazione nel giardino dell'albergo. Un pò continentale e un pò anglosassone per non farsi mancare nulla. Nel mentre della colazione mi è pervenuta notizia dello scudetto all'inter e a voce alta ho detto al mio collega pure lui interista "Abbiamo vinto lo scudetto " ma notai una certa freddezza da parte degli altri seduti al tavolo. Esultai nel mio piccolo.
Nel prosieguo della colazione realizzai che ero capitato in un tavolata di romani che nel corso della colazione tra di loro discuterono di quello che chiamarono "il sacco di roma " riferendosi alla partita Lazio Inter.

Poi la partenza verso un paio di mega centri commerciali molto estesi dove decine di negozi proponevano di tutto ma in special modo abbigliamento di varie marche.
Fiducioso nella convenienza che mi avevano garantito mi sono lanciato in acquisti pure io. Diciamo che ho avuto modo di usare la carta di credito anche per piccole somme.
Oramai da queste parti la firma sullo scontrino della carta di credito è stata sostituita da un firma con penna digitale su uno schermo.
Non riescono più le stesse firme di una volta ma questo è l'incedere del progresso.
Tra qualche anno penso che qualcosa ci guarderà negli occhi ed effettuerà il prelievo dovuto dal conto corrente. Forse gli occhiali a specchio ci salveranno.

Lo shopping tour è finito con il ritorno in taxi visto che pochi minuti di ritardo in un negozio ci ha fatto perdere il pullman.

Dopo aver passato un'ora passato ai bordi della spiaggia dell'albergo è  cominciata la parte professionale del viaggio,

Visita alla zona espositiva che per tre giorni sarà teatro di tutta una serie di presentazioni e dibattiti relativi al software e all'Information Technology.
A dire la verità il tutto è cominciato con un  Buffet ma poi mi sono dedicato a visitare i vari stand.

Al ritorno breve visita ai tavoli da gioco. Qualcuno vinceva.
Proverò nonostante le raccomandazioni di mio figlio.

Mandalay Bay

L'albergo è uno dei grandi della città. Nel contare i piani sono arrivato a 36, anche l'ascensore arriva fino a 34.
E' una piccola città, perchè al suo interno si trovano :  un casinò, una serie di ristoranti specializzati, un centro congressi, una spiaggia artificiale, uno zoo con acquario con tanto di squali che nuotano, una palestra attrezzatissima e una chiesa dove si  celebrano dei matrimoni,

Il casinò è gremito di slot machines e tavoli da gioco che alla sera si popolano di giocatori, anche se però una parte di essi è aperta fin dal mattino
La spiaggia sembra reale in quanto vengono prodotte anche le onde che poi si infrangono nell'arenile.
C'è un continuo via vai di gente, da quelli che stanno andando in "spiaggia" fino ad arrivare a coppie di sposi con parenti al seguito.
Quando mi affaccio dalla mia stanza 32327, vedo l'aereoporto di Las
Vegas, il deserto e le montagne lontane.
Dormo in una camera spaziosissima che potrebbe ospitare comodamente 4 persone,
Insomma non manca quasi niente, ......  quasi.

domenica 16 maggio 2010

Inseguendo il sole

La macchiana resta nel parcheggio dell'albergo fino al ritorno.
Si arriva all'aereoporto con Bus Navetta messo a disposizione dall'hotel.
Malpensa da la sensazione di essere semivuoto o amezzo servizio.

All'areporto di Malpensa esiste un percorso dedicato a chi è portatore di ICD e pacemaker.

E' sufficente seguire il simbolo di un cuore a cui è attaccato un simil filo elettrico.
Le persone sono poi molto gentili e dscrete.

Sono inoltre in funzione anche i body scanner previsti dalle ultime norme antiterrosrismo. Questo comporta doversi sottoporre a una seconda perquisizione.

Quindi tutto normale, anzi più che normale, visto che i tempi in questo caso sono molto più veloci dei normali vaiggiatori.
Un effetto colleterale comunque da apprezzare.

Un pò di agitazione prima della partenza. Penso alle mie gocce calmanti, che ho lasciato a casa. questo mi agita ancora un pò, ma poi passa.

Il Viaggo inizia, l'aereo è il più grande su cui sia salito. Boeing 767 300 . Capienza 300 posti, quasi tutti occupati.
Io siedo verso il fondo, alla 38 esima riga.

Sul soffitto sono presenti degli schermi dove si trasmette un film. Qualche volta compare la posizione dell'aereo e alcuni dati relativi al viaggio.
Tempo stimato per arrivare a destinazione : 8 ore e 19 minuti.

L'ambiente non è molto confortevole. Fa freddo e molti passeggeri, compreso il sottoscritto, si riparano con cappucci e la coperta fornita a ciascuno.

Si pranza sui cieli dell'irlanda.

Dopo il pranzo, un po di movimento, anche per sgranchire un pò le gambe, poi tranquillità generale che sa molto  di pisolino pomeridiano.

Il volo è comunque  tranquillo, con qualche turbolenza che non spaventa nessuno.
Passo il tempo a leggere.
A due ore dall'arrivo le hostess ripassano con pizza e gelato, graditi anche se l'abbinamento è alquanto bizzarro

Poi New York si staglia all'orizzonte. L'atterraggio è disturbato dal vento esi atterra traballando un pò.

Aereoporto JfK controlli doganali, severi e puntigliosi. A ciascuno prendono tutte le impronte digitali, di entrambe le mani in aggiunta alla foto.

Destinazione Las Vegas . Nuovo check in. Mostro la tessera. " ok si accomodi" Entro in una zona chiusa da vetri. Mi preleva un polizziotto che mi  perquisisce  dalla testa ai piedi davanti a tutti gli altri passeggeri. Per finire mi fa sedere e mi perquisisce le piante dei piedi.

L'aereoporto di New York è attrezzato con molti defibrillatori e curiosi  "Resuscitation Kit". La rianumazione qui sembra molto più avanti che da noi.

Il volo per las vegas ritarda la partenza più di un ora. Qui sono ancora le 18 mentre a casa mia è mezzanotte. Tra cinque ore sarò a Las Vegas ma là saranno le 8 di sera, probabilmente ancora giorno.

Questa volta l'aereo è un Boeing 757. 200 posti a sedere anche questa volta tutti occupati.

Il nuovo decollo è tra i più vivaci che ricordo. Sembra che si voglia andare di fretta per recuperare il ritardo. Pezzi di bravura del pilota con virate secche, forse per evitare il forte vento.

Ordino da mangiare, una specie di insalata con uno strano tipo di pasta, che però questa volta si paga.

Ho perso un pò la cognizione del tempo, per me sono le 2 e 40 di domenica 16, ma arriverò a Las Vegas alle 20.30 del 15 Maggio.

Guardo fuori ed è ancora giorno. Da stamattina sto inseguendo il sole.
L'aereo arriva in orario. E' sera e Las Vegas è un tripudio di luci.

Finalmente verso le 22.00 c'è il tempo per due passi in centro.

sabato 15 maggio 2010

Holiday In Express

Prima tappa.
Malpensa .
Ora tarda.

Cena a Bergamo presso l'osteria dei Valenti.
Piatti di carne ben preparati e serviti.

Vino della casa discreto. Prezzi nella norma.
Abbiamo trovato un tavolo nonostante fossero tutti prenotati. Alla fine hanno aspettato coloro che avevano prenotato, nonostante fossero arrivati puntuali, ma dopo di noi.
Ora le ultime medicine e poi a dormire.

giovedì 13 maggio 2010

Las Vegas



 Il figlio raccomanda al padre :

"Varda de non magnarte tuti i schei a xogare!!"


Traduzione per i non veneti.
"Attento a non mangiarti tutti i soldi al gioco"

venerdì 7 maggio 2010

Un viaggio al mese : Las Vegas

Il Viaggio
(15 Maggio 21 Maggio)
Sabato 15 - Andata
Milano - New York          10.45 - 14.00
New York - Las Vegas    17.10 - 20.24

Giovedì  20 - Ritorno
Las Vegas  - New York    07.00 - 14.00
New York - Milano          18.00 -  08.45 

Hotel Mandalay Bay - The Beach
Aggiornamenti on line su :
http://25-agosto-2009.blogspot.com